Senza categoria

Elogio del punto interrogativo contro una pedagogia del punto a capo: coltiviamo la curiosità.

Il motore che mi ha spinto a creare questo blog è stato quello di lasciare una traccia, per me e per altri, delle mie ricerche e riflessioni legate al piacere di imparare, come cioè mantenere viva quella meraviglia e quella voglia di capire che ci caratterizza da piccoli e che poi si affievolisce con l’età.

All’inizio di questo percorso avevo solo le mie intuizioni, frustrazioni e desideri ad accompagnarmi. Oggi mi accorgo con grande gioia che la scienza sta studiando proprio i processi legati a quei meccanismi che considero fondanti l’apprendimento.

Daniela Lucangeli, docente di Psicologia dello sviluppo presso l’Università degli Studi di Padova ed esperta di psicologia dell’apprendimento, è una fonte ricchissima di informazioni neuroscientifiche su tutto ciò che avrei voluto sentirmi dire, ma che non mi sarei aspettata arrivassero da rinomati scienziati.

Nelle sue conferenze, che trovo sempre molto emozionanti, prende il tempo di spiegare i processi di apprendimento, come le emozioni siano imprescindibilmente legate ad esso (se imparo nella paura, ogni volta che riattivo l’informazione appresa, riattivo anche la paura che li ha impressi nella memoria) e come, quindi, alla base dell’apprendimento ci debba essere la gioia.

foto di K. Fredrickson

La curiosità epistemica, quel bisogno universale dell’essere umano di imparare esplorando l’ambiente, quella fame di sapere che nel bambino si esplicita con il moltiplicarsi di perché e dov’è e come si fa, è la chiave per un apprendimento auto-diretto, che si genera da sé. La capacità di alimentare questa fiamma, lasciando aprirsi una dopo l’altra le finestre che ogni risposta sblocca, ogni “perché?” che contiene un altro “perché?” e un altro ancora, come specchi negli specchi, dovrebbe essere tra le competenze primarie di chiunque si occupi di educazione.

Un insegnamento che si fonda sulla motivazione esterna non basta, perché necessita che la spinta venga dall’esterno, eterodiretta. Un approccio che non suscita curiosità epistemica, che dà risposte chiuse (è così, punto), senza generare altre domande, richiede, dopo ogni punto, la faticosa necessità di rimettere in moto un processo dinamico, il desiderio di apprendimento. La responsabilità di questa costante mobilizzazione motivazionale viene scaricata quasi totalmente sull’insegnante.

Quando invece il processo di apprendimento si basa sulla motivazione interna, il maestro riveste un ruolo a mio avviso molto più entusiasmante: quello della guida, dell’accompagnatore, del compagno di viaggio, attento a mantenere un buon equilibrio tra difficoltà e possibilità di riuscita, che sa puntare la torcia verso sentieri inesplorati, sa come generare domande e come permettere all’allievo (individualmente e collettivamente) di trovare soluzioni e risposte personali.

Per un terreno fertile

Il nostro cervello non è come il loro. Ovvero, i bambini non ci mettono alla prova.

Ancora oggi una crisi. Tre, quattro, cinque anni. Si sveglia, mi fa richieste improbabili o che sa che sono vietate. Oppure mi chiama per aiutarlo a fare qualcosa e quando arrivo rifiuta il mio aiuto. Ma allora lo fa a posta? Mi fa saltare i nervi! Mi mette alla prova?

I. Filliozat, psicoterapeuta, risponde con un gran “no“. A quell’età il bambino testa se stesso, la comunicazione, il mondo intorno in relazione a quello suo, interiore. Filliozat ci dice chiaramente (espresso a parole mie, in modo molto libero): “Ma perché, se ogni mattina è la stessa storia, se ogni mattina ti chiede cose improbabili, tu, puntualmente, ogni mattina gli dici di no, con quelle ciglia aggrottate? Eppure lo sai che quel no creerà una crisi, un vortice che renderà impossibile vestirsi, fare colazione, lavarsi i denti, una reazione a catena che vi porterà, ancora una volta, a passare un pessimo momento insieme, di reciproca violenza verbale e fisica“.

