Per un terreno fertile

Sempre in ritardo per colpa dei tuoi bimbi? Qualche alternativa alle incitazioni minacciose.

Posso sostanzialmente dividere in due grandi insiemi le situazioni durante le quali mi trovo a dover/poter imporre la mia autorità per ottenere rapidamente una risposta da mio figlio, con conseguenti crisi di pianto o ostruzionismo: situazioni di reale urgenza e situazioni minori.

Nelle situazioni urgenti ci sono poi dei sottogruppi. In una situazione di pericolo, ad esempio, la mia reazione istintiva è così fisicamente e verbalmente determinata, che mio figlio generalmente capisce subito i segni arcaici dell’urgenza e li accetta (Scotta! Taglia! Schiaccia!). Poi ci sono quelli dell’urgenza sociale o personale, che sono ben più difficili da far comprendere ad un bambino (un appuntamento, l’entrata a scuola o in ufficio, un treno che parte o semplicemente l’esaurimento della dose giornaliera di pazienza) ed è quindi più complesso far accettare al bambino che è ora di muoversi, adesso, senza esitare. Continue reading “Sempre in ritardo per colpa dei tuoi bimbi? Qualche alternativa alle incitazioni minacciose.”

Per un terreno fertile

I capricci non esistono

Alla voce “capriccio”, il dizionario Treccani indica:

caprìccio s. m. [dall’ant. caporiccio]. – 1. a. Voglia improvvisa e bizzarra, spesso ostinata anche se di breve durata […]; fare i c., spec. di bambini, fare le bizze.

Cerco allora “bizze”:

biżża1 s. f. [etimo incerto]. – Capriccio stizzoso e di breve durata, senza serio motivo: il bambino fa le b.; non sopporto le sue bizze.

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Per un terreno fertile

Perché è così importante imparare a riconoscere le emozioni?

Oggi ho imparato una parola nuova: alessitimia (o alexitimia, dal greco “a-” mancanza, “lexis” parola e “thymos” emozione: letteralmente “non avere le parole per le emozioni“). Costituisce l’incapacità d’identificare, differenziare, verbalizzare e comunicare le proprie emozioni.

In pratica provo un’emozione ma, non sapendola nominare, la subisco.

La dimestichezza con le emozioni è una competenza che potremmo aver acquisito nell’infanzia molto, poco o per nulla.

E vabbè, pazienza, viene da dire.

E invece no.

Questo deficit può essere all’origine, nell’adolescente o nell’adulto, di atti di violenza (incapacità d’autoregolazione, mancanza di empatia), e di dipendenza (impulsività, aggressività, dipendenza da droghe, alcool).

Se non si è capaci di riconoscere le proprie emozioni, non si è capaci di riconoscere nemmeno quelle degli altri. Non si sviluppa l’empatia e senza l’empatia, le competenze per avere una vita sociale e sentimentale soddisfacente.

Generalmente l’incomprensione delle emozioni provate si traduce con vere e proprie scariche emotive (crisi di rabbia, pianti molto intensi), senza essere in grado di capire cosa le scateni, a causa di una debole capacità introspettiva.

Questo è quello che vediamo normalmente nel bambino, il cui sistema nervoso è ancora immaturo per fare le connessioni necessarie al controllo e la comprensione dei suoi stati d’animo.

La mancanza delle parole per… “dire l’emozione” sarebbe responsabile delle risposte violente a situazioni che generano frustrazione, poiché le reazioni violente e impulsive danno una soddisfazione immediata e ansiolitica.

Nei bambini rappresenta una tappa, un nodo che va sciolto grazie all’educazione emotiva di cui genitori ed educatori sono responsabili.

Non è possibile crescere dei bambini felici se non li accompagnamo alla conoscenza di sé che, fatalmente, si esprime attraverso il meraviglioso universo emozionale.

E allora come fare?

