Per un terreno fertile

Ti amo, mamma pelosetta

Metti una scimmietta separata dalla sua mamma in una gabbietta. Metti da una parte una fredda macchina che distribuisce latte da un biberon e dall’altra un morbido peluche peloso.

scimmietta_o_biberon

Il crudele Harry Frederick Harlow provò negli anni Sessanta che la scimmietta, al cibo, preferisce la sensazione di pseudo-calore fornitagli dal peluche.

Che sia di conforto a quelle mamme che si sentono denigrate nel loro ruolo di madre allattante, ridotte dal loro vorace neonato a giganti mammelle gambo-munite.

Vostro figlio vuole voi. Prima di tutto. Il vostro calore e le vostre pelosità protettive. Molto di più che l’adorato seno.

A partire dagli orribili esperimenti perpetrati da questo ricercatore, che in nessun modo avvallo eticamente, altri studiosi hanno proseguito nello studio sull’importanza delle figure di riferimento per i neonati, avanzando la teoria dell’attaccamento.

Secondo questa teoria, il dottor Bowlby in Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, grato anche ai lavori dell’etologo Konrad Lorenz, differenzia cinque competenze innate che permettono al bambino di creare un legame di attaccamento con la madre:

  • La suzione (tettare);
  • La capacità di aggrapparsi (riflesso di prensione);
  • La capacità di piangere;
  • La capacità di sorridere;
  • La capacità di seguire con lo sguardo.

Sono le competenze offerte direttamente dalla natura per sviluppare la prima relazione solida con la sua caregiver, la sua “figura di riferimento” (naturalmente la madre, ma in mancanza di essa, altre figure sono possibili). 

Se nei primi mesi, il neonato fa riferimento essenzialmente alla sua caregiver primaria, passati i sei mesi, comincia ad includere altre persone che hanno meritato questo statuto fornendogli una presenza stabile e duratura. Dopo i due anni, i bambini cominciano ad utilizzare le loro figure di attaccamento (generalmente la cerchia familiare) come una base sicura a partire dalla quale potranno esplorare il mondo, allontanarsi sicuri sapendo che potranno tornare.

La psicologa Mary Ainsworth, tra gli anni Sessanta e Settanta, definisce tre schemi, al quale se ne aggiungerà successivamente un quarto: lo schema di attaccamento sicuro, quello ansioso, quello evitante e infine quello disorganizzato.

Senza entrare nel dettaglio, questi schemi evidenziano il comportamento di un bambino confrontato alla separazione dalle sue figure di riferimento. Ad esempio, un bambino che ha sviluppato uno schema di adattamento sicuro, dimostra sconforto al momento della separazione, ma torna a giocare serenamente poco dopo, manifestando però grande gioia con il ritorno delle figure di attaccamento.

Affinché si realizzi questo schema ottimale, il bambino deve aver acquisito la certezza di poter contare sull’amore incondizionato dei caregiver, che ci saranno sempre e comunque nel momento del bisogno. 

Queste ricerche sembrano appoggiare il punto di vista che d’istinto mi sento di sposare (mi manca l’esperienza personale a lungo termine per esserne certa), ossia quello che i cuccioli non “prendono il visfondo scimmiettazio”, né diventano irrimediabilmente dipendenti, se li teniamo in braccio ogni volta che ne comunicano il desiderio, se li cresciamo ad “alto contatto” (allattando, tenendoli spesso addosso, rispondendo ai loro pianti e ai loro sorrisi – assecondando dunque le cinque competenze innate sovraccitate), affinché si crei quel legame di attaccamento sicuro che gli permetterà poi di affrontare il mondo in modo autonomo.

Un bel cambio di prospettiva, che ci permette di guardare con una lente nuova i momenti in cui il bambino ci chiama ancora e ancora e ancora e ancora, per motivi che ci appaiono irrilevanti, avendolo già nutrito.

Non ha fame, non fa i capricci, no.

Sta verificando ancora e ancora e ancora e ancora se è proprio vero che può contare su di noi, se è proprio vero che ci saremo sempre quando ne ha e avrà bisogno. Ossia, adesso.

E adesso. E adesso. E adesso, e adesso, e adesso e adesso e adesso e adesso e adesso ………… …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. ……………………………………………………………………………………………………….. e adesso?

2 risposte a "Ti amo, mamma pelosetta"

  1. Fantastico articolo, che mi trova d’accordo su tutta la linea.i bimbi non fanno i capricci,esprimono bisogni, non sono viziati, sono le aspettative dei grandi che non sono realistiche ed il posto dei bimbi è in braccio alle mamme. viva l’ alto contatto che li renderà più sicuri di sé perché sapranno di poter contare sugli altri e sulla mamma in primis, nel momento del bisogno

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