Per un terreno fertile

Stress e cibo. A tavola con allegria: il giusto riflesso per i nostri bimbi.

Lo stress è una brutta bestia, si sa. Ma sappiamo davvero cosa sia? Il dizionario Treccani mi informa del suo significato nel linguaggio medico, ossia:

la risposta funzionale con cui l’organismo reagisce a uno stimolo più o meno violento (stressor) di qualsiasi natura (microbica, tossica, traumatica, termica, emozionale, ecc.)“.

In pratica è il mio corpo che si predispone ad affrontare una difficoltà. Un po’ come la paura in situazione di pericolo, lo stress è uno stato che mi permette di reagire efficacemente ad una circostanza anomala. Se la natura non mi avesse dotato dell’emozione della paura, resterei sdraiata a pancia all’aria sulla mia amaca nella giungla, lasciandomi mordicchiare le unghie da un sopraggiunto non invitato predatore affamato. Senza stress, non sarei in grado di adattarmi ad una situazione nuova, mi mancherebbero le energie per trovare le soluzioni adeguate in una circostanza inusuale. E qui la parola inusuale è fondamentale poiché la definizione di brutta bestia di cui si fa riferimento più in alto, ha proprio luogo d’essere quando le circostanze da rare diventano di normale routine: stress è l’antonimo della routine. Se ogni volta che mi sdraio sull’amaca nella giungla arriva il predatore affamato, o io cambio saggiamente luogo di ozio, o faccio fuori il predatore, o trovo un diversivo alimentare alla belva e me la faccio amica, o allora il mio organismo non rimarrà indenne alle reazioni di difesa fisica e psicologica messe in atto per superare questa difficoltà (sempre  che non si venga divorati prima).

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Foto di William Justen de Vasconcellos

Ma analizziamo un po’ più a fondo la questione: Giulia Enders, nel suo libro “L’intestino felice” ci descrive come il cervello e l’intestino si scambino costantemente informazioni fondamentali per il nostro bene. Ma non qualsiasi informazione. Essi infatti sono dotati di controlli di sicurezza che fanno in modo che soltanto i dati utili passino dall’uno all’altro. Se ad esempio mastichiamo male un fagiolo borlotto, il controllo di sicurezza bloccherà questa informazione ritenendola di poco conto e il nostro cervello non se ne accorgerà nemmeno. Il controllo di sicurezza non tarderà invece ad avvisare il centro del vomito nel caso in cui si accorga di un tasso alcolemico anormalmente elevato. Giulia Enders ci spiega che

Questi stimoli ottengono un lasciapassare perché giudicati degni di interesse dalle barriere intestinali e dagli agenti di sicurezza del cervello“.

Che succede quindi in una situazione di stress? Quando il cervello identifica un problema importante, si adopera affinché l’organismo possa affrontarlo al meglio. Ha bisogno di energie subito e se le procura principalmente dall’intestino:

Attraverso le fibre nervose dette simpatiche, l’intestino è informato che lo stato d’urgenza è stato dichiarato e che, per una volta, deve obbedire. Da bravo ragazzo qual è, si mette a consumare meno energia per la digestione, produce meno muco e rallenta la sua irrorazione sanguigna. Questo dispositivo non è però concepito per durare. Se il cervello passa il suo tempo a dichiarare lo stato d’urgenza, finisce con l’abusare della pazienza dell’intestino che, esasperato, può iniziare ad inviare segnali meno simpatici al cervello, altrimenti non se ne verrebbe più a capo. Le conseguenze per noi, possono essere ad esempio una forte stanchezza, mancanza di appetito, malessere o coliche“. [Giulia Enders]

Le conseguenze sull’intestino non sono raccomandabili: irrorato male e meno protetto da una mucosa intestinale troppo sottile, le sue pareti diventano più fragili. Senza contare che i batteri che sopravvivono nell’intestino in un momento di stress non sono gli stessi che in un momento di calma:

Ciò significa che non siamo solo vittima dei nostri batteri intestinali e della loro influenza sul nostro umore, ma siamo anche i giardinieri del nostro proprio paesaggio addominale“. [Giulia Enders]

Ora, uno dei momenti di più diffuso stress per un genitore, è probabilmente l’ora della pappa, quando si trova a dover interagire con una prole indisponente, insofferente, sputacchiante, non mangiante. Ma qui, non è dello stress del genitore che ci preoccupiamo, almeno non direttamente (vista la stretta correlazione tra l’uno e l’altro), bensì di quello del pargolo. L’abitudine infatti ad apostrofare il bambino che non soddisfa gli standard di appetenza dell’adulto non è indicato per la buona salute del suo intestino (e probabilmente del suo cervello). No quindi ad urla, minacce, improperi, rimproveri, punizioni del tipo “Non ti alzerai da tavola finché non avrai finito il tuo piatto!“, “Se non mangi, te lo scordi che andiamo al parco!“, “Mangia o spengo la TV!“. Ecco, d’altronde, visto che siamo in tema, vale proprio la pena spegnere la televisione prima dei pasti, perché anch’essa ritenuta possibile fonte di stress per il piccolo.

 

Come fare? Soluzioni miracolo da proporre non ne ho, a parte nutrirsi della segreta convinzione (tranne ovviamente in casi patologici) che nostro figlio non si lascerà morire di fame. Se riusciamo a fischiettare interiormente bonarie canzoncine quando sentiamo salire il termometro della “fine della pazienza”, se ci impegniamo ad associare momenti ludici, piacevoli, rilassati, intimi intorno al pasto, riti nostri da riproporre con gioia, riuscendo a superare la paura di non essere un genitore adeguato o che nostro figlio non crescerà bene, gettiamo anche basi solide per un intestino più sano. E, quando sarà più grande, per dei pasti condivisi che diventino un appuntamento atteso e piacevole, dove ritrovarsi, amorevolmente, con la propria famiglia e il proprio organismo appagato.

Foto in evidenza di Kelly Sikkema

 

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