Per un terreno fertile

Il segreto per trascorrere una fantastica giornata in famiglia

È domenica. Fuori c’è il sole. Il profumo delle magnolie e il cinguettio degli uccellini vi fa auspicare che questa sarà una giornata idillica, per tutti i piccoli e grandi membri della  vostra famiglia. Una di quelle giornate che riconciliano col mondo, con la fatica della genitorialità, degli impegni di lavoro, del poco tempo da condividere con le persone che amate.

Oggi avete organizzato una serie di attività divertenti e sorprendenti, un pranzetto da primo premio al concorso di cucina e siete di ottimo umore: ne siete convinte, sarà una fantastica giornata in famiglia.

Peccato, ci dice la psicoterapeuta francese Isabelle Filliozat, nella sua conferenza “Crescere i bambini nella gioia“, svoltasi questo mercoledì a Bruxelles, che ci sia un errore di valutazione di partenza, in questa grande aspettativa domenicale: sarà una fantastica giornata, ma per chi? Continue reading “Il segreto per trascorrere una fantastica giornata in famiglia”

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La ricerca del piacere, un ostacolo alla felicità?

Sono inciampata su alcuni articoli e conferenze di un signore americano, Robert Lustig, il cui cognome mi fa un po’ sorridere: tradotto dal tedesco vuol dire “divertente”… Sign. Divertente… (lo so, è facile – irresistibile – ironia da parte mia, ma che pressione portare un cognome così, soprattutto nei giorni di luna storta…). Se poi si prende solo la prima parte “Lust”, senza la desinenza, sempre in tedesco, si ottiene la parola “piacere”. Sarà il destino iscritto per lui da generazioni, ad aver spinto questo endocrinologo infantile a concentrarsi sul piacere ed i suoi effetti?

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Favole da paura o paura delle favole? Ovvero: le storie devono spaventare i nostri bambini?

È incantevole ascoltare i cantastorie. In generale, è incantevole farsi raccontare delle storie, miti, leggende, favole. A casa, ho una quantità indeterminata di libri di favole del mondo intero. Il racconto, è un meraviglioso mezzo per far viaggiare la fantasia e perpetrare la memoria in forma orale.

Eppure, quando sono diventata mamma, mi è diventato impossibile cantare ninna nanna ninna ho, questo bimbo a chi lo do, se lo do alla befana o al lupo nero se lo tengono da una settimana ad un anno intero, marcondirondirondello te lo brucio il tuo castello, l’indiano col chiodo nel cervello e Pinco Panco piromane che brucia tutte le casette in Canadà, compresi i fiori di lillà. Ho cominciato a modificare le parole, mantenendo la melodia, e mi sono chiesta dove fosse finito il mio amore per la tradizione e la perpetrazione della memoria… Continue reading “Favole da paura o paura delle favole? Ovvero: le storie devono spaventare i nostri bambini?”

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I capricci non esistono

Alla voce “capriccio”, il dizionario Treccani indica:

caprìccio s. m. [dall’ant. caporiccio]. – 1. a. Voglia improvvisa e bizzarra, spesso ostinata anche se di breve durata […]; fare i c., spec. di bambini, fare le bizze.

Cerco allora “bizze”:

biżża1 s. f. [etimo incerto]. – Capriccio stizzoso e di breve durata, senza serio motivo: il bambino fa le b.; non sopporto le sue bizze.

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Autostima e fiducia in se stessi

Il bambino è competente” è un libro illuminante. Non mi ero mai fatta la riflessione sulla differenza sostanziale tra fiducia ed autostima e le parole di Jesper Juul aprono una serie di piste pedagogiche e psicologiche che attraversano prima di tutto la comprensione delle mie dinamiche personali, ancor prima di approdare alle questioni legate al mio essere madre ed insegnante.

