Per un terreno fertile

Le sei tappe per una relazione sana coi nostri figli (secondo A. Faber e E. Mazlish)

Sono sei le tappe per cominciare a migliorare la relazione coi nostri figli, di qualsiasi età. Ce lo dicono Marylin Segat e Laurence Demanet, in una conferenza tenutasi la settimana scorsa ed organizzata dall’Associazione dei Genitori delle Scuole Europee di Bruxelles. Lo scopo della conferenza era di dare una prima infarinata all’approccio di educazione positiva di Faber-Mazlish, autori, tra l’altro, di “Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino” e di “Come parlare perché i ragazzi ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino” .

Cominciamo con un banale esempio tipico di conflitto casalingo:

Franca, i tuoi giochi sono tutti sul tappeto, mi fai il piacere di metterli a posto?“. Tattica della gentilezza. Aspettiamo un po’, non funziona.

Franca, alla tua età sei capace, direi, di metterli in ordine! Ti sarà poi più facile ritrovarli“. Tattica della ragione. Aspettiamo un po’, non funziona.

Il nervosismo sale: “Franca, te l’ho detto mille volte di mettere a posto, te li butto tutti questi giochi, sei inaffidabile, stasera te li scordi i pancakes!“. Magari la tiriamo anche un po’ fisicamente per farle vedere il disordine. Siamo arrivati ai metodi della forza, del ricatto, della punizione, dell’aggressività.

Abbiamo gridato, ci sentiamo in colpa, abbiamo incrinato la nostra relazione con nostra figlia, magari mettiamo pure a posto noi e ci andiamo a scusare con lei, mentre piange disperatamente in camera sua.

Fantastico. E domani? E dopodomani?

La stessa storia.

Le riflessioni educative che seguono hanno il principale obiettivo di mettere al centro delle nostre preoccupazioni la salvaguardia della relazione, e di sapere, quando la incriniamo, come riparare.

La prima tappa essenziale, senza la quale le altre non servono a nulla, è l’empatia.

Cercare di capire ciò che l’altro prova. Ascoltarlo, lasciare che si esprima, senza farlo sentire giudicato. In questo modo si fa raffreddare il termometro emotivo che, in piena crisi, non lascia spazio alla razionalità. Se non si abbassa questo “troppo pieno” emotivo, sarà inutile tentare di comunicare. Lasciar calmare la persona accogliendone l’emotività, entrare in contatto attraverso un ascolto attivo, senza provare a trovare una soluzione, a dare giudizi. Essere giusto lì per l’altro.

Una volta che l’empatia ci ha permesso di connetterci all’altro, possiamo passare alla seconda tappa: suscitare la cooperazione.

Tra tutte le azioni che vorremmo che facessero i bambini o ragazzi di cui ci occupiamo, e quelle che invece vorremmo non facessero, le nostre giornate sono un campo minato di bombe ad orologeria, pronte a scoppiettare in serie in ogni momento (specialmente quando siamo più stanchi o abbiamo priorità che vengono ostacolate dal loro comportamento).

Se le regole sono chiare dall’inizio (ad es. prima di andare a dormire ci si mette il pigiama e ci si lavano i denti), non c’è bisogno di mille parole moralizzatrici, né di dare ordini che offenderebbero o avvilirebbero chiunque (quanta voglia avete di far piacere a qualcuno che ha un uso profuso degli imperativi, dimenticando il potere delle paroline magiche e della gentilezza?). A volte basta solo un promemoria verbale (o perché no, anche fisico, mettendo al muro delle allegre liste con oggetti calamitati da spostare quando le operazioni sono andate a buon fine). Invece di “Carlo!! Sono le nove! Ancora non ti sei messo il pigiama! Come al solito… quante volte te lo devo dire… non mi fare arrabbiare...” (e chi più ne ha più ne metta), proviamo con un semplice minimalista “pigiama!“. Senza verbi imperativi, senza chiamarlo per nome (caricato emotivamente), giusto un post-it vocale. Ovviamente se il sottotesto è “(Carlo, mettiti questo cavolo di) PIGIAMA (!!!)“, ci sono poche probabilità di avere migliori risultati.

