Per un terreno fertile

TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze

Lo so che nella società attuale la televisione è talmente radicata nelle abitudini di vita, che ogni attacco contro di essa genera maldicenze e tentativi di ridicolizzazione (“Ma dai, adesso la tv è il diavolo!“, “Ci siamo cresciuti davanti anche noi, siamo finiti tutti lobotomizzati e psicopatici!“, “E dire che sei andata pure all’università con tutta la tv che hai visto, sei un genio!“, “Mamma mia quanto sei estremista, e rilassati un po’!” e via dicendo). E infatti me ne guardo bene di esprimere la mia opinione in proposito, tranne quando sono obbligata a rispondere a coloro che criticano la mia scelta di non averla, o di voler preservare mio figlio (spero almeno) fino ai tre anni. Nell’articolo “Spegni la TV, preserva la Meraviglia.“, ho cercato di esporre nel modo più completo possibile il punto di vista di Serge Tisseron, psichiatra infantile.

Oggi cambio punto di vista, servendomi delle osservazioni presentate essenzialmente da Michel Desmurget, ricercatore specializzato in neuroscienze cognitive. Le sue parole sono state, per la semplicità di esposizione, estremamente illuminanti. Purtroppo il suo libro “TV Lobotomie : La vérité scientifique sur les effets de la télévision” (TV lobotomia: La verità scientifica sugli effetti della televisione) non è stato tradotto in italiano. Continue reading “TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze”

Semi di meraviglia: parole al vento

Ho bisogno di silenzio per parlarti.

Sono tornata in Italia per le vacanze di Natale. E come ad ogni rientro, ritrovo le solite abitudini audiovisive della TV onnipresente in case, locali, ristoranti, persino nella metro. Della radio a volume poderoso nelle automobili e autobus. Prepotenza di decibel. Mi accorgo solo in questi momenti del mio fortissimo bisogno di silenzio, di ascoltare la voce umana del mio prossimo, qui presente, senza interferenze. Sarà certo un mio limite, ma mi chiedo come tutti questi stimoli non influenzino l’umore delle persone. Continue reading “Ho bisogno di silenzio per parlarti.”

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I suoi libri preferiti a 13 mesi.

Qualche mese fa esprimevo, in quest’articolo, il mio amore per i libri e il mio desiderio di riuscire a trasmettere tale legame amoroso a mio figlio. All’epoca aveva nove mesi e il suo interesse per l’oggetto in sé era abbastanza limitato. Col passare del tempo, si è appassionato alla tecnica manuale del prendere le pagine, sfogliarle, andare avanti e indietro, chiudere e aprire; alla manipolazione della diverse materie e consistenze, fino ad arrivare a strappare ed assaggiare, ovviamente tra i libri più sporchi del catalogo. Continue reading “I suoi libri preferiti a 13 mesi.”

Per un terreno fertile

Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo

Ci sono due luoghi in particolare che sono per me, da prima ancora di avere figli, la location perfetta per i più terrificanti film d’horror sulla disfatta della mamma: il supermercato e i trasporti pubblici.

Forse è per questo mio sconsiderato terrore delle scenate disperate di un bambino nei centri commerciali, che mi faceva tanto ridere la pubblicità un tantino di cattivo gusto dei condom. Sì, sì, quella che chiosava un bimbo che si gettava per terra urlando: “VOGLIO LE CARAMMMMMMELLLEEEEEE!!!” con la scritta “Usa i preservativi”. Continue reading “Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo”

Semi di meraviglia: esperienze · Semi di meraviglia: il gioco

Il gioco delle tre figure per sviluppare l’empatia

Mi piace accorgermi, rileggendo appunti e propositi prima dell’inizio di un laboratorio, quanto le cose non vadano mai davvero come previsto. Potrebbe essere una constatazione destabilizzante, ma a me rassicura pensare che sono gli esseri umani presenti, con le loro personalità uniche, a determinare il corso delle cose, e non la mera limitata programmazione del mio cervello su un’immutabile metaforica incisione su pietra.

All’inizio di questo laboratorio (di cui parlo qui), avevo deciso di lavorare al modo diverso di vedere il mondo, considerate le diverse nazionalità presenti, per questo abbiamo iniziato l’esplorazione con dei caleidoscopi. Avevo programmato originali escursioni tra cultura e parole d’altrove, e ci siamo invece ritrovati, con gusto, a giocare con la più universale delle materie: le emozioni. Il caleidoscopio ci ha mostrato la complessità delle declinazioni dell’emozione, che è possibile cioè che persone diverse provino emozioni diverse, anche se esposte alla stessa esperienza e che persino emozioni contrastanti convivano nello stesso individuo, nello stesso istante. Abbiamo scoperto che si può provare una grande tristezza ascoltando una musica gioiosa, che piangere può essere semplicemente la dolce impronta dell’amore (quando siamo, ad esempio, tristi perché la nostra adorata cuginetta se ne torna al suo paese dopo essere passata a trovarci).Schermata 2017-12-07 alle 18.13.45

Abbiamo scoperto che in tutto questo calderone, tra l’imparare a gestire le proprie emozioni e il capire quelle degli altri, si insinua una parolina magica, di cui avevo già parlato in questo articolo: l’empatia.

