Per un terreno fertile

Korczak. Il diritto del bambino ad essere amato.

Sapeva che sarebbero venuti.

Per l’occasione, fece rammendare i loro abiti migliori. Fece aggiustare strumenti, giocattoli, i loro oggetti di valore. Il giorno del loro arrivo, i bambini della Casa dell’Orfano erano vestiti di tutto punto. Disse ai soldati dell’esercito nazista di lasciare indietro i cani latranti, che avrebbero spaventato i suoi allievi. Disse loro di non usare violenza, perché li avrebbero seguiti senza opporre resistenza. Quel giorno le strade del ghetto di Varsavia si riempirono del suono degli strumenti di un ordinato corteo di bambini bellissimi. La dignità che emanavano furiosamente e la ferita che lasciarono aperta negli occhi di chi li vide, non dovette essere estranea alla rivolta del ghetto del 18 gennaio 1943, cinque mesi dopo.

Arrivati ai binari dove il treno per il campo di sterminio di Treblinka li attendeva, narra la leggenda, un soldato nazista si avvicinò al maestro e gli disse: “Lei no, signor Goldszmit, Lei è stato il mio insegnante all’università, Lei non deve salire sul treno”.

Si tramanda che lui rispose: “S’è forse mai vista una madre che lascia i figli ad uno sconosciuto? Questi 200 bambini, sono i miei bambini”.

E salì con loro. Fine della storia.

Comincio dalla fine, perché qui più che mai altrove, le parole si tramutano in atto d’amore. Korczak (pseudonimo di Goldszmit) lo diceva, non ci si può occupare di un bambino se non lo si ama. 

Amarli sempre e comunque, anche se sono delinquenti: “Create per loro le condizioni affinché possano diventare migliori” (Korczak, Il diritto del bambino al rispetto).

Non li si ama, se non li si considera in tutta la loro dignità di esseri umani.

Non li si ama, se non li si rispetta: 

rispetto per la loro ignoranza, 

per la loro laboriosa ricerca del sapere, 

per i loro fallimenti e le loro lacrime. 

Rispetto per i loro averi. 

Per i misteri e gli scossoni del duro lavoro del crescere. 

Rispetto per i minuti del tempo presente, per ogni minuto che passa, perch’esso morirà e non tornerà più (“ferito, sanguinerà, assassinato, tornerà a tormentare le vostre notti” in Il diritto del bambino al rispetto).

Il rispetto ad avere dei segreti. 

Ad essere quello che essi sono.

La sue parole, la sua storia, sono insegnamenti che affondano radici molto più profonde della banale ricerca di un metodo che funzioni per ottenere figli ubbidienti, bravi e buoni. Vanno a scardinare, come era già successo in me con le parole di Montessori e Juul, la macchina educativa infernale di oggi e di sempre.

Non si tratta di trovare la strategia che pur tratti con gentilezza il bambino, non siamo in guerra. Si tratta di andare a ripulire noi stessi, in fondo a noi stessi liberarci di tutte le limitazioni che ci impediscono di considerare il bambino per quello che è, col rispetto che merita.

“Impara a conoscere te stesso prima di pretendere di conoscere i bambini. Misura i limiti delle tue capacità, prima di fissare quelli dei diritti dei bambini” (Come amare il bambino)

Purtroppo viviamo in un’epoca (ce n’è mai stata una migliore?) in cui affermare semplicemente “col rispetto che merita un essere umano”, non vuol dire molto. Questa è l’epoca nella quale si fanno leggi che rendono reato salvare un naufrago in mare. Nella quale si considera buona cosa avere un’arma nel cassetto, che non si sa mai.

“E’ inammissibile lasciare il mondo nello stato in cui l’abbiamo trovato” (1937)

Come al solito, la vera riflessione pedagogica diventa politica, abbraccia tutto il sistema, non può arrestarsi al cambiamento di un paradigma, ignorando gli altri. Come un’ennesima riforma della scuola, cinta da mura alte. E la società fuori, indenne, impermeabile. Senza macchia di responsabilità.

“Facciamo un bilancio: qual è la parte del PIL che dovrebbe tornare al bambino?” Il diritto del bambino al rispetto

Ma no, il bambino non le paga le tasse.

Eppure nasce col suo bel debito “pro capite”.

