Semi di meraviglia: parole al vento

Ho bisogno di silenzio per parlarti.

Sono tornata in Italia per le vacanze di Natale. E come ad ogni rientro, ritrovo le solite abitudini audiovisive della TV onnipresente in case, locali, ristoranti, persino nella metro. Della radio a volume poderoso nelle automobili e autobus. Prepotenza di decibel. Mi accorgo solo in questi momenti del mio fortissimo bisogno di silenzio, di ascoltare la voce umana del mio prossimo, qui presente, senza interferenze. Sarà certo un mio limite, ma mi chiedo come tutti questi stimoli non influenzino l’umore delle persone. Continue reading “Ho bisogno di silenzio per parlarti.”

Semi di meraviglia: parole al vento

Vorrei avere tante piccole orecchie per saperti ascoltare davvero.

Vorrei avere piccole orecchie in tutte le parti del mio corpo. Piccole orecchiette appiccicate agli occhi, alle mani, alla bocca (che facciano da ventosa per impedirmi di parlare prima di aver ascoltato), orecchiette (senza cime diorecchie_caleidoscopiche copie rapa) sui piedi, sotto le ascelle, tra i capelli, orecchie sulle mie orecchie, tra i denti come una foglia di insalata, tra le dita come un anello nuziale, ma soprattutto, soprattutto sul cuore. Perché lo so che nulla in te è “a casaccio”, e che quando ti agiti è perché non mi sono accorta che forse ti è caduto un microscopico pezzetto di carta con cui giocavi e non riesci più a recuperarlo, piccolo mio, o perché hai litigato col tuo amico immaginario, perché vedi e senti cose per cui le mie due vecchie orecchie raggrinzite sono troppo poche… la mia sensibilità alla percezione dei decibel troppo poco funzionale, di fronte alla tua iperricettività, la mia capacità di lasciarmi sorprendere dalle mille meraviglie che ci circondano, assopita. Tu che ti stupisci al suono della plastica che inavvertitamente ho strusciato. Tu che inarchi le ciglia per il suono di un’ambulanza in lontananza, che io manco avevo notato. Tu che trovi così terribilmente ilarante la pernacchietta che fanno le dita delle mani che fanno attrito contro le superfici o lo schiocco di un bacio tra mamma e papà. Tu che ascolti come una nenia le discussioni tra i tuoi genitori, analizzandone la melodia per capire se sorridere o fare la faccia preoccupata.orecchia_piccola

Tu mi ricordi che ho smesso di ascoltare. Che ho indossato filtri per proteggermi anche da tutto questo inquinamento sonoro, che per te invece è fonte di scoperta e di gioie auricolari. Mi ricordi che vorrei vederti inarcare le ciglia per il suono lontano di un pastore che chiama le pecore, o per il canto del gallo, o del vento tra le foglie, piuttosto che per la sirena della polizia e il clacson di automobilisti bloccati in un parcheggio.

Vorrei portarti altrove.

Vorrei avere tante piccole orecchie per sentire il mondo, meravigliosamente, come lo senti tu, amore della mamma.

Semi di meraviglia: parole al vento

Allattamento e miti da sfatare.

Sono tornata a casa con un misto di emozioni sgradevoli, incapace di nominarle. Ho più subìto che partecipato – ancora una volta – ad una conversazione che mi ha provocato – ancora una volta – un intersecarsi di tristezza, rabbia e qualche altro ingrediente segreto (anche per me).

Il tema della discussione è stato l’allattamento.

Allatti? Qualche mese fa, questa domanda onnipresente e la mia risposta affermativa meritava movimenti verticali della testa, pacche sulla spalla, qualche complimento masticato, molti “Ma che fortuna! Speriamo non ti vada via il latte!“, tutto sommato passavo quasi inosservata.

Rapidamente la domanda si è trasformata in “Allatti ancora?“. Direi, a partire dai quattro mesi. E lì, ancora qualche oscillazione verticale della testa, un’apertura degli occhi improvvisa a mostrare stupore, qualche osservazione sul mio essere all’antica, forse un po’ fricchettona. E poi si poteva parlar d’altro. Sempre che non esprimessi malauguratamente la mia visione in proposito.

Ma ora, a undici mesi, la domanda è diventata “Allatti, ma come, ancora?!“. E lì, che sia io ad alimentarla o meno, parte sistematicamente la domanda sorella: “Oh! E per quanto conti allattare ancora?“, talvolta seguito da un “Fino a diciott’anni? Ahahah!” ; con gli immancabili avvertimenti: “Ma guarda che così si vizia!“, “Così ti diventa mammone!“, “Quindi ha preso il tuo seno come fosse un ciuccio?“, “Ma così gli fai venire le carie!“, “Ma non lo sai che ormai il tuo latte è acqua?“, “Una volta svezzato, il tuo latte non serve proprio a niente, anzi“.

vizio_allattare

Ma anzi, che? Se è nato prima il seno del ciuccio, si prende piuttosto il ciuccio come fosse un seno, no?! Il latte (i cui glucidi sono necessari per lo sviluppo del cervello che ne va ghiotto) fa venire le carie e invece lo zucchero industriale introdotto quasi sistematicamente prima dei due anni, no?  Il latte vaccino, no? Quale vizio si prenderebbe mio figlio? Quello di ricercare conforto in braccio alla madre piuttosto che ciucciando un pezzo di gomma? Lo spero bene che sia mammone, sono ancora il suo punto di riferimento principale, mi interrogherei se fosse il contrario!