In fondo le risposte degli studiosi che si sono fatti questa domanda, confermano le mie letture precedenti, che cito nell’articolo “E da un pugno chiuso una carezza nascerà“, nel quale propongo alcuni suggerimenti per affrontare le crisi dei nostri piccoli. In questo articolo, attraverso lo studio di psicologi che si sono concentrati sullo sviluppo della “intelligenza emotiva”, nello specifico, si sottolinea l’importanza d’identificare e far identificare al bambino le emozioni da lui provate, perché questo riconoscimento sta alla base della sua maturazione “emozionale”. J. Gottman, nel suo “Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori“, lo definisce come un vero e proprio allenamento emotivo che il genitore o l’educatore propone al bambino, attraverso 5 fasi:

1- la presa di coscienza delle emozioni del bambino;

2- il riconoscimento in quell’emozione di un’opportunità d’intimità e d’insegnamento;

3- l’ascolto empatico e la convalida dei sentimenti del bambino;

4- l’accompagnamento del bambino nel trovare le parole per definire le emozioni che sta provando;

5-la determinazione dei limiti e l’esplorazione delle strategie per risolvere il problema in questione.

La base di questo allenamento è certo l’empatia dell’allenatore emotivo. J.Gottman, ci dice:

“Quando i genitori offrono empatia ai loro figli e li aiutano ad affrontare sentimenti negativi come la collera, la tristezza e la paura, gettano tra sé e loro un ponte di lealtà e attaccamento”.

I bambini emotivamente allenati dimostrano la capacità di regolare il proprio stato emotivo, riescono a calmarsi quando sono agitati, a rallentare i battiti del loro cuore più in fretta, sono meno esposti a malattie infettive, riescono a concentrarsi meglio, ad essere più attenti, a relazionarsi meglio con gli altri, riescono meglio a comprendere le altre persone, stabiliscono rapporti di amicizia più solidi con i loro coetanei.

Vale la pena di capirci un po’ di più, no?

Secondo lo psicologo infantile Haim Ginott, non tutti i comportamenti sono accettabili, ma tutti i sentimenti e desideri lo sono.

Per questo essere in grado di entrare in relazione con il mondo interiore dei bambini, connettendosi empaticamente, comprendendoli e mai ridicolizzando o sminuendo le loro emozioni, sono le fondamenta per una crescita emotiva che non mina l’autostima e li accompagna verso la conoscenza di se stessi.

John Gottman individua tre tipologie di genitore, per poi proporci una via più appropriata per una sana educazione alle emozioni:

1- il genitore noncurante, che sminuisce, ignora o sottovaluta le emozioni negative del figlio;

2- il genitore censore, che critica, rimprovera o punisce l’espressione di queste emozioni;

3- il genitore lassista, che accetta le sue emozioni, si dimostra empatico, ma è incapace di proporsi come guida e porre limiti al suo comportamento.

Se riprendiamo, per dare uno continuità al mio lavoro, l’esempio utilizzato nel mio articolo sulla gestione delle crisi (il bambino si mette a piangere perché, nonostante abbia appena mangiato qualche caramella, vuole finire il pacchetto contro il volere della mamma) vediamo come:

a- il genitore noncurante dirà che l’atteggiamento del bambino è ridicolo, che non c’è nessun motivo per frignare e proverà a distrarlo proponendogli di fare un dolce insieme.

b- Il genitore censore rimprovererà il bimbo dicendogli che la mamma ne ha abbastanza del suo comportamento infantile e che se insiste ci prende pure una sculacciata.

c- Il genitore lassista, abbraccerà il bambino, accogliendo la sua collera e la sua tristezza ed entrando in empatia con lui. Gli dirà che è perfettamente normale volere più caramelle. Ma poi si trovererà a corto di idee sul da farsi. Non vorrebbe gridare, né punire, né ricattare il figlio, ma allo stesso tempo fargli finire il pacchetto di caramelle resterebbe un’opzione non praticabile. Forse arriverà alla fine ad un compromesso: ne mangi altre due e poi facciamo qualcos’altro. Ma alla prossima occasione, il problema si ripresenterà probabilmente nello stesso modo.