E quindi? Direte voi, quindi dovrei dargliela sempre vinta? No.

Ma se invece di cominciare la frase con un no, la cominciassimo con un sì? “Sì, sarebbe veramente bellissimo spalmare tutti i muri di marmellata alla ciliegia. Peccato però che, come abbiamo già detto ieri, te lo ricordi?, non è possibile, poi non si riuscirebbe a pulire, saremmo infestati da formiche, non avremmo più marmellata, non si può. Ma poi, davvero vorresti farlo con la marmellata di ciliegie? Io lo farei con quella di fragole e ci metterei pure sopra un po’ di briciole di biscotti...”

I bambini spesso vogliono solo comunicare, raccontare, dare libero sfogo alla loro immaginazione, sentirsi accettati, condividere un momento con noi.

Evitare il conflitto diretto non vuol dire né prenderli in giro, né dare loro ragione. Vuol dire adattarsi al loro cervello, che ha un funzionamento ben diverso dal nostro. Vuol dire rispondere a dei bisogni soggiacenti le loro richieste. Vuol dire lasciar andare un po’ del nostro ego (“Lo fa per farmi arrabbiare”), per far entrare l’altro, nella sua ricchezza e pienezza. Positivamente.

foto di GDJ

Diciamo più sì. Sì alla vita. Sì allo stare insieme. Meravigliosamente, ora.

Per un terreno fertile

Esercizi d’empatia. L’angelo custode.

In Danimarca la studiano a scuola. Il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, spiegandone la relazione con i neuroni specchio, la definisce come “un meccanismo biologico che ci fa sentire vicini agli altri e ci fa capire gli altri come fossimo noi stessi“. Rima con simpatia, e di simpatia questa parolina me ne provoca proprio tanta.

Sarà che in origine, nella Grecia antica, designava la relazione di partecipazione emozionale che intercorreva tra attore e spettatore (dal greco empatéia, composto da em-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), e che da attrice mi sembra proprio carica di senso. Sarà che c’è di mezzo la parola pathos, e da italiana nel nord d’Europa, pare sia un carattere distintivo.

Fatto sta che l’empatia è diventata un appuntamento immancabile nei miei laboratori, a prescindere dal tema trattato.

Il motivo per cui ritengo che sia fondamentale coccolarla e occuparsene amorevolmente, lo spiego già nel mio post sul perché sia importante riconoscere le emozioni.

Il succitato G. Rizzolatti ci mette proprio in allerta, avvertendoci come tale meccanismo, di per sé insito nella natura umana, sia a rischio perché la società può modificarlo, rendendolo miserevolmente non funzionale.

Immagine tratta dalle “Emozioni dei bambini” di Filliozat

Avere nel proprio sacchetto di utensili pedagogici qualche esercizio per allenare tale competenza, può quindi essere di una certa utilità. Ne ho proposto già uno in passato, il gioco delle tre figure, che avevo sperimentato direttamente con un gruppo di bambini tra i sei e i dodici anni.

Oggi vi parlo dell’esercizio dell’angelo custode. E’ un po’ più complesso da mettere in pratica, perché richiede di avere a disposizione un tempo sufficiente, affinché i processi empatici ed esperenziali si possano attivare naturalmente, ma se si dispone di questa continuità, ne vale a mio avviso davvero la pena.

In pratica: l’animatore prepara dei fogliettini con i nomi di tutti i partecipanti. All’inizio del gioco si racconta una breve storia introduttiva (in genere contestualizzata con l’attività che si sta svolgendo), che possa accendere la loro curiosità. Si fa poi pescare a ciascuno un foglio preso a caso. Il nome che vi si trova scritto è quello della persona di cui ci si dovrà occupare per tutta la durata del gioco. Ciascuno diventerà quindi, per un periodo che si auspica abbastanza lungo, l’angelo custode di qualcun altro. Ma questo qualcun altro – è una regola importante del gioco – non dovrà scoprire chi sia il suo protettore. 