Ma forse la frase che più mi irrita e che arriva puntuale è: “Bè, è perché te lo sei potuta permettere. Se avessi dovuto mettere tuo figlio al nido, da un pezzo avresti smesso“.

Tutta la mia solidarietà per quelle donne che contro la loro volontà, sono dovute tornare al lavoro troppo presto, un lavoro con orari troppo lunghi, che malgrado il loro desiderio di allattare, non ce l’hanno fatta a stare dietro ai ritmi certo terribilmente faticosi che tirare il latte tutti i giorni comporta.

Ma qual è la logica che porta così tante donne, tra l’altro non necessariamente madri – che non hanno quindi per forza una frustrazione repressa sul tema – a sentire l’irrefrenabile desiderio di sparare alla cieca, basandosi su informazioni pseudoscientifiche, per denigrare la scelta di allattare, per altro non ostentata? E per poi, non contente, arrivare alla conclusione contraddittoria, che dovrei ringraziare chissà quale dio, e dovrei sentirmi mestamente in colpa per quelle donne che non hanno potuto farlo, per motivi che appartengono alla loro storia e non alla mia?

Volevo, profondamente, stare il più possibile con mio figlio. Una mia volontà che ha necessitato scelte e aggiustamenti nella vita lavorativa, economica e familiare a breve e lungo termine, che non riguardano nessun altro che me e la mia famiglia.  Non sono sicura che si chiami fortuna.

Se vogliamo parlare “scientifico”, le ricerche sul tema avvallano teorie decisamente agli antipodi.

Cominciamo dalla durata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità auspica un allattamento esclusivo al seno per i primi sei mesi e poi, in accompagnamento al cibo, per almeno due anni. Almeno.

Studi antropologici hanno cercato di stimare la durata naturale dell’allattamento nell’uomo, comparando quello che si fa in varie parti del mondo. Ne è risultato che nelle culture tradizionali, dove non esiste il latte artificiale, il bambino è generalmente allattato fino ai 2/4 anni. Tra i nomadi cacciatori-raccoglitori della tribù dei Bofi in Africa, i neonati sono allattati tra i 36 e i 53 mesi, mentre i membri sedentari della stessa tribù allattano tra i 18 e i 27 mesi. La media tra le popolazioni prese in esame sarebbe di 30 mesi.

Per curiosità storica (e per costatare anche le aberrazioni che si sono protratte nei secoli sulla pelle di tanti piccoli innocenti) possiamo approfondire dando un’occhiata un po’ alla rinfusa, sulla linea del tempo, alle abitudini di allattamento. Molto interessante, uno studio effettuato a partire da 82 scheletri di bambini vissuti tra il XVII e il XVIII secolo: la durata di allattamento sembrerebbe essere stata tra uno a quattro anni nelle popolazioni Maya, tra i due e i tre anni nella Roma Antica, secondo le raccomandazioni dei medici dell’epoca, Sorano e Galliano (fonte: le Figaro Santé). Proprio nell’Impero Romano (e purtroppo in numerosi altri luoghi ed epoche), vi era la convinzione (peraltro tuttora esistente in molte culture) che il colostro fosse malsano, motivo per il quale, nei primi venti giorni l’alimentazione del neonato veniva sostituita da miele e latte di capra (con una mortalità infantile altissima, questa usanza è deleteria). In epoca paleolitica, la media sembrerebbe tra i due ai tre anni: in caso di impossibilità l’allattamento veniva assicurato da un’altra madre. La balia ha attraversato i secoli, assumendo proporzioni impressionanti, ad esempio, in epoche come il Rinascimento francese, allattare era da poveracce. Tranne le donne davvero in una condizione di miseria, che si servivano di questa usanza come fonte di introiti, infatti, la stragrande maggioranza delle madri, di qualsiasi classe sociale, si serviva della “nutrice”: i piccoli venivano mandati non di rado in paeselli sperduti, anche molto distanti dalle città, per far allattare i propri figli. Molti non resistevano al viaggio e alle condizioni igienico-sanitarie precarie offerte a queste creature… Altre fonti ci dicono che, in epoca precolombiana, l’allattamento si prolungava fino ai 6 anni, talvolta 12. Secondo la Bibbia, gli ebrei allattavano tra i 2 e i 3 anni.

Sembrerebbe che la specie umana abbia avuto tendenza, almeno in Occidente e cercando l’avvallo della scienza, a trovare tutti i modi per liberarsi prima possibile di questa incombenza, specialmente nelle classi sociali più agiate, specialmente tra le popolazioni economicamente più forti. Negli anni Sessanta, ormai lontani dall’usanza della balia,  un importante giro di boa è avvenuto grazie all’avvento del latte artificiale. Ma invece di godere semplicemente del non dover più avere paura della mancanza di latte, permettendo anche alle madri di scegliere liberamente il proprio percorso, si è arrivati all’opposto estremo, giudicando l’allattamento del tutto inutile e retrogrado.

Alcuni ricercatori, tra cui l’antropologa Katherine Dettwyler, si sono presi la briga di osservare i mammiferi che più si avvicinano a noi, i primati. La conclusione è stata che se gli umani svezzassero i loro piccoli sul modello delle grandi scimmie, facendo astrazione delle credenze e dei costumi, i bambini dovrebbero essere allattati con un ventaglio che va dai 2,5 ai 7 anni. Interessante sapere, a questo proposito, che il sistema immunitario diventa davvero funzionale nel bambino a circa sei anni.