Il genitore-allenatore, empatizzando col bambino, si comporta come il genitore lassista, ma poi va oltre, proponendosi come guida alla gestione dei suoi sentimenti spiacevoli:

Bambino: Dammi! Ancora! Cattiva!

Mamma: Uh! Ma come sei arrabbiato! Perché?

Bambino: Voglio le caramelle, le voglio!

Mamma: Ma ne hai già mangiate tantissime! Sei arrabbiato perché vuoi finire il pacchetto?

Bambino: Sì!

Mamma: Caspita! Penso di capire come ti senti. A volte anche a me capita di volermi mangiare un pacchetto intero di caramelle, ma poi lo so che mi faranno male alla pancia e non posso permettere che questo succeda a te.

Bambino: Ma perché? Io le voglio tantissimo!

Mamma: Vieni qui amore (lo prende in braccio). Mi spiace tesoro ma proprio non è possibile che ti faccia finire il pacchetto perché so che ti farà male. Scommetto che questo ti fa arrabbiare, vero?

Bambino: Sì.

Mamma: E che ti rende anche un po’ triste?

Bambino: Sì.

Mamma: Anch’io sono un po’ triste nel vederti così (lo lascia piangere per un po’, continuando a tenerlo stretto e lasciando che sfoghi le lacrime). Senti che cosa possiamo fare: potremmo cucinare insieme qualcosa di altrettanto buono ma che non ti farà male. Hai qualche idea?

Bambino: Sì, la macedonia!

Mamma: La facciamo insieme?

*   *   *

A prima vista, questa soluzione appare simile a quella del genitore noncurante perché gli offre una soluzione alternativa per distrarlo, ma questo avviene solo dopo delle tappe importanti: il riconoscimento delle emozioni provate, l’accettazione delle stesse e il tempo lasciato per assaporarle, standogli vicino mentre piange. Qui la mamma non cerca di distrarre il bambino dal sentimento, né lo rimprovera per il fatto di provarlo. Le emozioni provate dal bimbo vengono rispettate così come i suoi desideri. Eppure vengono posti i limiti che non si possono valicare. Il bambino ci rimane male, ma è un sentimento che entrambi possono superare insieme. Solo dopo questo percorso, la mamma gli mostra che è possibile andare oltre queste emozioni negative guardando avanti, verso una diversa proposta (ancor meglio se trovata dal piccolo).

Alessitemia. Una parola che non conoscevo e che si rivela preziosissima. Una parola che come genitori ed educatori penso dovremmo scriverci a caratteri cubitali nel nostro quadernetto delle priorità, perché è nostra responsabilità fare in modo che resti solo un paletto-guida dal quale tenerci lontano.

 

 

Per un terreno fertile

E da un pugno chiuso una carezza nascerà

Sì sì, mi sento dire: “A volte la mano prude“.

Capelli arruffati, acufene derivante dai gridi acuti del pupetto, tic all’occhio come quello dello scoiattolino dell’Era Glaciale, vestiti stropicciati dai tentativi di calmarlo. Dov’è finito il tuo irresistibile aplomb? Il tuo stile inconfondibile? Il tuo sguardo calmo e misterioso? Maria Montessori diceva che i bambini sono i nostri Maestri. Questi cosetti che troviamo tanto dipendenti dalla nostra infinita saggezza ed esperienza di vita verrebbero al mondo per obbligarci a confrontarci con i nostri limiti e diventare migliori.

Oggi è proprio il giorno in cui il tuo piccolo prof. ti invita a esplorare nuove possibilità e provare a trasformare quel pugno chiuso che prude tanto e che tra-un-po’-guarda-se-non-la-smetti-diventa-un-bel-ceffone, in un’opportunità di carezza.

Ma come?

