Per un terreno fertile

TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze

Lo so che nella società attuale la televisione è talmente radicata nelle abitudini di vita, che ogni attacco contro di essa genera maldicenze e tentativi di ridicolizzazione (“Ma dai, adesso la tv è il diavolo!“, “Ci siamo cresciuti davanti anche noi, siamo finiti tutti lobotomizzati e psicopatici!“, “E dire che sei andata pure all’università con tutta la tv che hai visto, sei un genio!“, “Mamma mia quanto sei estremista, e rilassati un po’!” e via dicendo). E infatti me ne guardo bene di esprimere la mia opinione in proposito, tranne quando sono obbligata a rispondere a coloro che criticano la mia scelta di non averla, o di voler preservare mio figlio (spero almeno) fino ai tre anni. Nell’articolo “Spegni la TV, preserva la Meraviglia.“, ho cercato di esporre nel modo più completo possibile il punto di vista di Serge Tisseron, psichiatra infantile.

Oggi cambio punto di vista, servendomi delle osservazioni presentate essenzialmente da Michel Desmurget, ricercatore specializzato in neuroscienze cognitive. Le sue parole sono state, per la semplicità di esposizione, estremamente illuminanti. Purtroppo il suo libro “TV Lobotomie : La vérité scientifique sur les effets de la télévision” (TV lobotomia: La verità scientifica sugli effetti della televisione) non è stato tradotto in italiano.

Mi concentro in questo articolo sulla violenza provocata dall’esposizione costante alla televisione. Desmurget non ci gira tanto intorno, dicendoci che “C’è una probabilità uguale a zero che l’esposizione alle immagini violente non ci renda violenti“, questo non significa certamente che dopo aver visto un film violento, siamo tutti portati ad andare a tagliare teste con una motosega, ma che il nostro livello di aggressività è portato a crescere e ciò può manifestarsi da un semplice aumento dello stress, al nervosismo verbale, via via verso reazioni più forti. In una sua conferenza visionabile per intero qui, questo ricercatore mette in situazione i presenti in sala mostrando due minuti di immagini estremamente violente, prese dalla televisione. Un concentrato usato per aumentare il livello di consapevolezza degli spettatori, ma questo non toglie che, secondo le statistiche, il 60 percento delle trasmissioni contiene atti di violenza. Uno spettatore medio è esposto in media a circa 2600 crimini e 13000 atti di violenza all’anno.

Nei film, i personaggi positivi sono spesso i più forti di tutti, dopo aver subìto mazzate che nemmeno l’incredibile Hulk, Rocky sale la mitica scalinata ululando il nome della sua amata, senza gravi conseguenze. L’immagine della violenza giustificata, del “più forte e del più bello”, del “tanto son due graffi e via”, del “non piango mica come una femminuccia o un pappamolle” è inneggiata creando il mito del bad good boy.

Certi psichiatri, magari che se la fanno con l’industria del settore, parlano di catarsi: essere esposti a tanta violenza, ci purifica dal desiderio di farne a nostra volta.

La scienza ci dice che la probabilità che un bambino esposto a queste immagini da adulto picchi sua moglie, aumenta di tre volte.

Ma come fanno a dirlo? Studiano, sperimentano, mettono a confronto.

L’Accademia Americana di Pediatria scrive nella rivista “Pediatrics” nel 2001:

“Più di 3500 lavori di ricerca hanno esaminato l’associazione che lega violenza mediatica e comportamenti violenti: tutti, ad eccezione di 18, hanno mostrato una relazione positiva”.

I 18 studi che fanno eccezione non hanno mostrato il contrario, ma, semplicemente, la loro analisi non era concludente e che non potevano quindi trarne conclusioni scientificamente accettabili.

Desmurget cita anche, per portare alcuni esempi del modus operandi dei ricercatori, un esperimento effettuato su degli adolescenti: gli studi mostrano che esporre un gruppo di ragazzi ad un film violento prima di una partita di hockey, alzerà percentualmente i falli  perpetrati durante il gioco. Questo per quanto concerne gli effetti a breve termine.

Più difficili da studiare sono certamente quelli a lungo termine, ma anche in questo caso, per gli amanti delle cifre, ci sono statistiche alla mano: un’ora di programmi violenti al giorno (si includono qui anche il football americano e i cartoni animati apparentemente innocui come Spiderman) alla scuola materna, moltiplica per quattro la probabilità che il bambino abbia comportamenti asociali alle elementari (propensione a dire bugie, imbrogliare, rispondere male agli insegnanti, rompere materiale scolastico, etc.). Questo studio specifico non prende in considerazione direttamente gli atti di bullismo e i disturbi del comportamento, studiati invece da altri.

 

L’assuefazione è uno dei fattori più pericolosi di questa costante esposizione alla violenza: come per un profumo molto forte, che all’inizio percepiamo intensamente ma che dopo pochi minuti si affievolisce fino a sparire, il cervello opera nello stesso modo di fronte alle visone continua di aggressioni: le spie che dovrebbero accendersi di fronte a questi avvenimenti smette di funzionare e purtroppo il nostro cervello non fa tanta differenza tra un atto visto in un film, al telegiornale o dal vivo.

Non posso preservare in eterno mio figlio. Ma ho la responsabilità come genitore e come educatrice di proteggerlo il più a lungo possibile da questi attacchi. Sperando che quando sarà in grado di scegliere cosa guardare, abbia acquisito le competenze per gestire il meglio possibile tali informazioni.

È chiaro che la televisione non è il solo fattore che entra in gioco, è chiaro che il fattore socio-culturale, le esperienze vissute, tutti gli altri parametri di sviluppo equilibrato di un bambino completano il quadro e hanno un’influenza maggiore della tv. Ma il messaggio che vuole far passare Desmurget è che il fattore televisione esiste e pesa. Nonostante i sorrisi di scherno e il voler sdrammatizzare, ha un suo peso che dovremmo smettere di sminuire.

Ma perché, allora, tanta violenza in televisione? Ignoranza? Magari.

La televisione non è uno spazio culturale. È uno spazio di divertimento e commerciale. Lo scopo della tv, e lo dice chiaramente nel 2004 Patrick Le Lay, un responsabile della televisione francese TF1:

Siamo realisti: alla base, il mestiere di TF1, è di aiutare Coca-Cola, per esempio, a vendere il suo prodotto […]. Ora, affinché un messaggio pubblicitario venga percepito, bisogna che il cervello del telespettatore sia disponibile. Le nostre trasmissioni hanno per vocazione di renderlo disponibile: ossia, di divertirlo, di rilassarlo per prepararlo tra due messaggi. Quello che vendiamo a Coca-Cola, è un tempo nel quale il cervello umano è disponibile“.

E la violenza? Le neuroscienze ci insegnano che il cervello umano, in un momento di pericolo, stress, paura, ansia è programmato per assimilare a lungo termine l’informazione, per evitarla in futuro. Quale migliore disponibilità cerebrale, tra un atto di violenza e l’altro, per impregnare bene nella corteccia il nome di un prodotto commerciale?

 

2 thoughts on “TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze

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