E se poi prende il vizio? Vi lascio cercare la risposta in un illuminante libro dall’omonimo titolo, che smonta proprio le abitudini culturali che vanno ad intaccare la sicurezza delle neomamme, assordando i richiami dell’istinto materno.

Ma il latte dopo l’anno diventa acqua? Pare proprio di no. Anzi, un rinnovato interesse nei confronti del latte materno sta portando la scienza a scoprire sempre più pregi in questo prezioso liquido che cambierebbe composizione per adattarsi alle esigenze del bambino, non soltanto nell’arco della stessa giornata, dei mesi, ma anche degli anni. Pare che alcuni scienziati stiano persino cercando di isolare le molecole del latte, per utilizzarle nelle cure di alcuni cancri.

I bambini allattati a lungo termine avrebbero un migliore sistema immunitario, la diminuzione del rischio di disturbi del comportamento (ma non diventano tutti irrimediabilmente mammoni?!), migliori capacità cognitive, diminuzione del rischio di obesità, diabete, allergie, problemi cardio-vascolari.  Nella madre allattante si avrebbe un più grande benessere mentale, diminuzione del rischio di diabete di tipo 2, di cancro al seno, di poliartrite reumatoide.

Non ho trovato studi fatti sul latte materno dopo il secondo anno di vita del bambino. Ma già il rapporto tra il primo e il secondo anno è interessante e siamo ben lontani dalla composizione dell’acqua (peraltro fondamentale alla nostra sopravvivenza). Nel secondo anno, ad esempio, aumenta la quantità di proteine, grassi, lattoferrina, ferro e sodio, diminuisce il calcio, lo zinco e il lattosio, seguendo le diverse necessità del lattante (Fonte: infografica di Uppa.it).

Vorrei rispondere tutto questo alle persone che mi guardano con disapprovazione, invitandomi per il mio bene a conformarmi alle cattive abitudini che la moderna società propone. Ma poi arranco. Mi innervosisco. Sorrido e abbozzo. Oppure do qualche risposta che si guadagna sguardi di sempre maggiore disapprovazione, come quando ho affermato che non ci trovavo nulla di male se mio figlio mi chiede il seno per motivi diversi dalla fame. La mia interlocutrice ha fatto una smorfia che avrebbe visto sobbalzare di soddisfazione il dott. Lightman (Cf. la serie Lie to me), che esprimeva quanto disdicevole fosse il mio atteggiamento, per poi rifugiarsi in un sorriso glaciale e in un atletico cambio di discorso. Ecco, credo che dovrei specializzarmi in atletici e leggiadri cambi di discorso. Tornerei certo a casa più tranquilla, e eviterei di scrivere chilometrici articoli come questo.

Mi sono permessa questo sfogo in un blog che si concentra sul come riuscire a crescere oggi, dribblando gli ostacoli e preservando la Meraviglia, perché, anche se penso che un bambino amato e non allattato al seno abbia tutte le porte aperte per crescere felice, penso anche che permettere al bambino di colmare il suo bisogno affettivo con un’infanzia ad alto contatto, donandogli il proprio tempo e il proprio seno senza timore sia, per quelli come me che hanno la fortuna di permetterselo e che lo desiderano, un dono prezioso. Sicuramente lo è per me, fonte di meraviglia, che lo guardo, appoggiato al mio petto, con gli occhi semichiusi – anche quando la giornata è stata nevrotica – con quelle manine che si muovono carezzando l’aria, in quell’abbraccio che placa le tormente, rallenta il cuore, addolcisce i minuti. E di notte, ci dondola entrambi verso un sonno che sarà morbido, comunque vada, perché condiviso. Ah sì, dimenticavo. A undici mesi dormiamo ancora tutti nel lettone… è il momento per me di una bella psicoterapia?

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Semi di meraviglia: parole al vento

Avere un figlio a 40 anni.

Tra poco, piccolo mio, compierai un anno. Il tuo primo anno. L’anno e i nove mesi più straordinari della mia vita.

Tra poco, piccolo mio, la tua mamma compierà quarant’anni. I suoi primi, o comunque i soli che si ricorda, nel caso prima fosse stata un dente di leone, un tartufo o una iena ridens. Certo è che messi così, uno dietro l’altro, come tessere del domino, fanno un po’ impressione.

Quando ti guardo, vorrei averti avuto prima, perché il tempo all’improvviso mi sembra troppo corto. Quando mi sono innamorata, ho iniziato a desiderare di vivere tutta la mia vita con la persona del mio cuor; da quando sei arrivato al mondo tu, ho iniziato a desiderare di vivere per sempre, perché mezza vita mi sembra proprio troppo crudelmente poca, perché mi sembra impensabile di non avere il diritto divino di poter sbaciucchiare i tuoi figli e i figli dei tuoi figli e i figli dei figli dei tuoi figli. Mi dovrò accontentare di lasciarti qualche ricordo da tramandare, qualche tratto del mio viso che rimarrà magari appiccicato al tuo, magari anche al loro. Chissà se avrò il tempo di conoscere almeno i miei nipotini, se ci saranno mai. Per questo, avrei voluto averti prima.

Ma con quale uomo, se non tuo padre? Ma con quale madre, se non quella che sono ora, pronta ad accoglierti?