Partirei dalle tre tappe di Céline Alvarez. Avete un bimbo piccolo in preda ad una crisi? Inutile provare a ragionarci: la sua corteccia prefrontale, sede delle emozioni, non è ancora sviluppata e in questo momento là dentro c’è un putiferio, folletti fosforescenti che ballano l’alligalli e vulcani in piena esplosione. La prima azione da compiere è compatirlo, consolarlo, prenderlo tra le braccia, confortarlo (“Ti capisco!“, implicitamente “Ti amo e sto con te anche se non sono d’accordo con quello che hai fatto“). Qualsiasi altra azione rischierebbe di peggiorare la situazione. Passata questa delicata fase, il bambino si calma, è il momento di nominare le emozioni che ha provato (“sei tanto arrabbiato?” – da evitare il sottotesto: “perché vorresti strafogarti il pacchetto di caramelline gommose di gelatina di topo di fogna?”). La terza fase è quella della risoluzione del problema, magari proponendogli delle alternative o cercando di trovarle insieme (se vi sputa in faccia a mo’ di mitragliatrice le uvette che gli  avete proposto, mantenete la calma e ricordatevi che il sentiero del successo è cosparso di cacche di pecora…). In questo modo, se dovesse funzionare, il bambino si senterà capito, prenderà confidenza con le sue stesse emozioni – queste sconosciute – e si sentirà rispettato.

Il Dott. Haim Ginott, seguendo le stesse linee guida, propone soluzioni per fissare limiti invitando alla cooperazione. Il principio di base è di utilizzare un linguaggio positivo. In questo caso, l’ordine delle proposte non è per forza cronologico come invece per le tre tappe di Alvarez:

  • Riconoscere e riformulare il desiderio del bambino (“Sembri proprio arrabbiato con mamma“)
  • Ricordare le regole (“Ti ricordi che abbiamo stabilito non più di X caramelline, vero?”)
  • Cambiare la direzione dell’azione o proporgli soluzioni (“ti va di cucinare una superciambella insieme?“, “usciamo a fare un giro?“)
  • Avere compassione per la frustrazione del bambino (“Ti sarebbe piaciuto tanto mangiare ancora caramelline! Come lo capisco, piacciono anche a me tanto! Se non facessero così male! Hai voglia di dirmi o disegnarmi quanto sei arrabbiato?“).

Uno strumento che può risultare estremamente prezioso, e non solo nel bel mezzo di una crisi, è senza dubbio l’ascolto empatico o attivo.

Il principio è quello di indossare, come direbbe Rosenberg, nel suo Il linguaggio giraffa. Una comunicazione collegata alla vita, le orecchie da giraffa (l’animale chgiraffa_cuore_libro2e ha il cuore più grande di tutti), ossia ascoltare senza pregiudizi, in modo amorevole, per fare in modo che il bambino si senta capito, confortato e non sminuito nel suo dispiacere e in questo modo sviluppi l’autostima necessaria per trovare da solo una soluzione. Vediamo un esempio calcato sulla nostra situazione citata precedentemente:

“Bambino: Dammi! Ancora! Cattiva!

Mamma: Sei arrabbiato perché vorresti ancora caramelle?

Bambino: Sì, non mi fai mai finire il pacchetto!

Mamma: Ti piacerebbe mangiarne a sazietà e io ti impedisco di farlo perché ho paura che ti faranno venire il mal di pancia…

Bambino: Sì!

Mamma: E come facciamo?

Bambino: Io le mangio e tu non guardi!

Mamma: Ma poi avrai comunque male al pancino. Ti ricordi l’ultima volta che ti ha fatto male, quando eravamo in montagna?

Bambino: Sì…

Mamma: Ci sono altre cose che ti farebbe piacere mangiare e che non ti facciano male al pancino?

Bambino: Sì, la macedonia!

Mamma: La facciamo insieme?