Qualsiasi cambiamento che mettiamo in atto per migliorare la nostra relazione deve essere guidato da un sincero ed amorevole desiderio che ciò accada, non dalla sola speranza che le tecniche funzionino e che i nostri figli facciano quello che vogliamo. Se la volontà è questa, state certi che nulla cambierà, poiché nessuna relazione sana può fondarsi sulla dominazione e la strategia opportunista (mi comporto così perché voglio ottenere qualcosa). In altri termini, queste proposte devono essere prese come mezzo per cambiare se stessi, superare i propri limiti e le cattive abitudini acquisite, insomma, per diventare una persona migliore. Il lavoro è centrato verso di noi, non verso l’ottenimento di un cambiamento rapido dell’atteggiamento altrui (che avverrà certamente se noi cambiamo il nostro).

La terza tappa ci impone proprio di superare i retaggi educativi del passato: eliminare ricompense e punizioni (ho già proposto diversi post su questo tema, ne cito due per approfondimento: “No a premi e punizioni, lo dicono i toltechi“, “il culetto è mio, è mio perciò“).

Marylin Segat e Laurence Demanet propongono un esempio calzante per spiegarci l’inutilità delle punizioni: immaginate che siate su una strada con limite di velocità di 90km/h. C’è nebbia, siete in ritardo, date un colpo di acceleratore e l’autovelox vi fotografa a 120kg/h. Quali sono le vostre reazioni? In genere imprecate. Poi, dopo un po’, ricevete la multa a casa e vi arrabbiate, dite che non è colpa vostra o che siete proprio sfortunati, accusate il Comune di fare soldi su di voi, che siete un bravo cittadino che paga le tasse. Forse non la pagate, la multa, forse mandate una lettera di reclamo. Forse pagate. E la volta successiva che vi troverete a passare davanti al luogo incriminato, farete attenzione perché vi ricorderete della multa (cercando magari strategie per “fregare”, come rallentare per poi riaccelerare), e così ancora per sei mesi . Poi tra un anno, avrete probabilmente dimenticato questo fattaccio, e ricomincerete. Ebbene, in tutto questo lasso di tempo, vi è capitato di essere sfiorati per un attimo dal pensiero che se c’è quel limite, è per la sicurezza vostra e degli altri? Avete pensato che avreste potuto avere un incidente e rovinare la vita vostra o di qualcun altro? Non ci avete pensato non perché siete delle cattive persone, ma perché la punizione ha attirato la vostra attenzione verso qualcosa di molto lontano dal fatto in sé. Qual è la relazione di causa effetto tra “è pericoloso andare veloce qui” e “pago una multa”?

Siamo in ritardo, chiediamo a nostra figlia di sbrigarsi a finire la sua colazione perché dobbiamo uscire e dalla fretta lei fa cadere la tazza, che si rompe in mille pezzi in terra, schizzando la nostra maglia. Il ritardo resta ritardo qualsiasi sia la nostra reazione nei suoi confronti, ma la relazione presente e futura che cuciamo con lei può profondamente cambiare se, invece di urlare, accusare, mettere delle etichette (maldestra, incapace, disubbidiente…), ordinare, punire, etc… scegliamo di permetterle di riparare:

Oh caspita! La mia maglia! Dai, sbrighiamoci, io mi vado a cambiare e tu pulisci per terra con questo straccio per piacere, che se andiamo veloci possiamo ancora arrivare in tempo!“.

La possibilità di riparare ai propri errori (in modo pertinente, in diretto legame di causa-effetto con l’accaduto) dà fiducia al bambino, lo responsabilizza, lo rende partecipe della sua crescita, laddove la punizione crea sentimenti di inferiorità, sottomissione, desiderio di ribellione e vendetta e soprattutto la frustrazione di non poter fare nulla per tornare indietro.

Spesso se ci si approccia all’altro con empatia, se accolto amorevolmente, quando l’emotività lascia spazio alla ragione, la soluzione viene proposta proprio dalla persona che ha commesso l’errore: in condizioni favorevoli, si è colti da un desiderio di cooperazione, di ristabilire l’armonia, del tutto insiti nell’essere umano (animale sociale).

La quarta tappa è l’autonomia.