Avere un figlio a quarant’anni, per me, è significato godere della gravidanza e della tua nascita a pieno, potendo permettermi di fermare tutto, senza chiedermi se mi stessi perdendo qualcosa, se intanto il mondo non stesse girando senza di me e se non mi avrebbe buttato giù dal suo giro di giostra. Le giostre sulle quali dovevo saltare su, il mondo che dovevo scoprire, le avventure che dovevo fare, le famose esperienze che desideravo mi marcassero, le ho attraversate e ora mi sono alle spalle. Prezioso bagaglio che mi ha reso quello che sono e che ora ha tutto il suo posto nel solaio dei ricordi, che ha fatto decisamente il suo tempo, lasciando spazio, oggi, ad altri progetti, desideri, tempi e modalità di vita e di crescita. Diversi sì, e non meno entusiasmanti.

Avere un figlio a quarant’anni è significato anche avere una maggiore consapevolezza di me, del mio corpo, del modo in cui volevo metterti al mopiede_piedinondo e, forse, crescerti.

Se è vero che a vent’anni avevo la capacità di girare a mille all’ora, ora penso di gestire meglio le energie, una forza più calma ma più efficace. Non credo avrei giocato con te più di adesso. Non credo mi sarei stancata meno. Ma avrei avuto forse meno pazienza. Oggi sono consapevole del dono immenso che il tempo con te rappresenta e di quanto questo passerà veloce. So che le notti agitate, le tue manine tese verso di me, il tuo chiamarmi ancora ed ancora sono soltanto un soffio di vento. Che nessuno mi vorrà più così tanto come te ora, nessuno mi amerà così tanto come te ora. E cerco di godermi ogni attimo concesso, cercando di non pensare alla paura di sbagliare che, quella, ce l’ho adesso come certo l’avrei avuta allora.

Mi avevano tanto parlato male del diventare madre a quarant’anni. Mi avevano messo addosso tante paure, tanti sensi di colpa. Ma queste nostre candeline, il tuo anno e il mio quarantennio, mi illuminano d’immenso. Anche con i miei (sempre più numerosi) capelli bianchi, che grigieggiano nella penombra. Anche senza champagne, che da quando ci sei, si allatta e non si beve.

Essere madre a quarant’anni. Che gioia. Che terribile errore avrei fatto a non permettermi questo lusso. Se avessi lasciato vincere la vocina che mi diceva che non sarei stata in grado, che con la vita che faccio che futuro ti avrei dato, che in fondo ci sono già abbastanza bambini su questa terra, che non mi serviva questa esperienza e non servivo certo io a dare nuova vita. Sono madre grazie a te, e mai, senza te, avrei attraversato il mistero e il miracolo dell’essere donna, il mistero e il miracolo di sentirmi strumento della Natura, parte di essa; testimonianza di saperi e poteri che ha il mio corpo a prescindere da me; un’improvvisa fiducia in me, nel mio corpo, in quei tanti saperi e poteri che la Natura mi ha tramandato e che – dimenticando la saccenza dei miei quarant’anni a cui metto il silenziatore – è proprio arrivato il momento, a quarant’anni, di ascoltare umilmente, di dar loro voce, ampiezza, spazio. Spazio alla nuova me, alla nuova noi, fatta di me, imprescindibilmente di te. Lasciarla affiorare e sorprendermi a scoprirla, a scoprirmi, ad amarmi in modo nuovo, grazie a te. Adesso, e per tutti i miei prossimi quarant’anni.

Semi di meraviglia: parole al vento

Nonni e nipoti.

Ricordo il gusto dolcissimo della camomilla di mia nonna Maria, che mi faceva prima di andare a letto. Ricordo quando mi nascondevo dietro al divano per guardare sghignazzando mio nonno Pasquale parlare con la televisione. Ricordo il sapore delle liquirizie di nonno Danilo e il profumo delle lenzuola di nonna Irma. Ricordo qualche storia che mi hanno raccontato, ma poche. Troppo poche.

I nonni sono importanti. Sono la prova della continuità della vita, sono l’esperienza di nonnocome le cose si facevano prima, tempi e modi diversi, quando internet ma chi se lo poteva immaginare e i telefoni avevano un cavo che li attaccava al muro per non farli volare via.

Sono il racconto. La parola tramandata. Sapori, odori, voci.

È triste quando i nonni sono lontani.

Ma è ancora più prezioso ritrovarli, quando ci si ritrova.

Io non ho imparato da mia madre a fare le olive all’ascolana, né l’uncinetto, né gli gnocchi o i supplì. Non ho imparato da mio suocero a fare il sapone, gli esperimenti con le calamite, le olive schiacciate. Né da mia suocera a fare le trecce di peperoni, i carciofi in padella con l’ingrediente segreto, la licurd’. 

Spero che mio figlio avrà voglia di farlo, per insegnarlo a me, in un andirivieni di esperienze tramandate che ci danno il senso di quello che siamo nel mondo.

Spero che mio figlio li accoglierà sempre con quello stesso sorriso infinito che regala loro adesso, piccolo com’è, come se cogliesse da subito la bellezza e la ricchezza di quei momenti ritagliati e appiccicati tra una distanza geografica e l’altra.

(Contributo fotografico in evidenza di Laura Pardu).

 

Semi di meraviglia: parole al vento

“Poi mi butti giù, come fossi una bambola”… Bambini e disturbi della personalità.