Sapersi mettere nella pelle dell‘altro, anche se apparentemente molto diverso da noi, essere capaci di immaginare quello che prova, anche se non ci troviamo nella sua posizione, saper guardare alla sua alterità con la stessa meraviglia che abbiamo guardando attraverso un caleidoscopio… ciò rappresenta, a mio avviso, un bel bagaglio di competenze per il benessere personale e collettivo.

Come siamo arrivati all’empatia? Continue reading “Il gioco delle tre figure per sviluppare l’empatia”

Libri meravigliosi

Anna Llenas. Per libri illustrati, esplosioni d’allegria.

Qualche tempo fa ho scritto del bel libro “I colori delle emozioni” della spagnola Anna Llenas (potete trovare il mio articolo qui): semplice (non per la sua fattura, essendo un libro pop-up, con tutte le complicazioni tecniche che comporta) e coloratissimo strumento per parlare coi bambini di emozioni. Oggi, facendo una passeggiata in libreria, l’occhio mi si è decisamente staccato dall’orbita per appiccicarsi ad una montagnola di libri illustrati, tutti con lo stesso nome in copertina: Anna Llenas. Quindi eccomi qui a parlarvi di questa autrice, a cui devo la difficile riacquisizione del mio occhio che voleva restare abbracciato ai suoi albi. Il suo stile è ben riconoscibile, ho la sensazione di passare da un libro ad un altro senza soluzione di continuità. Un vantaggio, soprattutto se è uno stile che piace, lo si distingue già solo dalla copertina, da lontano, per i colori decisi, i rilievi tipo collage, i disegni stilizzati da bambino. Uno svantaggio, d’altro canto, perché, almeno per me, al terzo titolo aperto, il senso di sorpresa si è un po’ affievolito, come quando all’ennesimo libro dell’amatissimo Baricco, ho cominciato a prevederne le astuzie letterarie, ad intuirne i trucchi e a vedere troppo presto le orecchie del coniglio nascoste dentro al cappello del mago. Continue reading “Anna Llenas. Per libri illustrati, esplosioni d’allegria.”

Libri meravigliosi

Lupi maschioni, galline sterminatrici e volpi non proprio furbissime, ma o quanto tenere!

Ma quanto sono contenta di poter condividere con voi questo fumetto! Perché? Perché mi ha fatto ridere di gusto, per il modo in cui vengono usati gli stereotipi del buono e del cattivo e come vengono capovolti, per come viene mostrato che niente è bianco o nero, soprattutto se ci sono di mezzo i sentimenti. Il lupo qui è cattivo. Anzi no, è un vero macho. Di quelli che hanno il vocione, si sanno far ascoltare e hanno lo charme del duro. C’è chi lo ama perché vorrebbe essere come lui, c’è chi lo teme, ma lo rispetta. E poi c’è la volpe che vorrebbe tanto essere temuta, ma che è troppo adorabile. Nonostante i suoi sforzi, resta una creatura per cui tutti fondamentalmente provano grande tenerezza. E vogliamo parlare delle galline che tutt’altro sono che tremule vittime di questo mondo di predatori? E il cane da guardia, caricatura del funzionario statale? Non c’è buonismo in queste pagine, ma la riflessione indiretta che non abbiamo bisogno di essere “popolari” per essere amati e che accettare se stessi senza costruirsi maschere dietro alle quali nascondersi, può sicuramente portarci più vicini alla felicità, anche se dei compromessi talvolta si impongono… Continue reading “Lupi maschioni, galline sterminatrici e volpi non proprio furbissime, ma o quanto tenere!”

Per un terreno fertile

Il cerchio. Perché è la forma perfetta della pedagogia.

Il cerchio, in geometria piana, è costituito dall’insieme infinito dei punti equidistanti da un punto dato, detto centro. Già per Platone, espressione della perfezione; nel Medioevo simbolo dell’Assoluto. Se il triangolo unisce il terreno al divino, Dio è cerchio. Simbolo dell’infinito perché senza inizio e senza fine. Circolari le stagioni, le fasi lunari, le maree, l’alternarsi del sole e della luna.