Diverse strategie dovranno allora essere attivate, come ad esempio essere gentile con altri, affinché si confondano le piste. 

Alla fine del gioco, ci si ritrova in cerchio per svelare le identità e per raccontarsi gli aneddoti e le tecniche messe in atto dai partecipanti per restare in incognito.

Questo tipo di esercizio, oltre ad allenare l’empatia e creare un ambiente sereno, permette di vivere sulla propria pelle il piacere di fare e ricevere del bene, con una proliferazione di benessere, fiducia e buonumore, pericolosamente contagiosa.

Per un terreno fertile

Montessori e buone maniere. Equilibrismi tra impulsi e inibizione.

Nella scuola montessoriana dove collaboro, mi è stato chiesto l’anno scorso di occuparmi del capitolo delle “buone maniere”, perché sarei stata, secondo la direzione, la persona più adatta a tale scopo. Ho storto il naso e dopo aver riflettuto seriamente a come avrei potuto proporle, ho lasciato perdere. Da una parte perché, nell’idea di buone maniere c’è una formalità con la quale non vado molto d’accordo, dall’altra perché, i modi che mi venivano in mente, avrebbero, a mio avviso, dato piuttosto voglia di infrangerle che di rispettarle.

Trovo affascinante conoscere con quanta dovizia di dettagli come si dovrebbe apparecchiare la tavola, muoversi in schemi predefiniti che ci evitano le brutte figure. Guardo con ammirazione le persone che conoscono così bene i codici sociali da sembrare proprio a loro agio nel mondo.

Esempio estremo, ho trovato affascinante anche quando a Bali, mi sono stati spiegati gli infiniti rituali che regolano il vivere in società, soprattutto in contesti formali come matrimoni e funerali (dal posto preciso da occupare nello spazio, più in basso rispetto ai più anziani e in un angolo specifico del cortile; dal modo in cui vestirsi, muoversi, agire, con una precisione davvero impressionante). Tutto è scritto e in qualche modo bastava per gli astanti seguire l’etichetta per comportarsi bene, senza doversi preoccupare, come facevo io, ignorante, del da farsi, ed essere così richiamata costantemente all’ordine, con gentilezza materna dai presenti (me con i bambini piccoli, tra l’altro).

Photo by Frederica Diamanta

Ma al di là del fascino antropologico e sociale, mi sfuggiva l’utilità reale, da un punto di vista pedagogico, quando esula da comportamenti rispettosi dell’altro, del materiale, di se stessi e dell’ambiente, non avendo io particolare interesse ad educare dei piccoli soldatini.

Poi un giorno è capitato senza volerlo che, in un momento in cui mi ritrovavo col naso da clown, il personaggio da me interpretato ha ammesso di avere seri problemi con le sedie (come sedersi educatamente a tavola), coi fazzoletti (come soffiarsi il naso senza far schizzi e rumori), coi bicchieri (come bere bevande con oggetti frangibili). Con mio grande stupore, i bambini mi sono venuti incontro, spiegandomi con dovizia di particolari quale fosse il modo corretto di eseguire queste azioni. Insomma, mi hanno fatto una doverosa lezione di buone maniere.

Questo approccio è risultato più consone alla mia natura. Ma poiché arrivato in modo più casuale che voluto, ho accantonato questa esperienza da qualche parte nella memoria. Ciò finché, ieri, non sono capitata su un capitolo del libro “L’autoeducazione” della sempre citata M. Montessori, in cui lei stessa spiega, in modo da me finalmente condivisibile, l’importanza del galateo:

“Lo scopo non è certo di fare del bambino un piccolo e precoce “gentleman”: lo scopo è che egli eserciti i suoi poteri volitivi e metta subito a contatto reciproco gli impulsi con le inibizioni. E’ questa “costruzione” che necessita, non lo scopo da raggiungere esteriormente con tale costruzione”.