Alla fine del primo giorno di laboratorio di “improvvisazione, scrittura di scena e recitazione davanti ad una telecamera” la mamma di F. mi prende da parte e mi chiede: “Come è andata oggi?”.
La giornata si era svolta in modo molto sereno, c’erano ancora alcuni nodi da sciogliere affinché i ragazzi si lasciassero andare alle mie proposte, ma tutto sommato per un primo giorno potevo ritenermi soddisfatta.
Ma la mamma incalza: “E con mio figlio? È andata tutto bene con mio figlio?”
Io: “Sì, signora, tutto bene”
Lei: “Sicura, sì?”
io: “Sissignora, è un ragazzo vivace ma ce la siamo cavata”
Lei: “No perché, se vuole, gli posso dare le medicine”
io: “…”
Lei: “Ultimamente volevamo evitare di dargliele ma se dà fastidio gliele do”.
Io: “Non c’è bisogno, davvero, va bene così”.

In questo modo ho scoperto che F. non era vivace ma malato.
Lungi da me giudicare la mamma, che ha fatto le sue scelte conoscendo il figlio, la sua cartella clinica e che lo ama certamente più di chiunque al mondo.
Ma nel mio lavoro, la cui materia prima è la personalità dei partecipanti, F. non era più difficile da gestire rispetto ad un coetaneo magari invece molto timido, che rifiutasse di alzarsi dalla sedia, anzi.
imageF. era irruento, logorroico quanto lo posso essere io, onnipresente, ma mai aggressivo o irrispettoso nei confronti del gruppo.

Questo fatto mi ha dato e mi dà tanto da riflettere.

Sono sempre più circondata da bambini affetti da malattie della personalità, incapacità di concentrarsi, iperattivi, e tant’altro (scusate l’imprecisione, ma dimentico ogni volta le sigle che vengono loro attribuite)… E prendono medicine per essere calmati.
A me questa cosa fa paura.

Verso la fine della settimana F. è venuto al laboratorio spento. Sembrava molto stanco. Gli ho chiesto un po’ a bassa voce se avesse dormito male, ha risposto, davanti agli altri, che aveva preso le medicine. Ne è nata una discussione con tutti i ragazzi, con naturalezza, che è finita, grazie alla leggerezza adolescenziale (di F. In primis), in grandi risate.

Senza pretesa di giudizio, mi si permetta la riflessione: in tutti i casi che incontriamo giorno dopo giorno, non c’è davvero alternativa al sedarli? Non potrebbe essere la conseguenza di troppo tempo chiusi, troppe attività sedentarie e solitarie, senza poter esprimere le proprie energie e sensibilità? Troppo poco tempo e pazienza da dedicare a bambini che richiedono più attenzioni? Dice lo stracitato proverbio africano che, per educare un bambino, ci vuole un villaggio (e io lo intendo non solo a a livello umano-relazionale, ma anche spazio-temporale): forse siamo troppo soli nel crescere oggi i nostri bambini, dentro spazi cittadini troppo ristretti?

Ne Il miracolo di essere bambini. L’idea di infanzia, Henning Köhler sembra condividere le mie perplessità:

“Al giorno d’oggi è molto diffuso il “vizio” di giudicare i bambini che non si comportano o sviluppano come ci si aspetta e di attribuire loro certi concetti diagnostici che invece riguardano malattie. Bisogna tenere conto di questa tendenza attuale e guardarla molto attentamente; penso che tutte le persone che cercano nuove prospettive nel campo della pedagogia e della terapia dovrebbero opporre resistenza. Quest’attuale tendenza è sconvolgente e allarmante! Il motto è “patologizzazione” del bambino singolare che non corrisponde alla media. Siccome sempre più bambini non si comportano secondo la norma, secondo il punto di vista della psicologia dello sviluppo (qui le cause possono essere molteplici), sempre più bambini vengono trattati come “casi patologici” ed essi debbono affrontare il loro percorso di vita con l’impronta del “disturbo della personalità”. Non è certo un aspetto trascurabile”.

imageHo un po’ di rabbia dentro, come una nebbia, senza destinatario. E tanta compassione. Possibile, che la sola risposta e aiuto che riusciamo a dare alla mamma di F., siano una scatola di medicine? Io credo che dobbiamo davvero ricominciare, interrogarci, riscrivere proprio la società.
Da qui.
Da quella preziosa (?) diabolica scatola di medicine.
E non ditemi che è un’utopia. Che mi fate arrabbiare.
Adesso ho anch’io un figlio.

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Semi di meraviglia: parole al vento

“Sì, vabbè, ma da uno a dieci, quanto mi dai?”. Bocciature e voti a scuola.