“Gli facciamo portare il fardello dei suoi doveri di uomo di domani senza accordargli i suoi diritti d’uomo di oggi”. Come amare il bambino

Nel luglio del 1942, il maestro Korczak invitò la collega Esther a mettere in scena coi bambini della Casa dell’Orfano l’opera “Dak Ghar” (l’ufficio postale) di Rabindranath Tagore. Perché proprio quel testo? Esther faceva resistenza, c’erano tante opere più adatte ai loro protetti. Perché lavorare sulla storia di un giovane con una malattia inguaribile che, chiuso in una stanza, riesce, col potere della sua mente e della sua fantasia, a superare l’angoscia del suo destino?

Il diritto del bambino ad essere amato
foto di Janko Ferlic

Perché tre settimane dopo, i nazisti sarebbero venuti a prenderli per l’ultimo viaggio. Korczak lo sapeva, perché i nazisti stessi l’avevano esortato ad andare via, avvertendolo della loro incombente operazione.

Il suo compito di maestro era in quel momento di prepararli alla morte inevitabile. 

Qual è il compito di un educatore, se non quello di preparare il bambino al suo avvenire?

Al suo, non a quello ipotetico di decenni fa.

I programmi che prepariamo per i nostri bambini sono davvero pensati per loro? 

Sono adatti al loro cuore e alla società che troveranno?

Coltivare la felicità, il senso etico, coltivare la terra, preservare l’anima del bambino e del mondo. Andare avanti spinti dai valori, dall’immagine del mondo che vorremmo per loro, non da un esorabile lasciar-fare, lasciar-dire, lasciar distruggere. Se smettiamo di commuoverci per un essere umano che muore, se smettiamo di identificare nostro figlio col figlio di chiunque altro che soffre, dobbiamo ricominciare da noi stessi. Adesso. Perché oggi è già ieri e ieri abbiamo già sentito e risentito il silenzio della desolazione dopo la devastazione della violenza.

“Il nostro legame più forte con la vita è il sorriso schietto e radioso di un bambino”.

Per un terreno fertile

Pensiero magico. Sulle ali della creatività, boa per l’autostima.

Credono che se le cose accadono, è perché le hanno desiderate. Se la prendono con la sedia contro la quale hanno sbattuto perché le ha fatto lo sgambetto. Usano insalatiere come castelli e pezzi di pane come treni a vapore. Guariscono tutti i mali del mondo con un bacino. Conoscono la storia dell’origine del mondo, anche se poi se la scordano e ti chiedono di raccontarla. Ti raccontano bugie pur di salvare una rana dal nubifragio in una tazzina vuota. Li avete riconosciuti?

Aggiungere un posto a tavola all’amico immaginario dei nostri pargoletti, non è solo una questione di educazione (I diritti dell’amico immaginario), accogliere tutte quelle stranezze inventive, è proprio un modo di accettare il mondo magico che i nostri bambini ci offrono su un piatto di fiori, di farne entrare un pezzetto nella nostra vita dominata dal pensiero logico-razionale.

Il pensiero magico è una fase di sviluppo dell’essere umano, durante la quale il piccolo vive, come la descrive Freud con le parole di Sara Zanotto “un’onnipotenza dei pensieri: una fase eroica, fiduciosa oltre ogni misura nelle proprie incipienti capacità“. E’ un momento fondamentale per il bambino, che riempie le proprie lacune conoscitive, desideri irrealizzati, l’ignoto del mondo, le sue paure, angosce irrisolte, il brutto lo sporco e il cattivo, con poetiche appropriazioni della realtà, in un intessersi tra dentro e fuori, realtà e fantasia, logica e magia:

Il pensiero magico non è qualcosa di confuso, folle, separato dal mondo, è una forma di intelligenza commisurata all’età, che permette ai bambini di essere creativamente attivi e di strutturare, comprendere e spiegare a se stessi, il mondo che li circonda. ” (Sara Zanotto)

Il bambino è egocentrico e onnipotente. Queste sono le caratteristiche di uno stadio straordinario grazie al quale, malgrado le mancanze conoscitive del mondo e la sua dipendenza dall’adulto (la sua generale posizione di fragilità), il bambino può coltivare l’autostima, imparare a gestire le proprie emozioni, dare risposte sempre più logiche agli interrogativi del vivere, in un modo fluido.