Il cerchio è la forma perfetta della democrazia, non ha direzione, né orientamento. La forma che permette a tutti di essere esattamente nella stessa posizione degli altri, uguali, senza podio né gerarchia. Senza sforzi, tutti possono guardare tutti, tutti essere visti da tutti, in un’immediata intimità, che fonda il senso della comunità. Come dice Phyllis Curott, reinterpretato a modo mio, così come la base delle pentole è rotonda affinché il calore si distribuisca uniformemente, così nel cerchio le energie, gli umori, il calore circolano liberamente, senza dispersione.

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Ecco perché ci posizioniamo in cerchio, quando ci incontriamo per un laboratorio. La persona che guida il gruppo, sempre che ce ne sia bisogno (che sia l’animatore, l’insegnante, il mediatore, il rappresentante di classe), sta in piedi o si siede con gli altri, nella circonferenza. Ha diritto di parola esattamente come tutti. È forse il conduttore iniziale di energia, che lancia un’attività collettiva, rilancia o modera una discussione che ha bisogno di essere contenuta. Ma non v’è nulla, nel cerchio, della frontalità del professore che infonde la sua scienza negli astanti più o meno passivi. Nel cerchio non ci sono buchi, banchi vuoti. Il cerchio si stringe sempre intorno ai presenti. È la forma per eccellenza del momento presente. Del “siamo qui ed ora”, insieme, riuniti. Non c’è nulla da recuperare perché tutto circola e si ripete. Nulla si perde, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Il cerchio è la forma dell’accoglienza, dell’abbracciare. Dell’empatia. Nel cerchio, tutte le diversità non diventano uguali, ma parte integrante di esso.

Quando iniziamo un laboratorio, il cerchio è la forma che ci accoglie all’inizio e ci saluta alla fine. È così che ci scaldiamo prima di cominciare un corso di teatro, o di improvvisazione, o una qualsiasi altra attività. È la posizione migliore per dirsi come stiamo, cosa faremo. E la posizione migliore per dirsi come siamo stati, alla fine, le sensazioni provate, l’esperienza appena vissuta. Ritorni verbali che ci aiuteranno a costruire il nostro prossimo incontro, in un modo che, a partire dalla posizione dei nostri corpi nello spazio, si vuole il più collettivo possibile. Mettersi in cerchio è anche il modo più propizio per predisporsi positivamente nel ricomporre i pezzi del puzzle dopo una lite, un diverbio, un ostacolo relazionale: il luogo che fa entrare il circolare dei punti di vista per accoglierli, provare a capirli e ricominciare.

Su un palcoscenico – luogo di predilezione per il gioco di equilibri perpetuamente distrutti e catarticamente restaurati – il cerchio – sostanza dell’armonia – trova raramente il suo posto. Ma in sede di prove, laboratori, riscaldamento, preparazione degli attori, rappresenta sicuramente il momento chiave per una creazione teatrale collaborativa e serena. E penso che trovarsi almeno una volta nella giornata in questa posizione, farebbe del gran bene ad ogni tipologia di gruppo, di qualsiasi disciplina. Ma, per piacere, non intorno ad una tavola rotonda. Ché re Artù e i suoi cavalieri hanno fatto certo una sensazionale scoperta, smussando gli angoli delle chilometriche tavole rettangolari, in fondo alle quali principesse tristi chiedevano con voce fievole, se qualcuno potesse passar loro, cortesemente, il sale. Oggi, possiamo fare ancora un passo in avanti e offrirci all’altro, senza barricate. Magari in piedi, in modo che il nostro corpo sia sveglio ed attivo e che questo momento di condivisione sia vivo e pulsante. Duri esso anche solo il tempo di qualche respiro sincrono.

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Zii e nipoti. Supereroi nell’ombra.

Qualche tempo fa ho parlato del prezioso rapporto tra nonni e nipoti, oggi mi sembra doveroso spendere qualche riga su una relazione meno osannata ma non meno degna di nota: quella con gli zii.

Gli zii conoscono la mamma o il papà in un modo unico. Hanno vissuto l’infanzia alla loro altezza e si sa, il mondo, visto sotto il metro, ha spettacolari ed inedite prospettive. Gli zii sanno segreti delle mamme e dei papà, che i nonni manco immaginano. Talvolta c’erano persino quando si sono fatti la prima sbucciatura, alla perdita del primo dentino, quando hanno imparato ad andare con la bicicletta senza rotelle, alla prima delusione amorosa, alla prima sbronza o alla prima sigaretta, o ne sono stati al corrente prima degli altri. Perché gli zii, da piccoli, avevano udito e odorato fini ed erano molto meno fessi di quanto crediate. Sono forse rimasti nascosti insieme al tuo genitore, tantissimo tempo, sotto il lettone matrimoniale, per fare buuh! supereroina2ai nonni, e hanno probabilmente combinato una lista innominabile di marachelle che farebbero rabbrividire la piccola Mercoledì della Famiglia Adams.  Sono stati esserini terribilmente sadici ed amorevolmente solidali con i tuoi attuali mammine o papirini, in un arco di tempo che copre almeno l’infanzia, forse l’adolescenza, per alcuni persino l’età adulta. Questa conoscenza crea già di per sé un ponte prezioso perché tu, bambino, possa attraversarlo andando dai tuoi genitori ai tuoi zii, andata e ritorno, tra presente e passato, e nutrire le tue piccole delicate radici, affinché diventino una solida base per la quercia che diventerai (o preferisci essere un bel castagno?).

