Semi di meraviglia: parole al vento

Vorrei avere tante piccole orecchie per saperti ascoltare davvero.

Vorrei avere piccole orecchie in tutte le parti del mio corpo. Piccole orecchiette appiccicate agli occhi, alle mani, alla bocca (che facciano da ventosa per impedirmi di parlare prima di aver ascoltato), orecchiette (senza cime diorecchie_caleidoscopiche copie rapa) sui piedi, sotto le ascelle, tra i capelli, orecchie sulle mie orecchie, tra i denti come una foglia di insalata, tra le dita come un anello nuziale, ma soprattutto, soprattutto sul cuore. Perché lo so che nulla in te è “a casaccio”, e che quando ti agiti è perché non mi sono accorta che forse ti è caduto un microscopico pezzetto di carta con cui giocavi e non riesci più a recuperarlo, piccolo mio, o perché hai litigato col tuo amico immaginario, perché vedi e senti cose per cui le mie due vecchie orecchie raggrinzite sono troppo poche… la mia sensibilità alla percezione dei decibel troppo poco funzionale, di fronte alla tua iperricettività, la mia capacità di lasciarmi sorprendere dalle mille meraviglie che ci circondano, assopita. Tu che ti stupisci al suono della plastica che inavvertitamente ho strusciato. Tu che inarchi le ciglia per il suono di un’ambulanza in lontananza, che io manco avevo notato. Tu che trovi così terribilmente ilarante la pernacchietta che fanno le dita delle mani che fanno attrito contro le superfici o lo schiocco di un bacio tra mamma e papà. Tu che ascolti come una nenia le discussioni tra i tuoi genitori, analizzandone la melodia per capire se sorridere o fare la faccia preoccupata.orecchia_piccola

Tu mi ricordi che ho smesso di ascoltare. Che ho indossato filtri per proteggermi anche da tutto questo inquinamento sonoro, che per te invece è fonte di scoperta e di gioie auricolari. Mi ricordi che vorrei vederti inarcare le ciglia per il suono lontano di un pastore che chiama le pecore, o per il canto del gallo, o del vento tra le foglie, piuttosto che per la sirena della polizia e il clacson di automobilisti bloccati in un parcheggio.

Vorrei portarti altrove.

Vorrei avere tante piccole orecchie per sentire il mondo, meravigliosamente, come lo senti tu, amore della mamma.

Libri meravigliosi

“La Promenade de Petit Bonhomme”, una filastrocca per le vostre dita.

Premetto che si escludono, dallo scenario che segue, declinazioni erotiche (che sarebbero del tutto inappropriate in questa categoria di libri per bambini). Vi trovate rinchiusi in un ascensore per le prossime due ore. Nessun oggetto. Nessun gingillo che potrebbe aiutarvi a far passare il tempo più rapidamente, che so, un telefonino, un giornale, una penna, una pallina, un antistress, uno specchio nel quale schiacciarsi i punti neri… Una volta risolto un eventuale spettro di claustrofobia, vi accorgete che non siete soli.  Nello stesso ascensore bloccato siete in due, o in tre o persino in quattro. Di qualsiasi età voi siate, scoprite che tutti, immancabilmente, vi siete portati dietro due versatili strumenti per giocare: le vostre mani.

Come sarebbe a dire, “le vostre mani non sono un gioco?!”. E se dico morra cinese (anche conosciuto come carta, sasso, forbice)? E se dico Olio, sale e pepe? E la mano tua appoggiata alla mia, se riesco a schiaffeggiartela prima che la levi, vinco? E la montagna di mani, una sull’altra, alternate, che da sotto si appoggiano sopra e via via si impilano una sull’altra schiaffeggiando ben poco amabilmente quella in cima? (ehm… non ricordo perché questo gioco mi facesse tanto ridere…). E il gioco della scossa elettrica? (ci si prende per mano formando un cerchio; una prima persona stringe ad esempio la mano della persona alla sua sinistra, che a sua volta stringerà quella alla sua sinistra, facendo circolare sempre più rapidamente la “scossa elettrica” intorno al cerchio)… E Pari o dispari?