Il bambino è così egocentrico e onnipotente che, grazie allo scudo del pensiero magico, riesce a fare resistenza a tutti gli insulti giornalieri alla sua autostima, nonostante tutte le attività che vorrebbe fare, ma che ancora non gli riescono, l’esser trattato come inferiore, incapace, incompetente (Cf. Il bambino è competente.), il dogma dell’obbedienza che deve agli adulti.

Guai se non fosse così.

Il bambino crede che gli altri vivano per lui, al suo servizio. Grazie a questa credenza può crescere fiducioso, costruire il suo Sé e accettare, pian piano, i limiti che gli verranno preposti, per scindere senza scossoni se stesso dalle sue figure di attaccamento, adeguarsi, rassegnarsi alla separazione.

Nutrire l’illusione che la mamma sia ancora una parte di sé, anche fuori dal ventre, accogliendo ad esempio le richieste di allattamento senza compromessi, permette al bambino di formare la sua personalità, di maturare in lui il sentimento di essere adeguato, di coltivare sicurezza. Questa sicurezza permetterà in una fase successiva di vedersi limitare, gradatamente e senza traumi, questa libertà; di scoprire che c’è un Io e c’è un altro, da rispettare, rispettandosi.

Ad un certo punto questi limiti sono certamente da porre (qui però non faccio riferimento all’allattamento, che è storia personale tra mamma e bambino). Non farlo, ci fa correre il rischio di crescere figli incapaci di relazionarsi all’altro, adulti egocentrici e paranoici. Averlo fatto troppo presto o in modo irrispettoso dei suoi bisogni, di crescere adulti inibiti, insicuri, inadeguati.

Il compito attuale della madre è quello di disilludere gradualmente il bambino, ma essa non ha speranze di riuscire a meno che non sia stata capace da principio, di fornire sufficiente capacità d’illusione […]. L’area intermedia a cui io mi riferisco è l’area che è consentita al bambino tra la sua creatività primaria e la percezione oggettiva basata sulla prova della realtà. (D. Winnicott)

In quest’area intermedia svolazza il pensiero magico, imbrigliandosi con quello logico-razionale. Compenetrando i due pensieri, il bambino ci narra di un mondo dove tutto è possibile.

Frequentare queste personcine, permette all’adulto di riconnettersi con il magico, il creativo. Allentare la cintura di una logica che nei suoi eccessi di cecità, si perde tutto il bello della vita. Perché senza questo spazio di libertà da coltivare, non c’è arte, non c’è gioco, non c’è innovazione.

Mark Twain ce lo diceva :

“Non sapevano che fosse impossibile, allora l’hanno fatto”.

Per un terreno fertile

Picconate per l’uguale dignità.

Io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo“.
(Epitaffio sulla tomba di Maria Montessori)

Se da una parte trovo che sia un segnale positivo questo interesse crescente per una pedagogia più attenta alle esigenze del bambino, dall’altra sono disturbata da una serie di fattori che vanno dalla strumentalizzazione alla banalizzazione degli insegnamenti che personalità, per me degne di nota, come Montressori e Juul (per citarne solo due) ci hanno lasciato. Pare che oggi venga definita “disciplina dolce“, termine che non mi piace affatto ma che userò qui per essere più rapidamente compresa. Sento spesso frasi del tipo “Mi sono messa alla disciplina dolce ma con mio figlio non funziona!“, “è un metodo che risulta dal sempre crescente lassismo dei genitori moderni“, “una scusa per non entrare in conflitto“, “con me ha funzionato benissimo, mio figlio mi ubbidisce che è un piacere!“.  Mi intristisco, perché mi rendo conto che questo così prezioso interesse per il bambino, parte da presupposti sbagliati e diventa fenomeno di moda, come l’uso che viene fatto dell’educazione alle emozioni, spesso un discorso solo di facciata, superficiale, a cui manca la necessaria riflessione e formazione per farne uno strumento di crescita (dell’adulto come del bambino).

Eppure questa cosiddetta “disciplina dolce” è un’opportunità di salvezza per la nostra società. Montessori già ce lo diceva, che qui v’è la sola possibilità per un avvenire di pace tra i popoli, perché sì, è a loro che l’avvenire appartiene. 