Non credo nei banchi di scuola che anchilosano i corpi fatti di movimento dei bambini;
imageNon credo nei voti, né positivi né negativi, che riducono il bambino ad una griglia numerica inibendo le potenzialità individuali; spezzando l’autostima; riducendo il piacere di imparare, al desiderio di una ricompensa o alla paura di una punizione; creando una società fondata sulla concorrenza e competizione (se c’è un migliore, c’è un peggiore);
Non credo nei programmi che non tengono conto della realtà, dei diversi tempi di apprendimento, delle reali esigenze e sete di conoscenza del bambino e del posto che il bambino occuperà nella società di domani;
imageNon credo nello studio delle materie prese individualmente, che chiudono il sapere in compartimenti stagni invece di valorizzare le infinite connessioni tra le scienze, tra le cose, che ci insegnano che siamo parte del tutto.
Sarei tentata di dire che non credo neanche nella scuola, ma da una parte sono consapevole che bisognerebbe rivoluzionare tutto il sistema, che, detta in modo riduttivo, bisognerebbe smettere di fondare (un esempio tra tanti) la nostra repubblica sul lavoro (e quale lavoro?) per incentrarla sull’essere umano, e dall’altra, so che ci sono delle buone alternative, già operative nel mondo, che tengono conto di tutti i “non credo” di cui sopra.
Penso all’asilo nel bosco, agli approcci pedagogici libertari, alla pedagogia Montessori, al sistema scolastico finlandese.
Proprio in Finlandia – per chi ama i migliori – già campione nella classifica internazionale Pisa, è in atto una riforma che prenderà ufficialmente inizio nel 2020, che prevede un radicale cambio di paradigma: via le materie, gli insegnanti diventeranno dei facilitatori per un apprendimento pluridisciplinare che vedrà incontrarsi, nello stesso momento, i saperi propedeutici ai temi trattati.
Questa nuova legge che crea tanta ansia e che abolisce le bocciature alle medie e alle elementari non è che una goccia nel mare, verso una scuola che diventi un bel posto dove imparare. Peccato che si tocchi la superficie senza intaccare il fondo del sistema. Peccato che si continua a insegnare in modo frontale, con bambini in esubero possibilmente inchiodati alle sedie. Togliere la bocciatura (senza tra l’altro eliminare i voti) è solo un modo di privare gli insegnanti di un’arma nella guerra del “devi imparare” (quello che dico io, come e quando lo dico io) tra allievi e professori.
Niente di nuovo, né di davvero buono dunque, per quegli insegnanti che nonostante gli infiniti ostacoli imposti dalla cultura imperante, riescono ugualmente a fare il loro mestiere con tanto amore da trapelare negli allievi, da trasmettere al di là delle righe dei quaderni, la bellezza rotonda dell’imparare cose nuove, dell’esplorare le possibilità di quella conoscenza non pedante che “li renderà liberi”.

Fa ancora eco in me il bambino che mi porta alla fine del corso di teatro un disegno. Con un gran sorriso me lo porge e mi dice: “È per te”
Io: “Grazie, che bello, questa sono io!”
Lui: “Da uno a dieci, quanto mi dai?”
Io: “…”
Io: “È un regalo, un gesto bellissimo, è un gesto di gentilezza, d’amore, come si fa a quantificare un sentimento?”
Lui: “Sì vabbè, però, quanto mi dai da uno a dieci?”

Semi di meraviglia: parole al vento

Sognare, lottare. Ricordare. Martin Luther King.

Poco fa ho scoperto che oggi ricorre il 54esimo anniversario dal discorso di Martin Luther King. Il bellissimo, stracitato – anche da me – “I have a dream“. E mi sono subitamente resa conto che, di fatto, non lo avevo mai letto o ascoltato per intero. Mi è sembrato doveroso rimediare e ho pensato che potesse incuriosire anche altre persone. Sono momenti importanti nella storia, quei momenti in cui le parole cristallizzano bisogni primari, segnano la memoria e marchiano il monito del non, mai più, tornare indietro. Mi sembra più che mai pertinente in questo blog, perché che senso avrebbe coltivare la curiosità dell’imparare e la meraviglia nella vita, senza anelare alla libertà e all’uguaglianza? Qui di seguito la traduzione in italiano. E qui il link al video. Nella speranza che a ripeterle, anno dopo anno, queste parole rinnovino nel nostro animo il loro vigoroso:

No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché “la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena”.