Fiducia ed autostima non sono sinonimi. Avere fiducia in se stessi, scrive l’autore, è giudicarsi capaci di questa o quella cosa. Avere autostima è l’apprezzarsi per come si è, accettarsi, conoscersi e volersi bene così, a prescindere dai successi ottenuti. Continue reading “Autostima e fiducia in se stessi”

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TV e difficoltà di concentrazione

Ma perché la televisione dovrebbe causare difficoltà nel mantenere viva la concentrazione, quando è evidente che un bimbo anche piccolissimo messo davanti allo schermo può rimanere per ore assorbito dalle immagini?

Una risposta che mi sembra convincente ce la dà Michel Desmurget, ricercatore in neuroscienze, i cui contenuti mi sono serviti come base per scrivere altri due articoli sugli effetti del televisore (TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze e TV e sviluppo cognitivo: cosa dicono le neuroscienze). L’essere umano è dotato di due tipi di attenzione: Continue reading “TV e difficoltà di concentrazione”

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TV e sviluppo cognitivo: cosa dicono le neuroscienze

Mamme!! Ma non vorrete mica che il vostro piccolino a sette mesi non sappia ancora contare, cantare e fare tutti i versi degli animali, chiamandoli con la loro zoo-nomenclatura in latino, vero?

Meno male che esistono i dvd educativi che faranno del vostro cucciolo un Genius, ma che dico mai, un mini Einstein, un baby Monster delle scienze e tecnologie, senza dimenticare i canali assolutamente senza pubblicità per i vostri piccoli fino a 3 anni, per imparare a parlare come un vero presentatore di video quizzzz letterari!

No, mamme no. Continue reading “TV e sviluppo cognitivo: cosa dicono le neuroscienze”

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TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze

Lo so che nella società attuale la televisione è talmente radicata nelle abitudini di vita, che ogni attacco contro di essa genera maldicenze e tentativi di ridicolizzazione (“Ma dai, adesso la tv è il diavolo!“, “Ci siamo cresciuti davanti anche noi, siamo finiti tutti lobotomizzati e psicopatici!“, “E dire che sei andata pure all’università con tutta la tv che hai visto, sei un genio!“, “Mamma mia quanto sei estremista, e rilassati un po’!” e via dicendo). E infatti me ne guardo bene di esprimere la mia opinione in proposito, tranne quando sono obbligata a rispondere a coloro che criticano la mia scelta di non averla, o di voler preservare mio figlio (spero almeno) fino ai tre anni. Nell’articolo “Spegni la TV, preserva la Meraviglia.“, ho cercato di esporre nel modo più completo possibile il punto di vista di Serge Tisseron, psichiatra infantile.

Oggi cambio punto di vista, servendomi delle osservazioni presentate essenzialmente da Michel Desmurget, ricercatore specializzato in neuroscienze cognitive. Le sue parole sono state, per la semplicità di esposizione, estremamente illuminanti. Purtroppo il suo libro “TV Lobotomie : La vérité scientifique sur les effets de la télévision” (TV lobotomia: La verità scientifica sugli effetti della televisione) non è stato tradotto in italiano. Continue reading “TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze”

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Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo

Ci sono due luoghi in particolare che sono per me, da prima ancora di avere figli, la location perfetta per i più terrificanti film d’horror sulla disfatta della mamma: il supermercato e i trasporti pubblici.

Forse è per questo mio sconsiderato terrore delle scenate disperate di un bambino nei centri commerciali, che mi faceva tanto ridere la pubblicità un tantino di cattivo gusto dei condom. Sì, sì, quella che chiosava un bimbo che si gettava per terra urlando: “VOGLIO LE CARAMMMMMMELLLEEEEEE!!!” con la scritta “Usa i preservativi”. Continue reading “Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo”

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Il cerchio. Perché è la forma perfetta della pedagogia.

Il cerchio, in geometria piana, è costituito dall’insieme infinito dei punti equidistanti da un punto dato, detto centro. Già per Platone, espressione della perfezione; nel Medioevo simbolo dell’Assoluto. Se il triangolo unisce il terreno al divino, Dio è cerchio. Simbolo dell’infinito perché senza inizio e senza fine. Circolari le stagioni, le fasi lunari, le maree, l’alternarsi del sole e della luna.