Non si tratta semplicemente di applicare un metodo, ma di destrutturare e abbattere tutti (e dico tutti…) gli schemi nei quali siamo imprigionati da secoli. Schemi che vedono gli esseri umani su una scala gerarchica, guidati dall’autorità, dalla paura, dall’obbedienza. In casa come fuori, le pedine si muovono sulla scacchiera secondo giochi di potere più o meno complessi e articolati.

Si prende il cambiamento dal lato sbagliato, mettendo delle pezze invece di lavorare alla costruzione di quello che M. Montessori chiamava “l’uomo nuovo“.

Certo. Meglio questo che niente?

Penso alla legge promulgata in Francia quest’anno per rendere perseguibile la violenza ordinaria contro i bambini e mi chiedo se sia meglio questo che niente. Ma come è possibile che viviamo ancora in una società che considera la sculacciata come un buon metodo educativo, che ha ottimi risultati e che non ha mai fatto male a nessuno? (Se lo pensate, date una sfogliata, tanto per cominciare, a Alfie Kohn, Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell’amore e della ragione). E che cambiamenti profondi societari ci aspettiamo se l’unico modo che si riesce ad immaginare per sradicare certe convinzioni si traduce con una legge?

foto di S. Zeller

Eliminare la violenza “educativa” senza aver scardinato le convinzioni che rendono plausibile questo atteggiamento nei confronti di un altro essere umano, non faranno che sostituire questa violenza (quando davvero una legge basta a sostituirla) fisica in psicologica. 

Finché non pianteremo in noi stessi e nella nostra educazione i semi di una comunità di uguale dignità, in cui bambini e adolescenti siano considerati validi membri, continueremo ad alimentare una società aggressiva. Continueremo a cercare un “metodo che funziona” per farci ubbidire dai bambini (offendendone la loro dignità) invece di concentrarci sulla relazione che vogliamo creare con loro (anche attraversando i conflitti). 

J. Juul propone un modello di leadership condivisa che reputo molto interessante:

In termini di educazione, la leadership condivisa ha come punto di partenza il concetto che sia genitori sia i figli abbiano necessità e limiti diversi, che non siano basati sul consenso dei genitori riguardo ai limiti e alle regole, ma sul principio che ogni individuo deve essere considerato con serietà.  Questa può essere definita una “famiglia post-democratica”, nella quale si dà più importanza al processo decisionale che non alla decisione, e nella quale la minoranza è coinvolta, e non marginalizzata“.

Ora scusate, ma devo andare a prendere il piccone e continuare a lavorare su me stessa, ché c’è tanto da fare e il tempo è poco, così terribilmente poco…


Per un terreno fertile

Favorire la capacità di concentrazione nei bambini

Figli iperattivi. Incapaci di focalizzare l’attenzione. Incapaci di restare concentrati. 

Se ne sente parlare sempre più spesso e, senza entrare nel merito dei disturbi dell’apprendimento, che necessitano un riconoscimento e un accompagnamento adeguati,  la capacità di prestare attenzione può essere favorita. Per questo, vorrei riportare alcune riflessioni proposte da M. Montessori e M. Csíkszentmihályi in merito alla concentrazione e come coltivarla e preservarla nei bambini. Continua a leggere “Favorire la capacità di concentrazione nei bambini”

Per un terreno fertile

I quattro pilastri dell’apprendimento

Vi invito, se non lo avete ancora mai fatto, a partecipare al test sull’attenzione selettiva. Dura un minuto e lo trovate qui. Fatto? Ecco, ora mi sarà più facile introdurvi il primo dei quattro pilastri sul quale si poggia l’apprendimento, alla luce degli ultimi studi sulle neuroscienze, ben definiti da Stanislas Dehaene nel suo ultimo libro uscito in francese pochi giorni fa Apprendre ! : Les talents du cerveau, le défi des machines (Imparare!: I talenti del cervello, la sfida delle macchine).

Il primo pilastro è infatti l’attenzione e opera, come avete potuto verificare in prima persona col test del gorilla, in modo selettivo: il fatto di focalizzare l’attenzione, banalmente, su uno stimolo ben preciso, rende ciechi ad altri stimoli. Questa semplice constatazione dovrebbe bastare ai genitori ed insegnanti, che hanno tendenza a dimenticare cosa voglia dire essere in posizione di non conoscenza, di ignoranza. Si dà facilmente per scontato che quello che noi vediamo, sia visto da tutti allo stesso modo e ci sfugge il fatto che un bambino possa semplicemente NON VEDERE (esattamente come per il gorilla) ciò che vorremmo imparasse. Scrive dunque Stanislas Dahaene:

“Se non si capisce a cosa si deve fare attenzione, non lo si vede e ciò che non si vede, non può essere imparato”.

