Per un terreno fertile

Sempre in ritardo per colpa dei tuoi bimbi? Qualche alternativa alle incitazioni minacciose.

Posso sostanzialmente dividere in due grandi insiemi le situazioni durante le quali mi trovo a dover/poter imporre la mia autorità per ottenere rapidamente una risposta da mio figlio, con conseguenti crisi di pianto o ostruzionismo: situazioni di reale urgenza e situazioni minori.

Nelle situazioni urgenti ci sono poi dei sottogruppi. In una situazione di pericolo, ad esempio, la mia reazione istintiva è così fisicamente e verbalmente determinata, che mio figlio generalmente capisce subito i segni arcaici dell’urgenza e li accetta (Scotta! Taglia! Schiaccia!). Poi ci sono quelli dell’urgenza sociale o personale, che sono ben più difficili da far comprendere ad un bambino (un appuntamento, l’entrata a scuola o in ufficio, un treno che parte o semplicemente l’esaurimento della dose giornaliera di pazienza) ed è quindi più complesso far accettare al bambino che è ora di muoversi, adesso, senza esitare.

Le situazioni minori sono quelle che per consuetudine e comodità hanno una determinata successione (“pappa, pigiama, denti, nanna” oppure “risveglio, colazione, vestiti”) ma che la sola urgenza è scandita dal nostro orologio psicologico. Nessun pericolo, nessun reale bisogno sociale o personale. In questi casi, il mio consiglio testato è quello di armarsi di tanta pazienza e buonumore e di accompagnare il ritmo del bambino. Se non si vuole mettere il pigiama subito e vuole restare mezzo nudo, a meno che non si viva nel mezzo del circolo polare artico, talvolta assecondare il piccolo e giocare cinque minuti insieme, è sufficiente per predisporlo alla vestizione, magari come proseguimento del gioco. Insomma, quando vogliamo che nostro figlio si sbrighi contro la sua natura, vale la pena chiedersi se sia una vera urgenza o se possiamo ammorbidirci e accettare la lentezza, prendendola come un dono dei nostri piccoli, atto a riconnetterci con l’istante presente.

Ma torniamo alla situazione di urgenza sociale o personale. Il nostro pargolo non è collaborativo e il cucù sta per suonare la fine del tempo disponibile: dobbiamo uscire. Generalmente scegliamo la reazione meno efficace: cominciamo a (s)gridare e a minacciare, lo costringiamo con gesti aggressivi o che vengono percepiti come tali, rendiamo questo momento sgradevole per noi e soprattutto per il bambino, che non capendo la nostra urgenza non può condividerla.

L’alternativa all’ingiunzione “sbrigati!”, raramente funzionale, è quella di trovare strategie creative affinché nostro figlio si senta partecipe di questo nostro bisogno di agire rapidamente.

Ispirata dall’articolo francese http://papapositive.fr/4-idees-pour-remplacer-depeche-toi/, vi propongo quattro strade alternative:

  • Il gioco. Proporre un gioco il cui scopo è quello di sbrigarsi. Ad esempio, mettere una canzone che apprezziamo particolarmente e proporgli che alla fine della musica si sia pronti davanti alla porta per uscire, scarpe allacciate.
  • L’immaginazione. Giocare ad essere dei personaggi che svolgono con una certa rapidità le azioni di preparazione (una lepre, uno scoiattolo, una pulce).
  • L’autonomia. Invitarlo, magari mettendo un cronometro, a prepararsi in un tempo determinato.
  • L’altruismo. Invitarlo a finire di prepararsi per aiutare la mamma o il fratellino, affinché si sia pronti per uscire in orario.

4sbrigatiQualsiasi sia la scelta, l’importante è che non senta la nostra fretta. La produzione del cortisolo, ormone dello stress, è estremamente contagiosa e paralizzante e i nostri pargoli sono esseri ipersensibili. D’altra parte, anche il buonumore è contagioso, e ci sarà estremamente utile se, nonostante l’impegno profuso da noi e dalla nostra prole, giocando giocando, si finirà comunque per perderlo, quel treno…

 

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