Per un terreno fertile

Montessori e buone maniere. Equilibrismi tra impulsi e inibizione.

Nella scuola montessoriana dove collaboro, mi è stato chiesto l’anno scorso di occuparmi del capitolo delle “buone maniere”, perché sarei stata, secondo la direzione, la persona più adatta a tale scopo. Ho storto il naso e dopo aver riflettuto seriamente a come avrei potuto proporle, ho lasciato perdere. Da una parte perché, nell’idea di buone maniere c’è una formalità con la quale non vado molto d’accordo, dall’altra perché, i modi che mi venivano in mente, avrebbero, a mio avviso, dato piuttosto voglia di infrangerle che di rispettarle.

Trovo affascinante conoscere con quanta dovizia di dettagli come si dovrebbe apparecchiare la tavola, muoversi in schemi predefiniti che ci evitano le brutte figure. Guardo con ammirazione le persone che conoscono così bene i codici sociali da sembrare proprio a loro agio nel mondo.

Esempio estremo, ho trovato affascinante anche quando a Bali, mi sono stati spiegati gli infiniti rituali che regolano il vivere in società, soprattutto in contesti formali come matrimoni e funerali (dal posto preciso da occupare nello spazio, più in basso rispetto ai più anziani e in un angolo specifico del cortile; dal modo in cui vestirsi, muoversi, agire, con una precisione davvero impressionante). Tutto è scritto e in qualche modo bastava per gli astanti seguire l’etichetta per comportarsi bene, senza doversi preoccupare, come facevo io, ignorante, del da farsi, ed essere così richiamata costantemente all’ordine, con gentilezza materna dai presenti (me con i bambini piccoli, tra l’altro).

Photo by Frederica Diamanta

Ma al di là del fascino antropologico e sociale, mi sfuggiva l’utilità reale, da un punto di vista pedagogico, quando esula da comportamenti rispettosi dell’altro, del materiale, di se stessi e dell’ambiente, non avendo io particolare interesse ad educare dei piccoli soldatini.

Poi un giorno è capitato senza volerlo che, in un momento in cui mi ritrovavo col naso da clown, il personaggio da me interpretato ha ammesso di avere seri problemi con le sedie (come sedersi educatamente a tavola), coi fazzoletti (come soffiarsi il naso senza far schizzi e rumori), coi bicchieri (come bere bevande con oggetti frangibili). Con mio grande stupore, i bambini mi sono venuti incontro, spiegandomi con dovizia di particolari quale fosse il modo corretto di eseguire queste azioni. Insomma, mi hanno fatto una doverosa lezione di buone maniere.

Questo approccio è risultato più consone alla mia natura. Ma poiché arrivato in modo più casuale che voluto, ho accantonato questa esperienza da qualche parte nella memoria. Ciò finché, ieri, non sono capitata su un capitolo del libro “L’autoeducazione” della sempre citata M. Montessori, in cui lei stessa spiega, in modo da me finalmente condivisibile, l’importanza del galateo:

“Lo scopo non è certo di fare del bambino un piccolo e precoce “gentleman”: lo scopo è che egli eserciti i suoi poteri volitivi e metta subito a contatto reciproco gli impulsi con le inibizioni. E’ questa “costruzione” che necessita, non lo scopo da raggiungere esteriormente con tale costruzione”.

Non è quindi l’interesse per l’opinione esterna che importa, e che a me disturbava, ma il processo che si mette in atto quando il bambino, piano piano,

“[…] comincia a rispettare il lavoro altrui; a non strappare di mano agli altri l’oggetto che desidera ma ad attenderlo pazientemente; a camminare senza urtare i compagni, senza pestar loro i piedi, senza rovesciare la tavola; lo fa organizzando la sua volontà e mettendo in equilibrio gli impulsi e le inibizioni. Ciò da luogo appunto all’abitudine alla vita sociale”.

Al di là del fatto che gli esempi da lei portati, hanno dentro anche il rispetto di cui parlavo poc’anzi, posso ora anche ammettere che l’addestramento alle formalità possa trovare posto nell’educazione.

Addestrare la volontà di un bambino, serve ad impedire di crescere bambini sovrastati dall’inibizione, che non sanno affermarsi, sottomessi, essenzialmente senza il fuoco che li porta a realizzare i propri desideri o, al contrario, troppo impulsivi, vittime dei loro stessi desideri primari.

Lo squilibrio tra inibizione e impulso può assumere dimensioni patologiche, ma anche solo quando rimane nell’ambito della “normalità”, può essere un serio impedimento al fiorire dei propri talenti, alla felicità, ad un sereno coabitare con gli altri e con se stessi.

Capisco finalmente mia madre, che mi riprendeva quando spizzicavo dai piatti da portata, prima che ci si sedesse tutti a tavola (lo faccio ancora, ma non lo dite a nessuno)…

3 risposte a "Montessori e buone maniere. Equilibrismi tra impulsi e inibizione."

  1. Il mio commento forse risulterà banale, ma ho trovato questo articolo davvero interessante, e adesso mi sento meno “colonnello” nell’insegnare a mia figlia le buone maniere!

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  2. Concordo anch’io che è molto interessante il concetto di equilibrio tra impulsi e autocontrollo.
    Anche mia madre mi ha insegnato che non si mangia finché non sono tutti seduti a tavola mentre nella famiglia di mio marito non è così e all’inizio mi chiedevano cosa aspettavo per iniziare a mangiare! Famiglia che vai usanze che trovi.

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