Per un terreno fertile

TV e difficoltà di concentrazione

Ma perché la televisione dovrebbe causare difficoltà nel mantenere viva la concentrazione, quando è evidente che un bimbo anche piccolissimo messo davanti allo schermo può rimanere per ore assorbito dalle immagini?

Una risposta che mi sembra convincente ce la dà Michel Desmurget, ricercatore in neuroscienze, i cui contenuti mi sono serviti come base per scrivere altri due articoli sugli effetti del televisore (TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze e TV e sviluppo cognitivo: cosa dicono le neuroscienze). L’essere umano è dotato di due tipi di attenzione:

  1. Il primo, che gli arriva come kit di sopravvivenza alla nascita, è involontario, attivato dal flusso degli stimoli esterni, indipendentemente dall’esperienza. Desmurget lo chiama in francese “attention captée“, che tradurrei con “attenzione catturata”: è quella che ha un mollusco, o qualsiasi altro essere vivente, quando si gira ad esempio verso un’improvvisa fonte di luce. Questo tipo di attenzione è episodica, ha un’importanza fondamentale per farci accorgere di un pericolo, di un elemento nuovo che entra nel nostro raggio di azione (cibo? pericolo?).
  2. L’altro tipo è l’attenzione “dirigée” (direzionata): in questo caso è il cervello che organizza l’insieme delle sue risorse per svolgere un compito preciso. Desmurget la descrive come:

la colonna vertebrale dell’intelligenza. Senza attenzione non v’è nulla che funzioni. È come un direttore d’orchestra“.

Essa controlla le informazioni che entrano e le filtra selezionando solo ciò che gli interessa, inibendo le interferenze.  Questa competenza non è innata, si impara attraverso il gioco, la lettura, lo sport, la meditazione, gli scacchi. Tantissime attività permettono di svilupparla naturalmente.

Quando un bambino viene messo in prossimità della televisione, si attiva il primo tipo di attenzione. Non a caso, un bambino che guarda la TV prima di andare a scuola, arriverà in classe già stanco, perché avrà utilizzato per un periodo prolungato delle risorse che gli dovrebbero servire con tempi e modalità diversi.

Quando si parla di problemi di attenzione, si fa evidentemente riferimento al secondo tipo, la cui acquisizione viene ostacolata dalla TV. Secondo le statistiche proposte da Frederick J. Zimmerman e Dimitri A. Christakis, nell’articolo di Pediatrics del 2007 Associations between content types of early media exposure 
and subsequent attentional problems”:

  • un’ora di TV al giorno a tre anni, moltiplica per due la probabilità di avere difficoltà di concentrazione a otto anni;
  • un’ora di TV al giorno tra i 5 e gli 11 anni, aumenta ancora del 50%, sommandosi al dato precedente, la probabilità di avere problemi dell’attenzione a 13 anni;
  • un’ora al giorno a 14 anni, aumenta ancora del 44% il rischio di avere questa difficoltà a 16 anni.
  • Avere difficoltà a mantenere l’attenzione a 16 anni moltiplica per 4 il rischio di andare male a scuola.

Certamente si parla di statistiche, certamente la loro realizzazione dipende da un incrociarsi di diversi fattori, tra cui quello socio-culturale, che ha una sua fortissima valenza. Ma è importante capire che queste conseguenze sono valide indipendentemente dal programma televisivo scelto, e come dicevo già nell’articolo TV e sviluppo cognitivo: cosa dicono le neuroscienze, non dipendono soltanto dal fatto che l’attenzione sia carpita in modo passivo dallo schermo, ma anche dal fatto che si tratta di tempo rubato ad altre attività fondamentali per il suo sviluppo.  Questo vale ugualmente per il tempo che ad esempio i genitori, fratelli o sorelle, avrebbero potuto passare insieme ad interagire, e che si risolvono in una visione passiva dello schermo, durante il quale nessun fenomeno cerebrale importante per lo sviluppo cognitivo viene attivato. A questo proposito Desmurget spiega come per imparare a parlare, il bambino non possa fare economia dell’interazione con l’altro. Due aree sarebbero infatti impiegate affinché il processo vada a buon termine: l’area di Wernicke, che ci permette di capire quello che ci viene detto, e l’area di Broca, che ci permette di formulare la parola. BrocaWernickeQueste due aree sono connesse e per la produzione del linguaggio è indispensabile il coinvolgimento di entrambe. Per questo, non è utile esporre un bambino sotto i tre anni  alla televisione, sperando che impari a parlare. A supporto di questa teoria, cito l’esempio di una mamma sordomuta, la cui figlia era stata messa a lungo davanti alla TV per ovviare alla sua impossibilità di trasmissione della parola, ma che, nonostante la buona volontà, non aveva imparato nemmeno una parola.

Ci sono secondo me due elementi che aumentano la tendenza all’esposizione alla televisione (oltre al comprensibile bisogno di un genitore di conquistarsi un po’ di libertà, occupando il proprio inarrestabile bimbo davanti allo schermo) e che potrebbero essere forse affrontati diversamente: la paura della noia e della solitudine.

Si sta completamente perdendo di vista l’importanza fondamentale della noia creativa, quella noia durante la quale il bambino comincia ad inventarsi delle storie, stimola e costruisce le basi del proprio immaginario. C’è la paura di non stimolare abbastanza il proprio figlio. Eppure, non esistono neonati inattivi. In qualsiasi istante di veglia, il piccolo lavora alla scoperta di se stesso e del mondo che lo ha accolto, la sua miriade di neuroni è una continua produzione di sinapsi, fuochi d’artificio dai colori inauditi. Meno gli saranno date le possibilità di servirsi del suo immenso potenziale in autonomia, meno il bambino sarà in grado di gestire questo vuoto, nel quale essere disinvolto protagonista.

Dall’altra parte, la paura della solitudine, che viene ovviata da questo grande “simulatore di presenza” che è la televisione. Eppure, Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista infantile britannico, citava la capacità ad essere soli come “uno dei segni più importanti di maturità nello sviluppo emotivo“.

In entrambi, come citavo nell’articolo Ho bisogno di silenzio per parlarti., il minimo comune denominatore è il silenzio. Questo grande mostro del XXI secolo.

Stimolare un bambino è importantissimo. Ma penso lo sia anche offrirgli dei momenti di silenzio, nel quale si spengono tutte le interferenze e gli stimoli esterni e il piccolo possa trovare, a partire da se stesso, come farsi compagnia con questo nuovo amico, senza musichette, senza consigli per gli acquisti, senza neanche il pulsare del cuore della mamma che lo accompagnava nella pancia. Sviluppare la capacità, sin dall’infanzia, di stare da solo, anche se a pochi metri dalla mamma, rappresenterebbe per Winnicott, l’origine del pensiero e della scoperta di sé. Sicuramente, una possibilità per entrare in contatto col proprio mondo interiore.

Per i bimbi impreparati a questo incontro ravvicinato, ho scoperto che ci sono in giro sempre più proposte che potrebbero essere buone piste da testare, come lo yoga o la meditazione per i piccoli. Mi sto informando sulla materia. Ve ne dirò qualche parola più in là. Nel frattempo, finisco in bellezza con una citazione di Madre Teresa di Calcutta:

Guarda come la natura – gli alberi, i fiori, l’erba – cresce in silenzio; guarda le stelle, la luna, il sole muoversi in silenzio… Abbiamo bisogno di silenzio per riuscire a toccare le anime“.

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