Spingerlo a fare da solo (il bambino tende naturalmente verso l’autonomia, lo dice continuamente da piccolo che vuol fare da solo, non ascoltarlo, fare al posto suo per la troppa fretta di continuare a srotolare i propri impegni quotidiani, creerà una dipendenza e insicurezza difficili da sanare). Ne va della loro autostima, della loro capacità a trovare soluzioni, a partecipare creativamente ed in prima persona alla vita.

Questa tappa ci richiede di sviluppare il talento della relativizzazione. Accettare che se la sua camicia non è intonata al pantalone perché il nostro pargolo ha scelto dei colori pugno-nell’occhio, va bene così. Se la scarpa è allacciata male, metà della cena è per terra (ma l’altra metà fieramente nella sua pancia), va bene così. Aspettiamo che i nostri piccoli ci chiedano aiuto o un consiglio quando ne hanno bisogno. Se sono per i fatti loro e ci mettono venti minuti a tappare una bottiglia, compriamoci una pallina antistress o un cubo di rubik e concentriamoci su qualcos’altro, fino a quando non ci chiederanno loro una mano. E anche lì, risolviamo per loro solo la metà del problema, affinché partecipino attivamente alla risoluzione. Altrimenti domani non ci provereranno più. Si considereranno incompetenti. E questa auto-etichetta rischierà di ampliarsi a macchia d’olio ogni qualvolta altre situazioni verranno a rafforzarla, con danni alla loro personalità difficilmente recuperabili in seguito.

Quinta tappa: complimenti e autostima.

Per approfondire, vi invito a leggere i post “Autostima e fiducia in se stessi” e “Mamma, non mi dire che sono bravo!“.

Invece di dire “ma quanto è bello il tuo disegno, dammelo che lo attacco sul frigo“, proviamo piuttosto a rispondere al suo bisogno di attenzione da parte nostra interessandoci davvero a quello che ha fatto: “Oh! Qui hai fatto un cerchio e una linea, e qui c’è una curva! Hai usato il blu, il verde, il giallo!“. Descriviamo, invece di esprimere un giudizio (per quanto positivo esso possa essere). E se proprio all’inizio non riusciamo a farne a meno (sono riflessi duri a morire), cerchiamo di esprimere piuttosto quello che sentiamo: “Ma che piacere che mi fa, vedere tutti questi colori!“. Ricordiamoci che la loro libertà mentale dipende da quanto indipendenti sono dal giudizio altrui. E tutto ciò che esce dalla nostra bocca, che siamo le loro figure di riferimento e di attaccamento principali, li marcherà per sempre. Farebbero carte false per meritare il nostro amore, il nostro apprezzamento, e ad ogni: “Che bravo che sei” è insito imprescindibilmente un subdolo “Allora non sono bravo se non faccio così“.

Sesta tappa: smetterla con le etichette.

Lo abbiamo già accennato prima, se diciamo a nostro figlio che è maldestro (o lo facciamo sentire tale quando ad esempio ha fatto cadere la tazza della colazione in terra, privandolo della possibilità di riparare con dignità) questa etichetta gli si attaccherà addosso così forte da diventare magicamente una realtà. Le parole hanno questo potere (consiglio I quattro accordi. Guida pratica alla libertà personale. Un libro di saggezza tolteca). Aboliamo il verbo essere (SEI una chiacchierona), ponendo invece l’attenzione sul comportamento, che è transitorio (oggi hai proprio tante cose da dire).

Ricordiamoci che i nostri bambini e adolescenti fanno “marachelle” il più delle volte per inviarci un messaggio, se tale input non viene recepito, i modi di esprimerlo si moltiplicheranno. La punizione, il giudizio, il mettersi al di sopra di loro, ci allontanano dalla possibilità che questo messaggio venga espresso in un modo comprensibile per noi.

Sta a noi scegliere se vogliamo investire sulla relazione, in modo duraturo, o su un’apparente sensazione di essere ubbiditi o di avere un rassicurante potere su di loro.

Non siamo in guerra. Siamo tutti sulla stessa barca…

Per un terreno fertile

Esercizi d’empatia. L’angelo custode.

In Danimarca la studiano a scuola. Il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, spiegandone la relazione con i neuroni specchio, la definisce come “un meccanismo biologico che ci fa sentire vicini agli altri e ci fa capire gli altri come fossimo noi stessi“. Rima con simpatia, e di simpatia questa parolina me ne provoca proprio tanta.