Non è quindi l’interesse per l’opinione esterna che importa, e che a me disturbava, ma il processo che si mette in atto quando il bambino, piano piano,

“[…] comincia a rispettare il lavoro altrui; a non strappare di mano agli altri l’oggetto che desidera ma ad attenderlo pazientemente; a camminare senza urtare i compagni, senza pestar loro i piedi, senza rovesciare la tavola; lo fa organizzando la sua volontà e mettendo in equilibrio gli impulsi e le inibizioni. Ciò da luogo appunto all’abitudine alla vita sociale”.

Al di là del fatto che gli esempi da lei portati, hanno dentro anche il rispetto di cui parlavo poc’anzi, posso ora anche ammettere che l’addestramento alle formalità possa trovare posto nell’educazione.

Addestrare la volontà di un bambino, serve ad impedire di crescere bambini sovrastati dall’inibizione, che non sanno affermarsi, sottomessi, essenzialmente senza il fuoco che li porta a realizzare i propri desideri o, al contrario, troppo impulsivi, vittime dei loro stessi desideri primari.

Lo squilibrio tra inibizione e impulso può assumere dimensioni patologiche, ma anche solo quando rimane nell’ambito della “normalità”, può essere un serio impedimento al fiorire dei propri talenti, alla felicità, ad un sereno coabitare con gli altri e con se stessi.

Capisco finalmente mia madre, che mi riprendeva quando spizzicavo dai piatti da portata, prima che ci si sedesse tutti a tavola (lo faccio ancora, ma non lo dite a nessuno)…

Per un terreno fertile

Non in suo nome. Castighi divini e integrità del bambino.

Ero al parco, placidamente seduta su una panchina, mentre qualche gridolino più in là, mio figlio giocava col papà. 

Due cordiali e sorridenti donne mi si avvicinano e mi chiedono di fare due chiacchiere sulla religione. Mi citano passi delle sacre scritture, ci confrontiamo su come il cambiamento climatico altro non sia (per loro) che l’avverarsi della profezia divina. In fondo fin qui ci può stare, modi diversi di interpretare la realtà, di dare un nome alle cose. Poi però si finisce a parlare di educazione. Che i bambini e i genitori non sono più come quelli di una volta. Che le sacre scritture dicono che dall’alto vengono chiare prescrizioni pedagogiche di minaccia e punizione, di vile mescolanza psicoanaliticamente pericolosa tra amore e violenza:

“Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti”. (Ap 3, 19)

foto di Alessio Lin

 “Certo“, mi dice la più giovane, “mica si arriva subito alla sculacciata (ché una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno), prima si prova con la voce grossa, poi si provano varie punizioni, poi se proprio non funziona… perché altrimenti dove andiamo a finire?“.

Andiamo a finire, bella signorina, esattamente dove siamo arrivati.

Andiamo a finire che si creano bambini che imparano che il più forte può farsi valere con la violenza sul più debole. Andiamo a finire che esiste una violenza educativa giusta e una sbagliata, ma che le regole sullo giusto e lo sbagliato le decide sempre il più forte. Si arriva là, dove l’adulto si arroga tutti i diritti, disegnando a suo buon gusto quelli da dare e quelli da ritirare al bambino (cf. Korczak). 

Si arriva in quel posto, dove già in realtà siamo da tempi immemorabili, dove la facilità e l’ignoranza ci portano ad esigere obbedienza, invece che rispetto. 

È questo, per me, uno dei cammini più impervi dell’essere genitore: mantenere la spia sempre accesa sui propri comportamenti. Mio figlio è dipendente da me, ma non è il mio schiavo. Non mi appartiene. È un essere che ha bisogno di me e il mio scopo è quello di accompagnarlo verso l’autonomia. 

Come è vergognoso avvalersi del proprio potere per umiliare una persona anziana indigente o un malato diventato dipendente dal nostro benvolere, altrettanto lo è nei confronti di un bambino, che in più ci ama e ci adora per natura, incondizionatamente.

Non voglio che mio figlio si mostri zelante per paura del castigo. Voglio che non metta le dita nella corrente, perché ha capito che è pericoloso, non perché una voce dall’alto gli dice che è sbagliato. E se l’ha capito ad un anno, a tre è in grado (sempre sotto supervisione, perché la responsabilità resta certamente ancora dell’adulto) di capire che scendendo dal marciapiedi passano le auto, che il forno è bollente e ci si brucia.