Le due ore trascorrono così senza nervosismi e senza panico. Grazie alla memoria dei giochi dell’infanzia, riaffiorati al momento giusto. È una gran bella cosa avere sempre a portata di mano (ahahah) tutti questi (e tanti altri) passatempo.

Trovo che oggi, avendo a disposizione tanti giochi (soprattutto tanta plastica), i bambini siano raramente invitati a esplorare questo tipo di intrattenimento per cui non si ha bisogno né di tanto spazio, né di accessori particolari.

È il motivo per il quale vi presento oggi un libro dall’idea semplice ma efficace, “promenade_petit_bonhomme2 La Promenade de Petit Bonhomme“. La trovo una divertente occasione per sensibilizzare i bambini al gioco con le mani. L’ometto di cui si fa riferimento nel titolo sono le dita della mano del narratore, che vengono invitate da un testo a mo’ di filastrocca, altrettanto semplice ed efficace, a compiere precise azioni. Le dita della mano, inizialmente certo quelle di un lettore adulto, potrebbero diventare poi quelle del bambino, attente alle indicazioni della voce narrante, o perché no, lasciate libere di inventare nuove peripezie, scivolando sui disegni ad ostacoli, affrontando in modi inaspettati un gatto gigante, mangiando un succulento pasto, inciampando sulla dunetta, saltando fossati… insomma… andando all’avventura. E un giorno le dita potrebbero essere quelle dell’adulto e del bambino, insieme, prima a saltellare tra una pagina e l’altra poi hop… fuori dalla pagina, alla scoperta del mondo. Perché sì, il vostro dito indice e il vostro dito medio formano due agilissime gambette capaci di attraversare, scavalcare, rotolare, pizzicare, schioccare, ticchettare, accavallare, accarezzare, toccare, indicare, strofinare qualsiasi angolo del pianeta. Se avete dubbi in proposito, lasciatevi guidare dai bambini. Una volta che avranno scoperto il potere camminante delle loro dita, ogni oggetto animato o inanimato sarà una magnifica superficie da calpestare.

Per questo mi piace questo libro. Perché rappresenta solo l’inizio, la prima scoperta, la prima proposta. Una porta che viene aperta per lasciare navigare l’immaginazione altrove, al di fuori del suo limitato formato cartaceo. Mi piace molto la frase finale (mi son permessa qualche licenza poetica nella traduzione), che invita ad uscire dal rassicurante contesto del libro, per inventarsi nuovi orizzonti:

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Dopo aver ben mangiato, l’ometto è spossato. Il libro allora chiudiamo, sul mio braccio cammina piano, e riposa fino a domani, stretto tra le mie mani”.

La Promenade de Petit Bonhomme: Une comptine à jouer avec la main” di Lucie Félix, purtroppo non tradotto in italiano (ma il vocabolario scelto è davvero molto semplice), è adatto ad essere letto a numerosi piccoli ascoltatori simultaneamente, poiché il testo in rima è stato stampato una volta dritto, per una lettura a due, fianco a fianco, e una volta rovesciato, per poter essere eventualmente tenuto capovolto verso l’esterno. Tanto, per le dita delle mani, nulla cambia se si saltella allegramente su una pagina rovesciata, e così, il pubblico può godersi per bene le immagini e il  narratore ditologante, può risparmiarsi acrobazie oculari.

Vi invito così, a mille spensierate passeggiate di dita coi vostri piccoli, con o senza questo libro.

Libri meravigliosi · Libri nascondino

I miei libri “nascondino” preferiti. Per lettori esploratori.

Inauguro oggi, nella categoria dei libri che destano in me meraviglia (“Libri Meravigliosi”), una nuova sottocategoria: i libri “nascondino”, quei libri cioè che invitano il lettore a ricercare attivamente elementi nascosti nella pagina, o tra le pagine o, perché no, da qualche altra parte.

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Ne ho visti alcuni davvero belli, altri hanno destato in me curiosità, altri mi hanno proprio divertito. Mi piacciono perché creano un dialogo diretto col lettore, rendendolo attore, invitandolo al gioco. In questa articolo raccolgo di volta in volta i libri recensiti sull’argomento per facilitarne la ricerca e la consultazione.