Sarà che in origine, nella Grecia antica, designava la relazione di partecipazione emozionale che intercorreva tra attore e spettatore (dal greco empatéia, composto da em-, “dentro”, e pathos, “sofferenza o sentimento”), e che da attrice mi sembra proprio carica di senso. Sarà che c’è di mezzo la parola pathos, e da italiana nel nord d’Europa, pare sia un carattere distintivo.

Fatto sta che l’empatia è diventata un appuntamento immancabile nei miei laboratori, a prescindere dal tema trattato.

Per un terreno fertile

Sempre in ritardo per colpa dei tuoi bimbi? Qualche alternativa alle incitazioni minacciose.

Posso sostanzialmente dividere in due grandi insiemi le situazioni durante le quali mi trovo a dover/poter imporre la mia autorità per ottenere rapidamente una risposta da mio figlio, con conseguenti crisi di pianto o ostruzionismo: situazioni di reale urgenza e situazioni minori.

Nelle situazioni urgenti ci sono poi dei sottogruppi. In una situazione di pericolo, ad esempio, la mia reazione istintiva è così fisicamente e verbalmente determinata, che mio figlio generalmente capisce subito i segni arcaici dell’urgenza e li accetta (Scotta! Taglia! Schiaccia!). Poi ci sono quelli dell’urgenza sociale o personale, che sono ben più difficili da far comprendere ad un bambino (un appuntamento, l’entrata a scuola o in ufficio, un treno che parte o semplicemente l’esaurimento della dose giornaliera di pazienza) ed è quindi più complesso far accettare al bambino che è ora di muoversi, adesso, senza esitare. Continua a leggere “Sempre in ritardo per colpa dei tuoi bimbi? Qualche alternativa alle incitazioni minacciose.”

Semi di meraviglia: esperienze · Semi di meraviglia: il gioco

Il gioco delle tre figure per sviluppare l’empatia

Mi piace accorgermi, rileggendo appunti e propositi prima dell’inizio di un laboratorio, quanto le cose non vadano mai davvero come previsto. Potrebbe essere una constatazione destabilizzante, ma a me rassicura pensare che sono gli esseri umani presenti, con le loro personalità uniche, a determinare il corso delle cose, e non la mera limitata programmazione del mio cervello bisognoso di rassicurazioni.

All’inizio di questo laboratorio (di cui parlo qui), avevo deciso di lavorare al modo diverso di vedere il mondo, considerate le diverse nazionalità presenti, per questo abbiamo iniziato l’esplorazione con dei caleidoscopi. Avevo programmato originali escursioni tra cultura e parole d’altrove, e ci siamo invece ritrovati, con gusto, a giocare con la più universale delle materie: le emozioni. Il caleidoscopio ci ha mostrato la complessità delle declinazioni dell’emozione, che è possibile cioè che persone diverse provino emozioni diverse, anche se esposte alla stessa esperienza e che persino emozioni contrastanti convivano nello stesso individuo, nello stesso istante. Abbiamo scoperto che si può provare una grande tristezza ascoltando una musica gioiosa, che piangere può essere semplicemente la dolce impronta dell’amore (quando siamo, ad esempio, tristi perché la nostra adorata cuginetta se ne torna al suo paese dopo essere passata a trovarci).Schermata 2017-12-07 alle 18.13.45

Abbiamo scoperto che in tutto questo calderone, tra l’imparare a gestire le proprie emozioni e il capire quelle degli altri, si insinua una parolina magica, di cui avevo già parlato in questo articolo: l’empatia.

Sapersi mettere nella pelle dell‘altro, anche se apparentemente molto diverso da noi, essere capaci di immaginare quello che prova, anche se non ci troviamo nella sua posizione, saper guardare alla sua alterità con la stessa meraviglia che abbiamo guardando attraverso un caleidoscopio… ciò rappresenta, a mio avviso, un bel bagaglio di competenze per il benessere personale e collettivo.

Come siamo arrivati all’empatia? Continua a leggere “Il gioco delle tre figure per sviluppare l’empatia”

Per un terreno fertile

E se lasciassi giocare mio figlio con le bambole? Pregiudizi e stereotipi.

