Per un terreno fertile

Il nostro cervello non è come il loro. Ovvero, i bambini non ci mettono alla prova.

Ma se invece di cominciare la frase con un no, la cominciassimo con un sì? “Sì, sarebbe veramente bellissimo spalmare tutti i muri di marmellata alla ciliegia. Peccato però che, come abbiamo già detto ieri, te lo ricordi?, non è possibile, poi non si riuscirebbe a pulire, saremmo infestati da formiche, non avremmo più marmellata, non si può. Ma poi, davvero vorresti farlo con la marmellata di ciliegie? Io lo farei con quella di fragole e ci metterei pure sopra un po’ di briciole di biscotti...”

I bambini spesso vogliono solo comunicare, raccontare, dare libero sfogo alla loro immaginazione, sentirsi accettati, condividere un momento con noi.

Evitare il conflitto diretto non vuol dire né prenderli in giro, né dare loro ragione. Vuol dire adattarsi al loro cervello, che ha un funzionamento ben diverso dal nostro. Vuol dire rispondere a dei bisogni soggiacenti le loro richieste. Vuol dire lasciar andare un po’ del nostro ego (“Lo fa per farmi arrabbiare”), per far entrare l’altro, nella sua ricchezza e pienezza. Positivamente.

foto di GDJ

Diciamo più sì. Sì ai bisogni soggiacenti che il bambino nasconde nelle sue richieste stravaganti (senza esser obbligati ad accettare infine quelle richieste stravaganti, che sono spesso solo un pretesto, o un campanello di allarme che segnala la necessità di riempire di coccole e attenzioni il suo serbatoio emotivo ). Sì al farci piccoli piccoli (quindi grandi grandi dentro), come diceva meravigliosamente Janusz Korczack: “per innalzarsi fino all’altezza dei loro sentimenti. Tirarsi, allungarsi, alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli”.

5 pensieri riguardo “Il nostro cervello non è come il loro. Ovvero, i bambini non ci mettono alla prova.

  1. Mi ha colpita tanto il dialogo sulla marmellata di ciliegie. È vero, verissimo che si dovrebbe evitare lo scontro diretto. Solo che a volte sembrano mettersi di mezzo le contingenze più impensabili …Comunque ho un bellissimo ricordo di “ discorsi” assurdi che hanno evitato o almeno ammorbidito gli scontri.

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  2. Io parlo tantissimo con i miei figli e motivo sempre le mie decisioni . Sarebbe più facile dire di si e dargliela vinta. Loro ci prendono per la stanchezza ma non dobbiamo mollare. Credo che la comunicazione sia alla base dell’educazione dei nostri ragazzi!

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  3. Ciao. Non ho figli ma sono in segnante di inglese (no di religione) e ti assicuro che il bambino ma anche l’adolescente,( poiché ho insegnato noin solo nella scuola elementare ma anche nella scuola media) mette alla prova non solo il genitore ma chiunque sia adulto, con il ruolo di educatore, in questo caso l’insegnate. Credo che sia insito nel bambino etÀ dello sviluppo e nell’adolescente, che ha sempre bisogno di una guida il mettere alla prova proprio le loro figure di riferimento. Non lo fanno apposta ma inconsciamente. Bambini e adolescenti vogliono essere liberi ma nell’inconscio hanno sempre bisogno di una guida e di un adulto e ti testano per vedere se si possono fidare di te. E’ dura perché a volte si arriva all’estremo, ti sfidano, spesso diventano maleducati e ti mancano di rispetto. Ma sappi che i bambini faranno così anche a scuola con le maestre, quindi fuori del contesto familiare, e anche quando affrontano la pubertà.
    E te lo dico io che ho viato la cosa al di fuori del contesto familiare ma in una scuola, e no da genitore ma da insegnante. Ho da lamentare le stesse cose. Ma é interessante e bello avere a che fare con i bambini o più grandicelli.

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    1. Grazie per il commento. Non sono completamente d’accordo… e penso che il discorso sia diverso a seconda delle fasce d’età. Sono abituata, lavorando con gli adolescenti, ad essere messa alla prova dal “branco”, in genere, nel tipo di attività artistica che svolgo con loro, questi test avvengono all’inizio e se risulto “positiva”, acquisendo la loro fiducia, raramente mi devo riconfrontare con atteggiamenti di sfida. Ma nel caso dei bambini piccoli, e in particolare per i contesti che prende in esame il post, trovo che le “crisi” non siano intenzionali prove (per quanto i bimbi abbiano bisogno di continue conferme d’amore), ma del funzionamento del loro cervello allo stadio di sviluppo della corteccia prefrontale (che tra l’altro finirà il suo lavoro dopo i 20 anni!), dell’incapacità di gestire razionalmente l’emotività troppo forte dalla quale sono investiti. Ma forse diciamo la stessa cosa dando un senso diverso alle parole. Quello che conta per me nel messaggio che volevo dare, è che la predisposizione dell’adulto cambia molto se si legge l’atteggiamento del bambino come una provocazione o invece come una “richiesta d’aiuto”. È certo una sfumatura, ma il modo in cui decidiamo di rispondere alla provocazione/richiesta d’aiuto fa invece molta differenza.

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