Tra tanti esempi, ho voglia di citare i libri che mi ha passato mio zio Bruno, capendo più degli altri la mia indole e i miei interessi, che hanno contribuito a rispondere alla mia furiosa curiosità letteraria e che fanno ancora tutti preziosamente parte della mia biblioteca e dei miei ricordi adolescenziali. Il manuale di filosofia che mi portavo in spiaggia quando vivevo la mia personale esperienza da “poeta estinta”, la ricerca della felicità di Schopenhauer, la storia delle donne, le favole di paesi lontani, persino Il nostro bisogno di consolazione di Stig Dagerman (difficile, importantissimo libro che mi ha aperto a nuovi modi di pensare. Ricordo con molta tenerezza quando il giorno dopo questo regalo mio zio mi chiamò, col pensiero ansioso che potessi prendere alla lettera le estreme parole (e gli atti) dell’autore).

Gli zii hanno passioni e universi che vengono trasmessi saltando trasversalmente le generazioni, un modo di comunicare che i genitori e i nonni non hanno – perché troppo vicini – manca loro quella distanza minima che permette la messa a fuoco. Gli zii vedono cose nei nipotini che gli altri non vedono. Gli zii possono permettersi l’intimità di un familiare e la sfacciataggine di un amico. Possono permettersi il gioco tra pari e il rimprovero dell’adulto.

Gli zii sono lì per mostrare un’altra sfaccettatura dell’amore, un altro modo di amare e di esserci. Sono lì a riempire gli spazi di amore, attenzione e cura, lasciati inavvertitamente o inevitabilmente vuoti da nonni e genitori. Sono le casette di marzapane che trovi nel bosco quando pensavi di esserti perso. Gli zii sono belli. Sono lì per tutti questi motivi e magari, magari, magari… anche per mettere al mondo il tuo cuginetto… Perché sì, anche la compagnia di un cugino è proprio una bella esperienza… (Ma per l’importanza dei cugini rimando, per il momento solo in modo ironico, ad un ulteriore articolo…).

 

 

Semi di meraviglia: parole al vento

Vorrei avere tante piccole orecchie per saperti ascoltare davvero.

Vorrei avere piccole orecchie in tutte le parti del mio corpo. Piccole orecchiette appiccicate agli occhi, alle mani, alla bocca (che facciano da ventosa per impedirmi di parlare prima di aver ascoltato), orecchiette (senza cime diorecchie_caleidoscopiche copie rapa) sui piedi, sotto le ascelle, tra i capelli, orecchie sulle mie orecchie, tra i denti come una foglia di insalata, tra le dita come un anello nuziale, ma soprattutto, soprattutto sul cuore. Perché lo so che nulla in te è “a casaccio”, e che quando ti agiti è perché non mi sono accorta che forse ti è caduto un microscopico pezzetto di carta con cui giocavi e non riesci più a recuperarlo, piccolo mio, o perché hai litigato col tuo amico immaginario, perché vedi e senti cose per cui le mie due vecchie orecchie raggrinzite sono troppo poche… la mia sensibilità alla percezione dei decibel troppo poco funzionale, di fronte alla tua iperricettività, la mia capacità di lasciarmi sorprendere dalle mille meraviglie che ci circondano, assopita. Tu che ti stupisci al suono della plastica che inavvertitamente ho strusciato. Tu che inarchi le ciglia per il suono di un’ambulanza in lontananza, che io manco avevo notato. Tu che trovi così terribilmente ilarante la pernacchietta che fanno le dita delle mani che fanno attrito contro le superfici o lo schiocco di un bacio tra mamma e papà. Tu che ascolti come una nenia le discussioni tra i tuoi genitori, analizzandone la melodia per capire se sorridere o fare la faccia preoccupata.orecchia_piccola

Tu mi ricordi che ho smesso di ascoltare. Che ho indossato filtri per proteggermi anche da tutto questo inquinamento sonoro, che per te invece è fonte di scoperta e di gioie auricolari. Mi ricordi che vorrei vederti inarcare le ciglia per il suono lontano di un pastore che chiama le pecore, o per il canto del gallo, o del vento tra le foglie, piuttosto che per la sirena della polizia e il clacson di automobilisti bloccati in un parcheggio.

Vorrei portarti altrove.

Vorrei avere tante piccole orecchie per sentire il mondo, meravigliosamente, come lo senti tu, amore della mamma.