Quando vorrei parlare con qualcuno e lui reclama la mia attenzione, posso pazientemente, con la ripetizione, fargli capire che accolgo la sua richiesta, finisco giusto il discorso con terzi e poi sono da lui. Che se sono al telefono se urla non sento. Che dopo una certa ora non si gioca a far rimbalzare le palline in terra, perché magari i vicini di sotto dormono. O si può fare, ma sul tappeto. Che il coltello con la lama lo si usa solo con un adulto perché ci si taglia, ma intanto ci si può esercitare con quello senza seghetta.

“Molto genitori continuano a credere che i figli debbano “imparare ad obbedire”, nonostante  il fatto che questa aspettativa generi quasi sempre “disobbedienza”, sia essa palese o occulta. Questo perché noi recepiamo come offensivo e poco dignitoso il dover obbedire a un ordine quando siamo più che disposti a collaborare. La motivazione che determina la reazione del bambino risulta più facile da capire se la rapportiamo a quella che avrebbe nostra moglie o il nostro datore di lavoro in un’occasione analoga. Quando il nostro capo ci umilia, nel tentativo di salvare il rispetto per noi stessi, diciamo: “Sarebbe bastato che me l’avesse chiesto con gentilezza“. Nessuno si sente a proprio agio quando riceve ordini […]” (J. Juul, Il bambino è competente. )

Trattare i nostri figli come esseri competenti (ricordiamoci che hanno molti più neuroni di noi, cf. Plasticità e neuroni. I neonati sono dei geni), di pari dignità.

Diamo loro l’esempio del rispetto, rispettandoli e rispettando chi ci è intorno.

Non pretendiamo che ci obbediscano in virtù della posizione che occupiamo, abbassiamoci alla loro altezza. 

Le due donne mi hanno salutato cordialmente, come se fossimo arrivate a uno scoglio di difficile scavalcamento, si sono allontanate. Chissà se le mie parole gli hanno lasciato qualcosa o se resto una cliente mancata del regno dei cieli.

Per quanto mi riguarda, non voglio essere ad immagine e somiglianza di dèi che troppo assomigliano al peggiore dei padri. Se non v’è saggezza nel creatore, preferisco assomigliare a un dio che ha i connotati di un bambino: pieno di speranza, cooperazione, voglia di imparare, programmato per essere una splendida creatura partecipe e guardiano attivo e responsabile del suo bel pianeta terra.

Per un terreno fertile

Korczak. Il diritto del bambino ad essere amato.

Sapeva che sarebbero venuti.

Per l’occasione, fece rammendare i loro abiti migliori. Fece aggiustare strumenti, giocattoli, i loro oggetti di valore. Il giorno del loro arrivo, i bambini della Casa dell’Orfano erano vestiti di tutto punto. Disse ai soldati dell’esercito nazista di lasciare indietro i cani latranti, che avrebbero spaventato i suoi allievi. Disse loro di non usare violenza, perché li avrebbero seguiti senza opporre resistenza. Quel giorno le strade del ghetto di Varsavia si riempirono del suono degli strumenti di un ordinato corteo di bambini bellissimi. La dignità che emanavano furiosamente e la ferita che lasciarono aperta negli occhi di chi li vide, non dovette essere estranea alla rivolta del ghetto del 18 gennaio 1943, cinque mesi dopo.

Arrivati ai binari dove il treno per il campo di sterminio di Treblinka li attendeva, narra la leggenda, un soldato nazista si avvicinò al maestro e gli disse: “Lei no, signor Goldszmit, Lei è stato il mio insegnante all’università, Lei non deve salire sul treno”.

Si tramanda che lui rispose: “S’è forse mai vista una madre che lascia i figli ad uno sconosciuto? Questi 200 bambini, sono i miei bambini”.

E salì con loro. Fine della storia.

