Semi di meraviglia: parole al vento

Ho bisogno di silenzio per parlarti.

Sono tornata in Italia per le vacanze di Natale. E come ad ogni rientro, ritrovo le solite abitudini audiovisive della TV onnipresente in case, locali, ristoranti, persino nella metro. Della radio a volume poderoso nelle automobili e autobus. Prepotenza di decibel. Mi accorgo solo in questi momenti del mio fortissimo bisogno di silenzio, di ascoltare la voce umana del mio prossimo, qui presente, senza interferenze. Sarà certo un mio limite, ma mi chiedo come tutti questi stimoli non influenzino l’umore delle persone.

Postman diceva che siamo passati dall’Era dell’Esposizione, territorio della civiltà alfabetica, a quella dello Spettacolo. Come si legge in “Lingua e società nell’era globale” di Massimo Arcangeli, è finita l’epoca del discorso lineare, consequenziale, nel quale i silenzi facevano parte dell’elaborazione cognitiva, ma siamo precipitati nel

discorso pubblico frammentario e impermanente, superficiale e incoerente, un discorso che non può più concedere nulla ai vuoti e li riempie così di cose inutili o irrilevanti, fino a trasformare, con l’avvento della televisione, quell’iniziale sensazione di disagio nei confronti della momentanea sospensione della parola in un vero e proprio horror vacui. Perché la televisione, com’è risaputo, teme mortalmente il silenzio, non può consentirsi di lasciare spazio a lunghe pause di riflessione che, per la loro stessa natura, mal s’accordano con la logica dell’intrattenimento spettacolare“.

Ma almeno noi sì, si ha ancora la libertà di spegnere la televisione. Possiamo attraversare questo silenzio che ci terrorizza, ci intristisce, ci mette davanti a noi stessi, alle nostre paure e solitudini. Possiamo accorgerci che rompere un silenzio per parlarci, ha una valenza diversa dal nuotare tra le parole di disturbi acustici terzi. Che restare in silenzio, superato il disagio che svela altri disagi, diventa un modo per essere più vicini, per scambiarsi silenziosi segreti e intime quotidianità, senza coprirle di rumori.

Sempre di più, in scena come nella vita, diffido da ciò che è spettacolare. Questa ridondanza dell’informazione, in rete come in tv, “che rende indistinguibile il vero dal falso, ciò che è importante dall’irrilevante” mi innervosisce. Ciò che “vernicia ogni dato con la vischiosa patina dell’entertainment che rende tutto uguale, omogeneo, fuso in un unico clima fintamente lieto” mi ributta.

Da anni vivo quasi del tutto senza supermercati, senza centri commerciali, senza tv, cerco di schivare le aggressioni pubblicitarie cittadine come posso e, grazie allo stile di vita che conduco, sono tendenzialmente lontana da questo bombardamento.

Non ci sono (più) abituata.

Sono qui da poche ore e sono già mentalmente esausta, inondata da informazioni a cui si dà la stessa valenza, qualsiasi esse siano: i 200 morti nelle Filippine, informazione letta di sfuggita sul display del centro commerciale, con in sovrimpressione le immagini di non so che prodotto, mentre faccio la fila per pagare, si mischia ad una babbo natale magrissima col trucco disfatto che mi guarda triste, che si confonde a sua volta con la musichetta della promozione di Natale, senza contare le lucette e le pubblicità ammiccanti, il signore in terra col freddo che chiede i soldi all’uscita, la signora che più che parlare grida al telefono come volesse farmi sapere proprio tutto della sua vita privata, il ragazzo che cammina guardando lo schermo del suo cellulare.

Resta giusto lo spazio per scambiarci due parole pratiche tra noi, sul dove si va e sul cosa si ha da fa’.

Non vedo l’ora che venga stasera il momento di allattare, di ritrovarmi nella calma di quel momento di verità, in quel silenzio fatto di sguardi e di assensi secolari che mi fanno ritrovare il senso delle cose. Essenziali. Intime. Nella penombra.

 

 

4 risposte a "Ho bisogno di silenzio per parlarti."

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