“Sono felice di essere con voi oggi in quella che sarà ricordata come la più grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Un secolo fa, un grande americano, che oggi getta su di noi la sua ombra simbolica, firmò il Proclama dell’Emancipazione. Si trattava di una legge epocale, che accese un grande faro di speranza per milioni di schiavi neri, marchiati dal fuoco di una bruciante ingiustizia. Il Proclama giunse come un’aurora di gioia, che metteva fine alla lunga notte della loro schiavitù.
Ma oggi, e sono passati cento anni, i neri non sono ancora liberi. Sono passati cento anni e la vita dei neri è ancora paralizzata dalle pastoie della segregazione e dalle catene della discriminazione. Sono passati cento anni e i neri vivono in un’isola solitaria di povertà, nel bel bezzo di un immenso oceano di benessere materiale. Sono passati cento anni e i neri ancora languiscono ai margini della società americana, si ritrovano esuli nella propria terra. Oggi siamo venuti qui per tratteggiare a tinte forti una situazione vergognosa.
In un certo senso, siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli architetti della nostra repubblica hanno scritto le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’Indipendenza, hanno firmato un “pagherò” di cui ciascun americano era destinato ad ereditare la titolarità. Il “pagherò” conteneva la promessa che a tutti gli uomini, sì, ai neri come ai bianchi, sarebbero stati garantiti questi diritti inalienabili: “vita, libertà e ricerca della felicità”. Oggi appare evidente che per quanto riguarda i cittadini americani di colore, l’America ha mancato di onorare il suo impegno debitorio. Invece di adempiere a questo sacro dovere, l’America ha dato al popolo nero un assegno a vuoto, un assegno che è tornato indietro con la scritta “copertura insufficiente”.
Ma noi ci rifiutiamo di credere che la banca della giustizia sia in fallimento. Ci rifiutiamo di credere che nei grandi caveau di opportunità di questo paese non vi siano fondi sufficienti. E quindi siamo venuti a incassarlo, questo assegno, l’assegno che offre, a chi le richiede, la ricchezza della libertà e la garanzia della giustizia.
Siamo venuti in questo luogo consacrato anche per ricordare all’America l’infuocata urgenza del presente. Quest’ora non è fatta per abbandonarsi al lusso di prendersela calma o di assumere tranquillante la droga del gradualismo. Ora, è il momento di tradurre in realtà le promesse della democrazia. Ora, è il momento di risollevarci dalla valle buia e desolata della segregazione fino al sentiero soleggiato della giustizia razziale. Ora è il momento di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale per collocarla sulla roccia compatta della fraternità. Ora, è il momento di tradurre la giustizia in una realtà per tutti i figli di Dio.
Se la nazione non cogliesse l’urgenza del presente, le conseguenze sarebbero funeste. L’afosa estate della legittima insoddisfazione dei neri non finirà finché non saremo entrati nel frizzante autunno della libertà e dell’uguaglianza. Il 1963 non è una fine, è un inizio. Se la nazione tornerà all’ordinaria amministrazione come se niente fosse accaduto, chi sperava che i neri avessero solo bisogno di sfogarsi un po’ e poi se ne sarebbero rimasti quieti, rischia di avere una brutta sorpresa. In America non ci sarà né riposo né pace, finché i neri non vedranno garantiti i loro diritti di cittadinanza. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione finché non spunterà il giorno luminoso della giustizia.
C’è qualcosa che devo dire al mio popolo, fermo su una pericolosa soglia, alle porte del palazzo della giustizia: durante il processo che ci porterà ad ottenere il posto che ci spetta di diritto, non dobbiamo commettere torti. Non cerchiamo di placare la sete di libertà bevendo alla coppa del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano elevato di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Sempre, e ancora e ancora, dobbiamo innalzarci fino alle vette maestose in cui la forza fisica s’incontra con la forza dell’anima.
Il nuovo e meraviglioso clima di combattività di cui oggi è impregnata l’intera comunità nera non deve indurci a diffidare di tutti i bianchi, perché molti nostri fratelli bianchi, come attesta oggi la loro presenza qui, hanno capito che il loro destino è legato al nostro. Hanno capito che la loro libertà si lega con un nodo inestricabile alla nostra.
Non possiamo camminare da soli.
E mentre camminiamo, dobbiamo impegnarci con un giuramento: di proseguire sempre avanti.
Non possiamo voltarci indietro.
C’è chi domanda ai seguaci dei diritti civili: “Quando sarete soddisfatti?”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri continueranno a subire gli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca. Non potremo mai essere soddisfatti, finché non riusciremo a trovare alloggio nei motel delle autostrade e negli alberghi delle città, per dare riposo al nostro corpo affaticato dal viaggio. Non potremo mai essere soddisfatti, finché tutta la facoltà di movimento dei neri resterà limitata alla possibilità di trasferirsi da un piccolo ghetto a uno più grande. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i nostri figli continueranno a essere spogliati dell’identità e derubati della dignità dai cartelli su cui sta scritto “Riservato ai bianchi”. Non potremo mai essere soddisfatti, finché i neri del Mississippi non potranno votare e i neri di New York crederanno di non avere niente per cui votare. No, no, non siamo soddisfatti e non saremo mai soddisfatti, finché “la giustizia non scorrerà come l’acqua, e la rettitudine come un fiume in piena”.
Io non dimentico che alcuni fra voi sono venuti qui dopo grandi prove e tribolazioni. Alcuni di voi hanno lasciato da poco anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da zone dove ricercando la libertà sono stati colpiti dalle tempeste della persecuzione e travolti dai venti della brutalità poliziesca. Siete i reduci della sofferenza creativa. Continuate il vostro lavoro, nella fede che la sofferenza immeritata ha per frutto la redenzione. Tornate nel Mississippi, tornate nell’Alabama, tornate nella Carolina del Sud, tornate in Georgia, tornate in Louisiana, tornate alle baraccopoli e ai ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in qualche modo questa situazione può cambiare e cambierà.
Non indugiamo nella valle della disperazione, vi dico oggi, amici miei.
E anche se dobbiamo affrontare le difficoltà di oggi e di domani, io continuo ad avere un sogno. Un sogno che ha radici profonde nel sogno americano.
Ho un sogno, che un giorno questa nazione sorgerà e vivrà il significato vero del suo credo: “Noi riteniamo queste verità evidenti di per sé, che tutti gli uomini sono creati uguali”.
Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi potranno sedersi insieme alla tavola della fraternità.
Ho un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, dove si patisce il caldo afoso dell’ingiustizia, il caldo afoso dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e di giustizia.
Ho un sogno, che i miei quattro bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per l’essenza della loro personalità.
Oggi ho un sogno!
Ho un sogno, che un giorno, laggiù nell’Alabama, dove i razzisti sono più che mai accaniti, dove il governatore non parla d’altro che di potere di “compromesso interlocutorio” e di “annullamento” delle leggi federali, un giorno, proprio là nell’Alabama, i bambini neri e le bambine nere potranno prendere per mano bambini bianchi e bambine bianche, come fratelli e sorelle.
Oggi ho un sogno!
Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà innalzata, ogni monte e ogni collina saranno abbassati, i luoghi scoscesi diventeranno piani, e i luoghi tortuosi diventeranno diritti, e “la gloria del Signore sarà rivelata, e tutte le creature la vedranno insieme”.
Questa è la nostra speranza, e questa è la fede che porterò con me tornan­do nel Sud.
Con questa fede potremo cavare dalla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede potremo trasformare le stridenti discordanze della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fraternità. Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in prigione insieme, schierarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi.
Quel giorno verrà, quel giorno verrà quando tutti i figli di Dio potranno cantare con un significato nuovo:
Patria mia, è di te, dolce terra di libertà, è di te che io canto.
Terra dove sono morti i miei padri, terra dell’orgoglio dei Pellegrini,
da ogni vetta riecheggi libertà.
E se l’America vuol essere una grande nazione, bisogna che questo diventi vero.
E dunque, che la libertà riecheggi dalle straordinarie colline del New Hampshire.
Che la libertà riecheggi dalle possenti montagne di New York.
Che la libertà riecheggi dagli elevati Allegheny della Pennsylvania.
Che la libertà riecheggi dalle innevate Montagne Rocciose del Colorado.
Che la libertà riecheggi dai pendii sinuosi della California.
Ma non soltanto.
Che la libertà riecheggi dalla Stone Mountain della Georgia.
Che la libertà riecheggi dalla Lookout Mountain del Tennessee.
Che la libertà riecheggi da ogni collina e da ogni formicaio del Mississippi, da ogni vetta, che riecheggi la libertà.
E quando questo avverrà, quando faremo riecheggiare la libertà, quando la lasceremo riecheggiare da ogni villaggio e da ogni paese, da ogni stato e da ogni città, saremo riusciti ad avvicinare quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, protestanti e cattolici, potranno prendersi per mano e cantare le parole dell’antico inno:
Liberi finalmente, liberi finalmente!
Grazie a Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente!”