Comincio dalla fine, perché qui più che mai altrove, le parole si tramutano in atto d’amore. Korczak (pseudonimo di Goldszmit) lo diceva, non ci si può occupare di un bambino se non lo si ama. 

Amarli sempre e comunque, anche se sono delinquenti: “Create per loro le condizioni affinché possano diventare migliori” (Korczak, Il diritto del bambino al rispetto).

Non li si ama, se non li si considera in tutta la loro dignità di esseri umani.

Non li si ama, se non li si rispetta: 

rispetto per la loro ignoranza, 

per la loro laboriosa ricerca del sapere, 

per i loro fallimenti e le loro lacrime. 

Rispetto per i loro averi. 

Per i misteri e gli scossoni del duro lavoro del crescere. 

Rispetto per i minuti del tempo presente, per ogni minuto che passa, perch’esso morirà e non tornerà più (“ferito, sanguinerà, assassinato, tornerà a tormentare le vostre notti” in Il diritto del bambino al rispetto).

Il rispetto ad avere dei segreti. 

Ad essere quello che essi sono.

La sue parole, la sua storia, sono insegnamenti che affondano radici molto più profonde della banale ricerca di un metodo che funzioni per ottenere figli ubbidienti, bravi e buoni. Vanno a scardinare, come era già successo in me con le parole di Montessori e Juul, la macchina educativa infernale di oggi e di sempre.

Non si tratta di trovare la strategia che pur tratti con gentilezza il bambino, non siamo in guerra. Si tratta di andare a ripulire noi stessi, in fondo a noi stessi liberarci di tutte le limitazioni che ci impediscono di considerare il bambino per quello che è, col rispetto che merita.

“Impara a conoscere te stesso prima di pretendere di conoscere i bambini. Misura i limiti delle tue capacità, prima di fissare quelli dei diritti dei bambini” (Come amare il bambino)

Purtroppo viviamo in un’epoca (ce n’è mai stata una migliore?) in cui affermare semplicemente “col rispetto che merita un essere umano”, non vuol dire molto. Questa è l’epoca nella quale si fanno leggi che rendono reato salvare un naufrago in mare. Nella quale si considera buona cosa avere un’arma nel cassetto, che non si sa mai.

“E’ inammissibile lasciare il mondo nello stato in cui l’abbiamo trovato” (1937)

Come al solito, la vera riflessione pedagogica diventa politica, abbraccia tutto il sistema, non può arrestarsi al cambiamento di un paradigma, ignorando gli altri. Come un’ennesima riforma della scuola, cinta da mura alte. E la società fuori, indenne, impermeabile. Senza macchia di responsabilità.

“Facciamo un bilancio: qual è la parte del PIL che dovrebbe tornare al bambino?” Il diritto del bambino al rispetto

Ma no, il bambino non le paga le tasse.

Eppure nasce col suo bel debito “pro capite”.

“Gli facciamo portare il fardello dei suoi doveri di uomo di domani senza accordargli i suoi diritti d’uomo di oggi”. Come amare il bambino

Nel luglio del 1942, il maestro Korczak invitò la collega Esther a mettere in scena coi bambini della Casa dell’Orfano l’opera “Dak Ghar” (l’ufficio postale) di Rabindranath Tagore. Perché proprio quel testo? Esther faceva resistenza, c’erano tante opere più adatte ai loro protetti. Perché lavorare sulla storia di un giovane con una malattia inguaribile che, chiuso in una stanza, riesce, col potere della sua mente e della sua fantasia, a superare l’angoscia del suo destino?

Il diritto del bambino ad essere amato
foto di Janko Ferlic

Perché tre settimane dopo, i nazisti sarebbero venuti a prenderli per l’ultimo viaggio. Korczak lo sapeva, perché i nazisti stessi l’avevano esortato ad andare via, avvertendolo della loro incombente operazione.

Il suo compito di maestro era in quel momento di prepararli alla morte inevitabile. 

Qual è il compito di un educatore, se non quello di preparare il bambino al suo avvenire?

Al suo, non a quello ipotetico di decenni fa.