Qualsiasi sia il percorso che scegliamo per trasformare il nostro pugno in una carezza non scordiamoci che viviamo un’occasione imperdibile per imparare qualcosa e posare un mattone nella costruzione della nostra relazione col bambino, armiamoci di pazienza, indossiamo le orecchie da giraffa e se il primo tentativo non va come vorremmo, soprattutto, non arrendiamoci.

 

Per un terreno fertile

Il culetto è mio, è mio perciò la sculacciata, no no no

Comincio oggi una serie di articoli che vertono sul tema delledito rimprovero woody punizioni e ricompense. In che modo possono danneggiare il piacere di imparare, inibendo lo stimolo naturale della curiosità?

Doveroso iniziare con la Punizione delle Punizioni, il grande archetipo: la sculacciata. Perché no?  Perché no, più in generale, all’uso della violenza (seppur “minima”) per imporre la propria autorità e insegnare a discernere tra il bene e il male?

Ce ne parla in modo molto chiaro Olivier Maurel nel suo La sculacciata. Perché farne a meno. Domande e riflessioni: “Solo qualche decina d’anni fa, si potevano ancora avere dubbi sulla nocività delle punizioni corporee inflitte ai bambini. Oggi non è più così. Le più recenti ricerche sul funzionamento del cervello dimostrano indiscutibilmente che le botte ricevute causano nel bambino lesioni e ostacolano il suo sviluppo“.

Senza entrare nello specifico di tali ricerche sugli effetti della sculacciata sul cervello del bambino (interessanti ad esempio gli studi dello psichiatra francese Muriel Salmona), vediamo perché la sculacciata proprio no no no:

  • La sculacciata è un’ammissione di debolezza, mostra al bambino che le sue provocazioni funzionano e che l’adulto non è stato in grado di controllarsi.
  • La sculacciata rende la violenza banale, sottintendendo che picchiare sia il solo modo per gestire un conflitto. Questa regola, ben assimilata, sarà con molta probabilità applicata a sua volta dal bambino, che sceglierà comportamenti violenti per la risoluzione dei problemi. Avete già vissuto il paradosso di dare una sculacciata ad un bambino che sta picchiando un altro bambino dicendogli che non si usa la violenza?
  • La sculacciata è umiliante: il bambino non si sente amato. Ciò crea inevitabilmente un circolo vizioso, spingendolo verso atteggiamenti sempre più negativi che gli causeranno altre sculacciate e così via. La violenza, non è una novità, chiama violenza, da entrambe le parti.
  • La sculacciata mina l’autostima del bambino che non si sente amato e lo priva del più potente motore di cui dispone per la sua realizzazione personale.
  • La sculacciata è inefficace perché si fonda sulla paura, non sulla comprensione dell’errore. Anche quando l’adulto ha ottenuto ciò che voleva, la lezione non è stata capita, le cause del conflitto sono rimaste irrisolte e la stessa situazione si ripresenterà con tutta probabilità nella prossima crisi.
  • La sculacciata confonde il bambino. Soprattutto quando è accompagnata da frasi del tipo “è per il tuo bene”. Alice Miller ci dice nel suo Dramma del Bambino Dotato: “Quando si colpisce un bambino con la pretesa di formare il suo carattere o per amore, si agisce in modo molto ipocrita (…). In questo modo impara che la violenza contro i deboli è legittima, la rivolta contro i forti vietata. Impara che bisogna mentire ed essere ipocriti, proprio da coloro che pretendono insegnare la verità e la tolleranza”. 
  • La sculacciata è una forma di violenza contro un bambino. E questo basta di per sé per essere naturalmente condannabile.

E se la situazione ci sfugge letteralmente di mano e parte la sculacciata, la soluzione resta tagliarci la mano o fustigarci ripetutamente urlando molteplici “Mea Culpa!”?! Olivier Maurel consiglia piuttosto di spiegarsi col bambino, una volta la crisi passata. Un modo per provare al bambino che la comunicazione resta il modo più efficace per superare gli ostacoli, insieme.