Semi di meraviglia: parole al vento

Icaro e l’uccellino. Un tradimento letterario.

Io tradisco. I miti greci. Sì, ce ne sono alcuni che amo moltissimo, se non fossero sempre marchiati da scene di violenza gratuita, vendette spietate, punizioni intergalattiche, morti efferate. Qui, il mio gioco letterario, ossia come racconto il mito di Dedalo ed Icaro al mio bambino. Puristi astenersi.

ELEMENTO ARIA. La mia versione di Dedalo e Icaro, selvaggiamente modificata.

Dedalo, papà di Icaro, era un geniale inventore. Talmente geniale da aver ideato un labirinto incredibilmente intricato. Talmente intricato che una volta dentro, neppure il suo geniale inventore era più in grado di uscirne. Così, vuoi per curiosità, vuoi per la volontà di qualche potente signore, papà e figlio si trovarono incastrati al suo interno. Avevano già provato e riprovato a trovare la via di uscita, ma senza successo. Per fortuna era un bellissimo labirinto, le cui pareti erano fatte di piante alte e commestibili. Bacche, uva, ribes, mirtilli, more, pendevano generosamente dai lati della loro verde prigione, persino alloro e biancospino. E ligustro, da tenere in tasca contro il raffreddore. Ma Dedalo proprio non si arrendeva all’idea di restare lì dentro ed escogitava giorno e notte nuove strategie per uscirne. Creò una scala di foglie, per ergersi al di sopra del labirinto e  sbirciare dove fosse l’uscita, ma le foglie cedevano persino sotto il peso del vivace e mingherlino Icaro. Provò ad attraversare le pareti, ma dei muretti ne impedivano puntualmente il passaggio. Dedalo le aveva architettate proprio tutte per evitare che gli sfortunati avventori trovassero la via… non era proprio facile essere più intelligenti di se stessi. Ed infatti, l’idea venne grazie a suo figlio, la cui solitudine di questo soggiorno forzato aveva trovato tregua con l’arrivo di un uccellino. Lo aveva raccolto tra il denso districarsi di rami e foglie, nella siepe, senza più mamma né papà, intento a lanciare flebili “ciiiip ciiip!!” di richiesta d’aiuto. Icaro ci si era subito affezionato e si era ripromesso di insegnargli a volare, affinché ritrovasse la sua famiglia. Con pazienza e dovizia di dettagli, tratti caratteriali che gli venivano  dal padre, aveva studiato le tecniche di volo, osservando le sue alette e il librarsi degli uccelli sopra la sua testa. Aveva poi appoggiato l’uccelletto a distanze sempre più alte dal suolo, invitandolo a lanciarsi e raccogliendolo prima che si schiantasse. Tutte queste peripezie avevano fatto sì che la loro amicizia crescesse forte e sincera. Finché un giorno… all’ennesima rincorsa, l’uccellino andò su su su, senza più precipitare, e sparì. Icaro si sentì terribilmente triste e terribilmente felice. Sorrise, e si asciugò una lacrima.

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Foto di Bill Williams

Guardandolo spiccare il suo primo volo, Dedalo esclamò Eureka! senza ben sapere da dove gli venisse questa espressione. “Figliolo! Volare dobbiamo! Volare via da qui!“.