Il cerchio è la forma perfetta della democrazia, non ha direzione, né orientamento. La forma che permette a tutti di essere esattamente nella stessa posizione degli altri, uguali, senza podio né gerarchia. Senza sforzi, tutti possono guardare tutti, tutti essere visti da tutti, in un’immediata intimità, che fonda il senso della comunità. Come dice Phyllis Curott, reinterpretato a modo mio, così come la base delle pentole è rotonda affinché il calore si distribuisca uniformemente, così nel cerchio le energie, gli umori, il calore circolano liberamente, senza dispersione.

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Ecco perché ci posizioniamo in cerchio, quando ci incontriamo per un laboratorio. La persona che guida il gruppo, sempre che ce ne sia bisogno (che sia l’animatore, l’insegnante, il mediatore, il rappresentante di classe), sta in piedi o si siede con gli altri, nella circonferenza. Ha diritto di parola esattamente come tutti. È forse il conduttore iniziale di energia, che lancia un’attività collettiva, rilancia o modera una discussione che ha bisogno di essere contenuta. Ma non v’è nulla, nel cerchio, della frontalità del professore che infonde la sua scienza negli astanti più o meno passivi. Nel cerchio non ci sono buchi, banchi vuoti. Il cerchio si stringe sempre intorno ai presenti. È la forma per eccellenza del momento presente. Del “siamo qui ed ora”, insieme, riuniti. Non c’è nulla da recuperare perché tutto circola e si ripete. Nulla si perde, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Il cerchio è la forma dell’accoglienza, dell’abbracciare. Dell’empatia. Nel cerchio, tutte le diversità non diventano uguali, ma parte integrante di esso.

Quando iniziamo un laboratorio, il cerchio è la forma che ci accoglie all’inizio e ci saluta alla fine. È così che ci scaldiamo prima di cominciare un corso di teatro, o di improvvisazione, o una qualsiasi altra attività. È la posizione migliore per dirsi come stiamo, cosa faremo. E la posizione migliore per dirsi come siamo stati, alla fine, le sensazioni provate, l’esperienza appena vissuta. Ritorni verbali che ci aiuteranno a costruire il nostro prossimo incontro, in un modo che, a partire dalla posizione dei nostri corpi nello spazio, si vuole il più collettivo possibile. Mettersi in cerchio è anche il modo più propizio per predisporsi positivamente nel ricomporre i pezzi del puzzle dopo una lite, un diverbio, un ostacolo relazionale: il luogo che fa entrare il circolare dei punti di vista per accoglierli, provare a capirli e ricominciare.

Su un palcoscenico – luogo di predilezione per il gioco di equilibri perpetuamente distrutti e catarticamente restaurati – il cerchio – sostanza dell’armonia – trova raramente il suo posto. Ma in sede di prove, laboratori, riscaldamento, preparazione degli attori, rappresenta sicuramente il momento chiave per una creazione teatrale collaborativa e serena. E penso che trovarsi almeno una volta nella giornata in questa posizione, farebbe del gran bene ad ogni tipologia di gruppo, di qualsiasi disciplina. Ma, per piacere, non intorno ad una tavola rotonda. Ché re Artù e i suoi cavalieri hanno fatto certo una sensazionale scoperta, smussando gli angoli delle chilometriche tavole rettangolari, in fondo alle quali principesse tristi chiedevano con voce fievole, se qualcuno potesse passar loro, cortesemente, il sale. Oggi, possiamo fare ancora un passo in avanti e offrirci all’altro, senza barricate. Magari in piedi, in modo che il nostro corpo sia sveglio ed attivo e che questo momento di condivisione sia vivo e pulsante. Duri esso anche solo il tempo di qualche respiro sincrono.

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