Semi di meraviglia: parole al vento

Via le luci della ribalta! Ecco perché con me tuo figlio non sarà un bambino prodigio.

imageNon insegno teatro ai vostri figli per farne dei piccoli attori.
Quando dite a vostra figlia affinché io senta: “Glielo hai detto alla tua maestra di teatro che hai fatto la tua prima pubblicità?” sorrido solo per cortesia, non perché sono fiera.
Certamente può essere una bella esperienza, se viene accompagnata adeguatamente dall’adulto, spiegata e vissuta per quella che è, allontanando lo spettro del protagonismo. La sindrome della piccola star dello schermo è quanto di più deleterio possiamo offrire ad un adeguato sviluppo psico-sociale del bambino.
Ma io non sono lì per questo. Al contrario.
Io sono lì per insegnar loro, ci provo con tutti i mezzi di cui dispongo, che siamo mattoncini di uno stesso edificio, che senza uno di noi la struttura prima o poi crolla, o arranca, che siamo responsabili per l’altro e per il tutto.
Un’allieva molto dotata, che in spettacoli passati aveva ricevuto grandi elogi a discapito dei colleghi in scena, mi ha detto un giorno di voler lasciare il progetto perché voleva “brillare”, e con me temeva non sarebbe successo. Le ho detto che aveva ragione, che era libera di partire perché sarebbe stata frustrata se quello era il suo obiettivo, che io mi riproponevo di farle vivere un altro tipo di esperienza. È rimasta, anche la stagione successiva. Non ha brillato come una solitaria stella cadente, ma come tutto il firmamento.
Non si tratta certo di reprimere i talenti, né le singole personalità, ma di creare un equilibrio scenico che liberi le potenzialità di ognuno, come un coro dove gli assoli siano melodia, senza incitare a fare paragoni tra le voci.
Shakespeare scriveva che il mondo è un palcoscenico e noi non siamo che banali attori. Nella vita come sul palco possiamo accettare questa “banalità”, trasformandola in una splendida occasione di incontro o lottare con le unghie e con i denti per emergere, competitivamente, credendo che questa luce su di noi ci possa davvero rendere speciali. Mentre speciali lo siamo, ma nella nostra fragilità, nella nostra umanità, nella nostra irripetibile ripetitività.

Parte del tutto siamo, di un tutto in cui il rispetto dell’altro e del nostro pianeta non è un gesto di cortesia, ma l’ingrediente  principale per costruirci una vita se non felice, per lo meno serenamente in sintonia.
Per questo insegno teatro. Se vorrete, ai vostri figli. Ma camminando, ve ne prego, nella stessa direzione.

Controbuti fotografici @lauralafon.

Semi di meraviglia: parole al vento

Ode alla parola. A cinque anni, si può.

Sto leggendo Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Ve ne parlerò ancora perché c’è tanta ma tanta materia per piccoli e grandi, tanta ma tanta poesia. Lo sto leggendo piano, è così raro che trovi un libro che mi tocchi queste corde melodiche e sento già avvicinarsi la nostalgia della separazione.

Nel mezzo di questo mio piccolo idillio per il quale sussurro alle foglie un sincero “grazie signor Gianni Rodari”, non resisto alla tentazione di condividere questa storia inventata da un bimbo di cinque anni, che l’autore ha avuto il piacere di ascoltare durante una delle sue attività di racconto creativo con i bambini.

Ancora una volta capisco quanto queste creature siano la nostra salvezza. Anche creativa. Imparare a star desti alla vita, ci vuole, per non perdersi neanche una loro parolina.

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