Semi di meraviglia: la lettura

I suoi primi libri.

Vorrei che mio figlio amasse i libri.
Per me sono stati fonte di emancipazione, compagni nella solitudine, oggetti amici che mi hanno permesso di conoscere persone, luoghi, pensieri formidabili e altrimenti difficilmente tutti afferrabili in una vita sola.
Leggere un libro è un atto di fede.
È la spina che si stacca dal qui e ora per connetterci con il nostro senso immaginativo più profondo, stimolato da parole che non ci appartengono ma che diventano nostre, nostre le immagini, nostri i personaggi, le idee. Un’avventura spesso ardua perché ogni volta che si chiude il libro per una pausa, una distrazione, la vita vera che chiama, il tempo per riaprirlo potrebbe non tornare più. Quanti libri iniziati e mai finiti perché ormai il “suo tempo” era passato. Quanti libri rimasti su uno scaffale a collezionare polvere, che sono poi diventati magicamente il libro giusto al momento giusto anni dopo.
Oggi è più difficile. Più raro. Mi accorgo che con l’abitudine alla facilità e rapidità date da internet, i miei tempi di concentrazione si riducono. I libri restano vecchi amici che sempre più spolvero come vecchie foto. Ne compro ancora, convulsamente, forse perché ricordo tutte le emozioni del viaggio nella lettura e il senso di pienezza e nostalgia quando si arriva alla fine di un libro che ho amato, quando rallento la lettura nelle ultime pagine perché non voglio separarmi dai personaggi conosciuti o dal modo di narrare dello scrittore, quando cerco di farlo leggere alle persone che amo augurandogli che possano vivere lo stesso mio piacere.
Amare l’oggetto libro e non avere paura di intraprendere il viaggio della lettura è un cappello del mago per la fantasia e la curiosità.
Per questo vorrei che mio figlio potesse attingere a questo serbatoio infinito di possibilità, mettendo senza paura le sue dita da mago in questo buco nero.

Casa nostra è piena di libri, glieli lascio toccare da sempre, facendo attenzione a che non si tagli, tacendo l’urlo di Munch che mi viene da dentro quando strappa una pagina con le sue manine pacioccone.

E poi ci sono i libri per neonati. Il suo primo, che ho cominciato ad usare da quasi subito, è un libricciolo di tessuto soffice comprato in un mercatino.

 

Ci è piaciuto sfogliarlo insieme inventando storie con i personaggi morbidosi che ci sono dentro, tirare le antenne della lumaca, accarezzare le orecchie dell’asino, mangiucchiare e agitare il cerchietto con le palline colorate. Lo ho sorpreso più di una volta in silenzio contemplativo a guardarsi nello specchio deformante, in questa prima stupenda contemplazione solitaria di se stesso dentro al libro.

Verso i sette mesi è stata la volta di Prot. Ci siamo divertiti a riprodurre le onomatopee dei rumori del corpo; da subito è stato particolarmente attirato dai colori, dalla materia liscia della carta, impara a girare le pagine e mi ascolta raccontare storie. Col volgere dei mesi evolveremo insieme verso il senso delle parole, la ripetizione, la favola. Per il momento è un nostro rumoroso quadratino di condivisione senza logica, da ritagliarci insieme quando ci annoiamo.

A sette mesi è anche arrivato “Dov’è il mio scoiattolo?“. Poiché una delle attività più amate dal mio bimbo è di grattare, questo libro gli permette di dare libero sfogo alla sua passione grattereccia su diverse superfici. Il ruvido e il crespo gli provocano la bocca a cuoricino (alto grado di concentrazione), il soffice gli ha rubato più di una volta una di quelle risate estemporanee bisillabiche (eh-eh) che esprimono sorpresa mista a piacere (credo, perché quando è sorpresa mista a curiosità di solito è più un grido monosillabico di numerose “o” senza h, espettorate con determinazione).

E poi ci sono i libri con CD di filastrocche e canzoni che ci hanno regalato gli amici francesi. Le ascoltiamo e sfogliamo insieme o invento gesti ripetitivi per accompagnarle. Ma sono forse ancora un po’ complesse per lui, siamo ben lontani dagli occhioni grandi che mi fa quando sente arrivare le classiche canzoncine “Stella stellina”, “Sedia sediola” e “Les petites marionnettes”. Provocano in lui quei sorrisi sdentati disarmanti per i quali butto al secchio l’ultimo strascico di antico pudore da teatrante e mi cimento nella più demenziale forma di imitazione pacchiana della mucca e della chioccia. Gli animali in questione mi perdonino, lo faccio con amore.

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