Il secondo pilastro è la partecipazione attiva. Ben più efficace, ad esempio, per spiegare il concetto di energia cinetica e momento angolare, è il lasciar sperimentare gli allievi per dieci minuti con una ruota di bicicletta piuttosto che limitarsi, per gli stessi dieci minuti, a delle spiegazioni esclusivamente verbali.

lab-di Holdentrils.jpg

Il terzo pilastro è il riscontro sull’errore:

“La qualità e la precisione dei feedback che riceviamo, determinano la rapidità con la quale impariamo”.

L’autore porta come esempio il procedimento dei videogiochi che presentano una difficoltà limitata all’inizio, aumentandola gradatamente e alternando in seguito momenti più facili ad altri più difficoltosi: in questo modo si mantiene accettabile il livello di frustrazione, che, se troppo elevato, porterebbe ad un repentino abbandono. Questa tecnica dovrebbe far riflettere gli insegnanti che presentano sempre prove diverse, invece di ripeterle, permettendo così all’allievo di ripassare la stessa prova fino alla riuscita, motivandolo a continuare nell’apprendimento invece di alimentare il senso di inadeguatezza e il disamore per l’atto di imparare.

Il consolidamento, quarto pilastro, si basa sull’apprendimento scandito da intervalli e ripetizioni. Gli studi dimostrano che è molto più produttivo lasciare riposare il sapere, invece di accanirsi con estenuanti ripetizioni in un lasso limitato di tempo:

L’esperienza dimostra che si può triplicare l’efficacia della propria memoria quando si ripassa ad intervalli regolari piuttosto che provare ad imparare in una volta sola. La regola è semplice e tutti i musicisti la conoscono: meglio quindici minuti al giorno di lavoro tutti i giorni della settimana che due ore concentrate nella stessa giornata”.

In questa lista, manca, mi sembra, almeno in modo diretto, un riferimento alla meraviglia, al coinvolgimento emotivo.  La capacità di mantenere viva la curiosità dell’allievo, che può passare certo attraverso l’esperienza pratica, ma anche via la magia delle parole, l’entusiasmo della condivisione, la “coltivazione” dell’autostima che alimenta la fiamma della domanda, della ricerca, dell’apprendimento attivo durante tutta la vita. Ma non sono una neuroscienziata. Quindi, per il momento, accontentatevi di questi quattro pilastri.

 

Per un terreno fertile

Capricci, capricci! O campanelli d’allarme?

Continuo la mia escursione attraverso le parole di pensatori che si approcciano al bambino ed al fenomeno pompa-energie comunemente definito come “capriccio”. Combatto già da qualche articolo la loro esistenza (intesa come rifiuto insensato di seguire la logica adulta), accompagnata dai punti di vista di studiosi del capriccio e delle neuroscienze (I capricci non esistono). Oggi, immersa nella magnifica lettura de Il segreto dell’infanzia di Maria Montessori, mi servo della sua ispirazione per aggiungere un mattone alla costruzione di una visione del bambino più attenta al suo mondo interiore. Ho già citato precedentemente l’immaturità cerebrale (in particolare dell’area prefrontale) dei piccoli di uomo, che comportano un’esplosiva difficile gestione delle emozioni e che rendono quindi spettacolari le loro reazioni (Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo).

In questa sede, vorrei introdurre il concetto di periodi sensibili. Continua a leggere “Capricci, capricci! O campanelli d’allarme?”

Per un terreno fertile

Sempre in ritardo per colpa dei tuoi bimbi? Qualche alternativa alle incitazioni minacciose.

Posso sostanzialmente dividere in due grandi insiemi le situazioni durante le quali mi trovo a dover/poter imporre la mia autorità per ottenere rapidamente una risposta da mio figlio, con conseguenti crisi di pianto o ostruzionismo: situazioni di reale urgenza e situazioni minori.