Un’amica mi ha consigliato di leggere un articolo interessantissimo su un sito francese, risvegliando una serie di riflessioni già esistenti in me, in forma un po’ latente, e che ho voglia di condividere con voi oggi: in che modo operiamo discriminazione di genere nella scelta dei giocattoli che offriamo ai nostri figli.

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Nadia Chambéry, autrice dell’articolo, ci fa notare che una bambina che gioca con dei giocattoli prettamente maschili, si vedrà probabilmente appioppare appellativi come “maschiaccio”, in opposizione ad una vera bambina “come si deve”, ma sarà nonostante tutto generalmente tollerata e, perché no, considerata, proprio per questo motivo, forte di carattere (“così non si farà mettere i piedi in testa dagli uomini”). Non meriterebbero lo stesso destino i maschietti che si trovassero malauguratamente a manipolare giochi o oggetti associati all’universo femminile: questo infelice contatto farebbe infatti incorrere il malcapitato nel rischio di diventare effeminato, per il noto e pauroso effetto di contaminazione generato da quegli oggetti. Una bambina maschiaccio passi, ma un bambino effeminato, proprio no!

Lise Eliot, nel suo Pink Brain, Blue Brain: How Small Differences Grow Into Troublesome Gaps (Cervello Rosa, Cervello Blu: Come piccole differenze si ingrandiscono fino a diventare problematiche), smonta decenni di convinzioni e pregiudizi secondo i quali il cervello dell’uomo e della donna sarebbero nettamente diversi: in realtà, a parte il fatto che il cervello dell’uomo pesa di più di quello della donna e che quello della donna si sviluppa uno-due anni prima di quello dell’uomo, le differenze tra i singoli individui, indipendentemente dal sesso, sono molto più grandi rispetto alle differenze tra uomini e donne, anche considerando l’influenza di geni e ormoni. Basterebbero poche ore di studio per compensare e rendere tali distanze inesistenti. Eppure, gli stereotipi e la cultura ingigantiscono queste insignificanti divergenze, facendoci diventare gli uomini e le donne dettate e auspicate dalla società.

Un esempio banale tra i tanti, senza per questo entrare nel merito delle teorie della fisica quantistica e  sull’influenza che la nostra buona o cattiva predisposizione può avere sulle cellule (rimando, per i più curiosi, agli affascinanti esperimenti del dott. Masaru Emoto sull’acqua): vivere in una società in cui si crescono le bambine dicendo loro che la “donna al volante è un pericolo costante“, creerà immancabilmente delle automobiliste insicure e imbranate, o delle maschiacce che “guidano come un uomo” se non corrispondono a questo stereotipo.

gioco_per_femminucce.jpgFin qui, nulla di nuovo. Eppure, nell’impedire ai maschietti di giocare con le bambole e alle femminucce di fare giochi di costruzione, si inizia a strutturare questa distanza, sviluppando una competenza piuttosto che un’altra.

A quanto pare infatti, se giocare a giochi di costruzione sviluppa le capacità manuali e matematiche, giocare con le bambole, vestirle, spogliarle, parlare con loro, affina la motricità fine e le competenze verbali. Ma c’è di più: questo tipo di attività, ci dice Lise Eliot,

rafforza le competenze emotive e sociali: preoccuparsi per gli altri, considerarli, rispondere ai loro bisogni e capire cosa provano. In altre parole, questo tipo di gioco permette lo sviluppo dell’empatia. Giocare con le bambole allena anche a comunicare, anche quando il bambino gioca da solo (molti bambini, tra i cinque e i sei anni, si parlano da soli e questo discorso privato li aiuta a gestire il loro comportamento quando sono confrontati a compiti nuovi o difficili”)“.

In pratica, privare i nostri figli maschi di questo tipo di gioco, è uno spiacevole modo per privarli anche di un’ottima occasione per sviluppare l’empatia. A cosa serva questa fantomatica empatia, ne ho parlato nel mio articolo Perché è così importante imparare a riconoscere le emozioni?, dove spiego, tra l’altro, che la capacità di verbalizzare le emozioni, di riconoscerle, stia alla base della capacità di gestirle, di evitare quindi dei comportamenti aggressivi e violenti.