Icaro, ancora un po’ scosso dalla perdita del suo amico piumato, si preoccupò un tantino, pensando che il suo genitore avesse perso il senno e che gli stesse chiedendo di insegnare anche a lui ad ergersi sulla brezza dell’aire. “Dobbiamo costruire delle ali! Ci serviremo della cera delle api per incollare le piume!“. Per non contraddire il padre, Icaro cominciò a raccogliere le penne perse qua e là da qualche volatile, consapevole che ci avrebbero impiegato una vita, ma tanto non è che avessero tutti questi impegni… Se non fosse che, un giorno, ecco riapparire il suo protetto uccellino  che non si era mica dimenticato di lui!, ed era tornato a fargli visita: ormai cresciuto era diventato un bellissimo uccello! Quando lo vide impegnato a raccattare piume, un po’ imbarazzato, Icaro dovette spiegare la nuova fissazione del padre. Invece di ridere di lui, il suo amico divenne serio e volò via. All’alba del nuovo giorno, uno stormo di uccelli sorvolò il labirinto, erano così tanti che il labirinto si oscurò sotto l’ombra delle loro ali e, al cinguettio netto di un capo-uccello, cominciarono tutti a sbattere le ali sopra la loro testa. Una pioggia di piume cadde allora su Dedalo ed Icaro. “Sai amico Icaro, disse il pennuto nel linguaggio senza frontiere  dell’amicizia, grazie a te ho ritrovato la mia numerosa famiglia!“. Felici e grati i due bipedi iniziarono ad incollare una piuma con l’altra, fino a costruire delle bellissime ali di uomo.

Icaro aveva studiato così bene le tecniche per librarsi nell’aria, con lo scopo di trasmetterle al suo piccolo amico piumato, che non gli fu difficile trasmetterle al padre. Dopo qualche settimana di studio, i due prigionieri del labirinto avevano acquisito tutte le informazioni necessarie al decollo. Ne sapevano meno sull’atterraggio, ma presi dall’entusiasmo dell’avventura che si apriva loro, non si soffermarono molto sulla questione.

Il giorno del volo arrivò ben presto, il vento era perfetto. Sulle pareti arboree del labirinto era appollaiata tutta la famiglia del piccolo uccelletto amico di Icaro. Curiosa e pronta ad applaudire a questo evento eccezionale: i primi esseri umani a volare! L’uccellino amico di Icaro era un po’ spaventato, ma tacque per non rovinare la festa.

“Icaro”, disse Dedalo a suo figlio, “ricordati che le piume sono incollate con la cera, sensibile al calore. Ricordati di non volare troppo alto, per evitare che le ali si scollino!“. Icaro abbozzò un cenno col capo, tanto era preso a mettere a punto gli ultimi dettagli per questa favolosa avventura. Allacciò la cintura dei suoi pantaloni, che ora era la cintura per attaccare le ali alla schiena, fece un grande respiro e comincio a correre, correre, correre… finché in un attimo sospeso di gioia suprema, in cui il tempo si arresta per diventare eternità, sentì i suoi piedi perdere terreno. Il volo! Le ali sbattevano su e giù decise e regolari e la pesantezza della gravità sembrava solo un lontano ricordo. La terra cominciava ad allontanarsi, sempre più, sempre di più, finché il labirinto era ormai solo una macchia lontana, verdognola, da qualche parte. Si girò allora e vide suo padre che volava qualche decina di metri più in basso.

Icaro non si era mai sentito così libero, immensamente potente, e l’adrenalina lo metteva in uno stato di totale eccitazione. Il sole sembrava così vicino e, dimenticando le raccomandazioni del padre, decise di raggiungerlo per afferrarlo, toccarlo. Toccare il sole! Più su, sempre più su. Il sole appariva ora come una palla di fuoco. Icaro sudava. Icaro era felice! Un attimo prima della catastrofe, fu attraversato da un dubbio. Ma fu l’attimo di troppo: la cera squagliata dal calore, le ali si aprirono in una pioggia di piume ed Icaro precipitò.

Si udì l’urlo del padre e poi un grande splaaaaasssssshhh!!! in mare.

Qualche uccello presente in quel momento racconta di averlo visto sorridere prima di toccare l’acqua del mare. E secondo dicerie di qualche pesce poco discreto, Icaro si sarebbe trasformato in una specie di pesce-uomo, tra i più spericolati e agili delle profondità marine, e avrebbe persino fondato una città sottomarina, dove regnerebbero incontrastati la pace e il rispetto.

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