I programmi che prepariamo per i nostri bambini sono davvero pensati per loro? 

Sono adatti al loro cuore e alla società che troveranno?

Coltivare la felicità, il senso etico, coltivare la terra, preservare l’anima del bambino e del mondo. Andare avanti spinti dai valori, dall’immagine del mondo che vorremmo per loro, non da un esorabile lasciar-fare, lasciar-dire, lasciar distruggere. Se smettiamo di commuoverci per un essere umano che muore, se smettiamo di sovrapporre empaticamente nostro figlio con un qualsiasi altro fanciullo che soffre, significa che dobbiamo urgentemente fermarci e ricominciare da noi stessi. Adesso. Perché oggi è già ieri e ieri abbiamo già sentito e risentito il silenzio della desolazione dopo la devastazione della violenza.

“Il nostro legame più forte con la vita è il sorriso schietto e radioso di un bambino”.

Per un terreno fertile

Pensiero magico. Sulle ali della creatività, boa per l’autostima.

Credono che se le cose accadono, è perché le hanno desiderate. Se la prendono con la sedia contro la quale hanno sbattuto perché le ha fatto lo sgambetto. Usano insalatiere come castelli e pezzi di pane come treni a vapore. Guariscono tutti i mali del mondo con un bacino. Conoscono la storia dell’origine del mondo, anche se poi se la scordano e ti chiedono di raccontarla. Ti raccontano bugie pur di salvare una rana dal nubifragio in una tazzina vuota. Li avete riconosciuti?

Aggiungere un posto a tavola all’amico immaginario dei nostri pargoletti, non è solo una questione di educazione (I diritti dell’amico immaginario), accogliere tutte quelle stranezze inventive, è proprio un modo di accettare il mondo magico che i nostri bambini ci offrono su un piatto di fiori, di farne entrare un pezzetto nella nostra vita dominata dal pensiero logico-razionale.

Il pensiero magico è una fase di sviluppo dell’essere umano, durante la quale il piccolo vive, come la descrive Freud con le parole di Sara Zanotto “un’onnipotenza dei pensieri: una fase eroica, fiduciosa oltre ogni misura nelle proprie incipienti capacità“. E’ un momento fondamentale per il bambino, che riempie le proprie lacune conoscitive, desideri irrealizzati, l’ignoto del mondo, le sue paure, angosce irrisolte, il brutto lo sporco e il cattivo, con poetiche appropriazioni della realtà, in un intessersi tra dentro e fuori, realtà e fantasia, logica e magia:

Il pensiero magico non è qualcosa di confuso, folle, separato dal mondo, è una forma di intelligenza commisurata all’età, che permette ai bambini di essere creativamente attivi e di strutturare, comprendere e spiegare a se stessi, il mondo che li circonda. ” (Sara Zanotto)

Il bambino è egocentrico e onnipotente. Queste sono le caratteristiche di uno stadio straordinario grazie al quale, malgrado le mancanze conoscitive del mondo e la sua dipendenza dall’adulto (la sua generale posizione di fragilità), il bambino può coltivare l’autostima, imparare a gestire le proprie emozioni, dare risposte sempre più logiche agli interrogativi del vivere, in un modo fluido.

Il bambino è così egocentrico e onnipotente che, grazie allo scudo del pensiero magico, riesce a fare resistenza a tutti gli insulti giornalieri alla sua autostima, nonostante tutte le attività che vorrebbe fare, ma che ancora non gli riescono, l’esser trattato come inferiore, incapace, incompetente (Cf. Il bambino è competente.), il dogma dell’obbedienza che deve agli adulti.

Guai se non fosse così.

Il bambino crede che gli altri vivano per lui, al suo servizio. Grazie a questa credenza può crescere fiducioso, costruire il suo Sé e accettare, pian piano, i limiti che gli verranno preposti, per scindere senza scossoni se stesso dalle sue figure di attaccamento, adeguarsi, rassegnarsi alla separazione.