Le competenze verbali sviluppate dal gioco con la bambola aiutano quindi il bambino in questo fondamentale lavoro di catalogazione delle emozioni. A questa competenza è strettamente legato anche il controllo inibitorio, ossia la capacità di autocontrollarsi restando ad esempio seduti, saper aspettare il proprio turno per parlare, riuscire a concentrarsi più a lungo: tutte attitudini generalmente più sviluppate nelle bambine rispetto ai coetanei maschi.

Siamo d’accordo, la padronanza della lingua e di se stessi non si acquisiscono solo attraverso il gioco con le bambole: tutti i giochi che spronano a raccontarsi delle storie, a mettersi nei panni di qualcun altro sono fondamentali per tale delicato apprendimento. Ma in questo contesto trovo fondamentale, al di là della provocazione e dell’inerzia che questa proposta incontrerà certamente, sradicare questo tabù che vieta ad un bambino di divertirsi con una bambola.

Alcuni commercianti dal fiuto per gli affari particolarmente sviluppato, negli Stati Uniti, hanno cominciato a vendere bambole per maschietti, intravedendo la prossima apertura di questa nicchia di mercato: bambolotti supereroi e ingegneri rendono infatti certo più accettabile per i genitori l’accettazione di questo “nuovo” paradigma. In Italia, siamo ancora forse un po’ lontani. Ma nulla ci impedisce – semplicemente – di dare ai nostri figli maschi la possibilità di giocare con le bambole che abbiamo a disposizione, cercando di proteggerli dagli attacchi esterni, che immancabilmente arriverebbero a guastare il gusto sano di questo gioco, macchiandolo con sciocchi pregiudizi inibitori.

 

 

 

Semi di meraviglia: esperienze

Siete stupendamente stupendosi! Compiti a casa per tutti.

Compitino. Oggi mettetevi in un punto della città dal quale potete osservare i passanti senza dare troppo nell’occhio, che so, la terrazza di un caffè, una panchina, la fermata di un autobus. Per ogni persona, ma proprio ognuna – non imbrogliate! – sulla quale posate lo sguardo, impegnatevi a trovare, sinceramente, qualcosa che vi piaccia. Che sia anche solo quel suo modo di camminare o di portare la borsetta, o quella inavvertita fossetta sul mento. E finché questo qualcosa non lo avete trovato, non rinunciate. Imparare l’arte dei dettagli, dell’entrare in empatia, del lasciar cadere le quotidiane abitudini alla critica o all’indifferenza, non è sempre così immediato.

IMG_7682Cinque minuti saranno sufficienti. Poi tornate domani. E dopodomani. Quando vi rendete colpo che ormai a colpo d’occhio potreste elogiare qualsiasi passante con una osservazione positiva sincera, siete pronti per la fase due: elargire complimenti gratuiti.

Da solo o in gruppo, prendete un cartone e scriveteci sopra, con la vostra più gioiosa calligrafia, “complimenti gratuiti“. Andate nella via più affollata che vi viene in mente, o in quella più romantica (evitate quelle buie e paurose che potrebbero intimidire le persone) e guardando negli occhi i passanti, dite loro quello che pensate.

Siate sinceri. Siate generosi. Dimenticate voi stessi per donarvi un istante all’altro, uomo o donna, giovane o anziano, fashion o démodé, zoppo, zozzo o zoticone che sia.

Molti non vi crederanno. Siamo in una società in cui il benessere è uno dei più redditizi business, figuriamoci se uno elargisce complimenti sinceri e gratuiti. 

Ma molti sorrideranno, se ne andranno col loro regalo, una carezza verbale che, a volte inavvertitamente, ha il potere di cambiare l’umore di una cattiva giornata.

Il gruppo di improvvisazione dei MarDéliriens l’ha fatto, e qualcosa mi dice che lo rifarà ancora, perché la cosa sorprendente dell’esperienza è che trasmettere energie positive ha lo straordinario potere di predisporre positivamente e di appagare emotivamente anche il donatore. photo_groupe

La penso in modo leggermente diverso per quanto riguarda gli elogi nell’educazione dei bambini, ma questa è un’altra storia, e ne parlerò in un altro articolo.

E fino a quel momento… senza inibizioni, posso sventatamente dichiarare che siete tutti – grandi e piccini – tutti! formidabili, meravigliosamente meravigliosi, stupendamente stupendosi e anche un tantino favolevolmente favolosi!