Nelle situazioni urgenti ci sono poi dei sottogruppi. In una situazione di pericolo, ad esempio, la mia reazione istintiva è così fisicamente e verbalmente determinata, che mio figlio generalmente capisce subito i segni arcaici dell’urgenza e li accetta (Scotta! Taglia! Schiaccia!). Poi ci sono quelli dell’urgenza sociale o personale, che sono ben più difficili da far comprendere ad un bambino (un appuntamento, l’entrata a scuola o in ufficio, un treno che parte o semplicemente l’esaurimento della dose giornaliera di pazienza) ed è quindi più complesso far accettare al bambino che è ora di muoversi, adesso, senza esitare. Continua a leggere “Sempre in ritardo per colpa dei tuoi bimbi? Qualche alternativa alle incitazioni minacciose.”

Per un terreno fertile

Controllo degli sfinteri. A che età spannoliniamo?

Mi scopro una grande appassionata di cacca. Nel senso proprio che mi interesso ad essa come fonte di sapere sulla salute, principalmente di mio figlio. Lo so, state storcendo il naso, ma il mondo della cacca è straordinario, sa offrirci informazioni entusiasmanti. Lo sapete che pare che l’origine dell’espressione “come va?” verrebbe dal Medioevo e sarebbe un’amputazione educata della frase “Come va la defecazione?“. Cioè in pratica, saggezza antica, per informarsi sullo stato di salute del prossimo, ci si assicurava che la questione fisiologica fosse andata a buon fine. Continua a leggere “Controllo degli sfinteri. A che età spannoliniamo?”

Per un terreno fertile

Stress e cibo. A tavola con allegria: il giusto riflesso per i nostri bimbi.

Lo stress è una brutta bestia, si sa. Ma sappiamo davvero cosa sia? Il dizionario Treccani mi informa del suo significato nel linguaggio medico, ossia:

la risposta funzionale con cui l’organismo reagisce a uno stimolo più o meno violento (stressor) di qualsiasi natura (microbica, tossica, traumatica, termica, emozionale, ecc.)“.

In pratica è il mio corpo che si predispone ad affrontare una difficoltà. Un po’ come la paura in situazione di pericolo, lo stress è uno stato che mi permette di reagire efficacemente ad una circostanza anomala. Se la natura non mi avesse dotato dell’emozione della paura, resterei sdraiata a pancia all’aria sulla mia amaca nella giungla, lasciandomi mordicchiare le unghie da un sopraggiunto non invitato predatore affamato. Senza stress, non sarei in grado di adattarmi ad una situazione nuova, mi mancherebbero le energie per trovare le soluzioni adeguate in una circostanza inusuale. E qui la parola inusuale è fondamentale poiché la definizione di brutta bestia di cui si fa riferimento più in alto, ha proprio luogo d’essere quando le circostanze da rare diventano di normale routine: stress è l’antonimo della routine. Se ogni volta che mi sdraio sull’amaca nella giungla arriva il predatore affamato, o io cambio saggiamente luogo di ozio, o faccio fuori il predatore, o trovo un diversivo alimentare alla belva e me la faccio amica, o allora il mio organismo non rimarrà indenne alle reazioni di difesa fisica e psicologica messe in atto per superare questa difficoltà (sempre  che non si venga divorati prima). Continua a leggere “Stress e cibo. A tavola con allegria: il giusto riflesso per i nostri bimbi.”

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Sull’inutilità del cervello. O sull’importanza del movimento.

Oggi vorrei parlarvi dell’ascidia, che non è uno dei sette vizi capitali, ma un animale dal corpo a forma di sacco, vivente nel fondo del mare, ermafrodita, che ha la peculiarità di andarsi a cercare il posto dove passerà il resto della sua vita e, una volta individuato, restarci per sempre.

È dotato di un cervello e di un midollo spinale che le consentono di fare alcune valutazioni fondamentali per il suo futuro: che tipo di densità di circolazione sottomarina avviene in quel momento in quel luogo, che temperatura presenta l’acqua, la qualità del cibo. E una volta che ha ottenuto informazioni che l’aggradano, si posiziona nel posto prescelto, che rimarrà sua fissa e immutabile dimora, e si mangia il suo proprio cervello. Sì, sì – ci dice il neuroscienziato Daniel Wolpert – consapevole che il cervello non le servirà più, lo elimina. Il resto della vita, lascerà agire e comandare liberamente il suo secondo cervello, il sistema digestivo.

Continua a leggere “Sull’inutilità del cervello. O sull’importanza del movimento.”