Semi di meraviglia: esperienze

Imparare ad essere autonomi è un gioco da ragazzi.

Mi capitano sotto mano le foto dell’ultimo lavoro con un gruppo di adolescenti. Risale a prima dell’inizio di questo blog, a prima, quindi, che mettessi con consapevolezza la lente della pedagogia della meraviglia.
Sono riuscita a trasmetter loro un po’ di questa polverina magica?
Non lo so.
So che loro ci sono riusciti con me.
È stato un percorso intenso, rischioso, interessante. Era un gruppo con cui lavoravo da tre anni. Io mi sarei dovuta assentare per la nascita del mio cucciolo. Tante incognite, ma loro volevano me ad accompagnarli al festival di teatro per ragazzi. Il tema era allettante: “Potere ai giovani” e non potevo essere meglio spalleggiata  da Laura come educatrice.
Quindi ci siamo lanciati nell’esperienza: un mese con me, due mesi da soli, due mesi insieme. Nei due mesi da soli, avrebbero dovuto sperimentare l’autonomia (io avevo lasciato loro varie piste, esercizi, proposte), costruire la base dello spettacolo che poi avremmo ricucito bene al mio rientro. Nonostante fosse una scommessa condivisa, i ragazzi si sono sentiti abbandonati, incapaci di autogestirsi, convinti di non poterci riuscire. Quando sono tornata, erano a mani vuote.
Abbiamo quindi cominciato a costruire a partire dal materiale raccolto prima della mia assenza, aggiungendo, in filigrana, le tempeste emozionali e gli scogli incontrati, la comprensione che diventare autonomi e “essere liberi” è ben più complesso di, semplicemente, fare da soli. Così, ho proposto di esplorare l’universo della pecora nera e delle infinite difficoltà interne ed esterne che questa incontra per emanciparsi.
Non voleva essere una provocazione, ma di fatto lo è stata.
A tre settimane dal debutto, Zaineb, con la sua adorabile educata sfacciataggine, apostrofa: “Ma io non voglio fare la pecora!!!”, ed io: “E cosa vuoi fare?”. Sale sul palco, gli altri la seguono: il motore è in moto, due scene saranno pronte da portare in scena, vive, potenti, LORO, per lo spettacolo.
Così pronte, mi viene da dire, che gli organizzatori hanno per un attimo pensato di censurare la scena che ritenevano forse potesse urtare la sensibilità del pubblico adulto? Poco importa. I ragazzi hanno difeso con fierezza e leggerezza il loro punto di vista.

 

 

 

 

Tanto nella scena in cui si burlavano dei politici trattandoli da fantocci, quanto nell’incriminata scena nella quale, invece di mostrare adolescenti pieni di ideali bravi, buoni e zuccherini (come avrebbe probabilmente voluto vedere il sopraccitato “pubblico adulto”), hanno frivolamente sfilato su una passerella: hanno spiattellato la loro vitalità e voglia di giocare senza crucci, con i loro vestiti preferiti, la loro voglia di vivere spontaneamente la loro adolescenza, accompagnati da una musica da discoteca per nulla intellettuale e le loro voci registrate, fuori campo, ad ammonire:

Cari adulti, cari mamme e papà, cari professori e sindaci,
A dire il vero, noi il vostro potere non lo vogliamo.
Noi, del vostro potere, ce ne freghiamo proprio.
Perché in realtà, ci piace essere adolescenti.
Mamme e papà, sta a voi preoccuparvi per noi, fino a non dormirci la notte.
Ci teniamo proprio alla nostra incoscienza, ci piace giocare con i vostri limiti e trovare i modi per spostarli più lontano possibile.
Ci piace sapere che possiamo contare su di voi, che siete lì a proteggerci.
Sta a voi, professori, educarci.
A voi, sindaci e politici, preoccuparvi del nostro futuro.
Per noi, è il tempo di vivere il nostro presente. Senza occuparci delle vostre responsabilità.
A noi, le nostre preoccupazioni da adolescente: l’ultimo telefonino, il vestito da mettere per andare a scuola o per uscire, l’amore e le sofferenze dell’amore, l’ultima serie TV o l’ultimo tormentone.
Tenetevelo, il vostro potere.
Il nostro, è di farvi credere che ne abbiate, mentre vi agitate nelle vostre gabbie di potere.

Che cosa ho imparato?

  • Chi ti dice che educare con la paura funziona, dice (scusatemi il francesismo) fesserie. L’affetto e la fiducia reciproca hanno dato frutti che hanno di molto superato, umanamente, le mie aspettative. I miei obiettivi, tanto più quando metto in scena dei ragazzi, sono nella ricchezza umana che possiamo ricavare dall’incontro. La rappresentazione scenica sono “solo” le bollicine e il rumore del tappo di champagne che apriamo per festeggiare il percorso e un modo intenso per condividerlo con chi ha voglia di stare lì a guardarci.
  • Se non riusciamo a fidarci di noi stessi, affidiamoci a qualcuno che si fida di noi. È quasi buffo il fatto che io avessi totale fiducia nei ragazzi e paura di deludere le loro aspettative e, in modo speculare, loro avessero fiducia di me e non nelle loro capacità (convinti erroneamente che lo spettacolo nasca magicamente dalla mia testa e non dalle loro proposte).
  • L’empatia fa miracoli. Quando, prima di iniziare il progetto, ho proposto di farmi sostituire non sapendo, nell’incognita del parto, se avessi potuto esserci subito prima e subito dopo, Georgina sorrise e disse ai miei “superiori”: “No, non capite. Noi vogliamo lei. Quando proviamo a improvvisare qualcosa e siamo veramente ridicoli, è quello sguardo che fa lei, quel sorriso che fa, ché si vede che ci ama proprio, che ci dà il coraggio di andare avanti. Che mi fa superare la vergogna“. Che colpo. E dire che io torno quasi sempre a casa e mi sgrido pensando che sarei dovuta essere meno critica, più incoraggiante e prendere più tempo per mettere in evidenza le loro belle trovate. Chi lo avrebbe detto che sapessero leggere così bene nel mio pensiero. Che sollievo.
  • Lasciare la porta socchiusa, per essere pronti ad accogliere davvero la parola dell’altro, dargli la possibilità di esprimersi e di decidere, a costo di cambiare tutto e mettersi in “pericolo”. Questa paurosa piccola apertura può generare folate di vento capaci di spalancare portoni che pensavamo non avessero la chiave. Non c’è emozione più incredibile della sorpresa: in questo spettacolo Hafsa voleva interpretare ruoli maschili. Mi chiede se può mettersi una parrucca. Le dico che col velo, risulterà un po’ buffa, ma che ci possiamo lavorare. Lei si sorprende della mia lentezza di comprendonio: “Ma no, se interpreto un uomo, non ho bisogno del velo”. Ha dei bellissimi capelli e, durante lo spettacolo, dei bellissimi baffi.

Zaineb, Mamadou, Hafsa, Sherazade, Erica, Georgina: grazie per avermi ancora meravigliato. La vostra vitalità e giovinezza sono per me linfa pura.

Contributi fotografici di @lauralafon