Nutrire l’illusione che la mamma sia ancora una parte di sé, anche fuori dal ventre, accogliendo ad esempio le richieste di allattamento senza compromessi, permette al bambino di formare la sua personalità, di maturare in lui il sentimento di essere adeguato, di coltivare sicurezza. Questa sicurezza permetterà in una fase successiva di vedersi limitare, gradatamente e senza traumi, questa libertà; di scoprire che c’è un Io e c’è un altro, da rispettare, rispettandosi.

Ad un certo punto questi limiti sono certamente da porre (qui però non faccio riferimento all’allattamento, che è storia personale tra mamma e bambino). Non farlo, ci fa correre il rischio di crescere figli incapaci di relazionarsi all’altro, adulti egocentrici e paranoici. Averlo fatto troppo presto o in modo irrispettoso dei suoi bisogni, di crescere adulti inibiti, insicuri, inadeguati.

Il compito attuale della madre è quello di disilludere gradualmente il bambino, ma essa non ha speranze di riuscire a meno che non sia stata capace da principio, di fornire sufficiente capacità d’illusione […]. L’area intermedia a cui io mi riferisco è l’area che è consentita al bambino tra la sua creatività primaria e la percezione oggettiva basata sulla prova della realtà. (D. Winnicott)

In quest’area intermedia svolazza il pensiero magico, imbrigliandosi con quello logico-razionale. Compenetrando i due pensieri, il bambino ci narra di un mondo dove tutto è possibile.

Frequentare queste personcine, permette all’adulto di riconnettersi con il magico, il creativo. Allentare la cintura di una logica che nei suoi eccessi di cecità, si perde tutto il bello della vita. Perché senza questo spazio di libertà da coltivare, non c’è arte, non c’è gioco, non c’è innovazione.

Mark Twain ce lo diceva :

“Non sapevano che fosse impossibile, allora l’hanno fatto”.

Semi di meraviglia: parole al vento

Ci sono ancora.

Quest’anno sto scrivendo proprio poco. Il tempo per condividere mi manca sempre più, eppure ho avuto un’accelerazione nell’apprendimento grazie a fatti contingenti quali la collaborazione con una scuola materna montessoriana, la ricerca per questi bambini di un approccio pedagogico che confacesse ad entrambi, la scoperta del gioco destrutturato, la richiesta di alcune associazioni di proporre il mio lavoro ai loro bambini, la formazione in linea con Paolo Mai sull’educazione in natura e i tre giorni di osservazione e condivisione nell’asilo del bosco di Ostia Antica, ricerche sulla gioia (gioia di vivere, gioia di imparare, gioia di educare), approfondimenti e letture a non finire (grazie anche alla collana sul Metodo Montessori uscita quest’anno, che ha riempito il mio scaffale di innumerevoli “da leggere”, e il mio comodino di “letti”).

Questa vastità di materiali mi esalta più che darmi ansia, ma mi risulta più difficile convogliare le mie letture nei post per un diverso approccio mentale che dall’assorbimento porti alla produzione. Ho qualche post comunque in cantiere. Appena riesco, mi metto all’opera.

Ecco, se ci fosse in etere qualcuno che mi seguisse e si stesse chiedendo che fine abbia fatto o semmai codesto blog abbia esaurito il suo tempo, volevo giusto rispondere che no, più che esaurito, è in fase di digestione.

A presto.

Libri meravigliosi

La mela e la farfalla

Di una semplicità direi quasi disarmante “la mela e la farfalla”. Una semplicità diretta, intelligente, poetica, che dà spazio al lettore e alla meraviglia. Un libro senza testo che racconta il ciclo della vita, delle stagioni. Enzo e Iela Mari lo pubblicano negli anni Sessanta, ma non smette di essere edito in tanti paesi, con un immutato successo.

“La mela e la farfalla” di Iela e Enzo Mari

Non c’è molto da dire, perché tutto è già nel libro, nelle linee e colori netti ma non banali.

Poche righe, ma ci tenevo a metterlo nella bacheca dei libri che destano in me meraviglia.

Un invito a condividerlo coi vostri piccoli. Dai due anni e mezzo.

”La mela e la farfalla” di Iela e Enzo Mari