I miei libri “nascondino”:

 

Libri meravigliosi · Libri nascondino

Dov’è il lupo? Un libro “nascondino” divertente

Ho chiamato i libri nascondino, quelli che invitano il lettore a giocare con lui, proponendogli di lanciarsi nella ricerca di elementi nascosti. Ho inaugurato la sezione proprio con un libro che si chiama “Nascondino“.

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Oggi vi parlo di una pubblicazione in francese “Où est le loup ?“, che purtroppo non ho trovato in italiano, degli stessi autori de “Il libro arrabbiato“. Ne parlo comunque perché ritengo che, per la chiarezza delle immagini e il gioco davvero divertente che si svolge col piccolo lettore, valga la pena di scoprirlo a prescindere dalle conoscenze linguistiche.

Un porcellino, nonostante l’avvertimento della mamma di far attenzione al lupo, va alla ricerca del pericoloso carnivoro dei boschi. Le pagine sono tagliate in modo che, nascosto qua e là, si intraveda di volta in volta un pezzetto di quello che sembra proprio un lupo, ma proprio proprio un lupo… Girando la pagina, convinti di averlo trovato (e un po’ impauriti?), ci si accorge dell’equivoco. Si crea una simpatica suspense, un gioco attivo col lettore che viene decisamente invogliato a mettersi alla ricerca del lupo, passo passo con l’amico porcellino. E che termina con un bel gesto di generosità del porcellino e una nota triste, finestra su un punto di vista inedito sulla vita del “lupo cattivo”…

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Mi ha fatto ridere e mi ha incuriosito. Ad ogni pagina avevo voglia di vedere quale fosse la trovata successiva. E alla fine, mi ha sorpreso. Niente male per un libretto cartonato per piccoli lettori, no?

 

Per un terreno fertile

Perché è così importante imparare a riconoscere le emozioni?

Oggi ho imparato una parola nuova: alessitimia (o alexitimia, dal greco “a-” mancanza, “lexis” parola e “thymos” emozione: letteralmente “non avere le parole per le emozioni“). Costituisce l’incapacità d’identificare, differenziare, verbalizzare e comunicare le proprie emozioni.

In pratica provo un’emozione ma, non sapendola nominare, la subisco.

La dimestichezza con le emozioni è una competenza che potremmo aver acquisito nell’infanzia molto, poco o per nulla.

E vabbè, pazienza, viene da dire.

E invece no.

Questo deficit può essere all’origine, nell’adolescente o nell’adulto, di atti di violenza (incapacità d’autoregolazione, mancanza di empatia), e di dipendenza (impulsività, aggressività, dipendenza da droghe, alcool).

Se non si è capaci di riconoscere le proprie emozioni, non si è capaci di riconoscere nemmeno quelle degli altri. Non si sviluppa l’empatia e senza l’empatia, le competenze per avere una vita sociale e sentimentale soddisfacente.

Generalmente l’incomprensione delle emozioni provate si traduce con vere e proprie scariche emotive (crisi di rabbia, pianti molto intensi), senza essere in grado di capire cosa le scateni, a causa di una debole capacità introspettiva.

Questo è quello che vediamo normalmente nel bambino, il cui sistema nervoso è ancora immaturo per fare le connessioni necessarie al controllo e la comprensione dei suoi stati d’animo.

La mancanza delle parole per… “dire l’emozione” sarebbe responsabile delle risposte violente a situazioni che generano frustrazione, poiché le reazioni violente e impulsive danno una soddisfazione immediata e ansiolitica.

Nei bambini rappresenta una tappa, un nodo che va sciolto grazie all’educazione emotiva di cui genitori ed educatori sono responsabili.

Non è possibile crescere dei bambini felici se non li accompagnamo alla conoscenza di sé che, fatalmente, si esprime attraverso il meraviglioso universo emozionale.

E allora come fare?

In fondo le risposte degli studiosi che si sono fatti questa domanda, confermano le mie letture precedenti, che cito nell’articolo “E da un pugno chiuso una carezza nascerà“, nel quale propongo alcuni suggerimenti per affrontare le crisi dei nostri piccoli. In questo articolo, attraverso lo studio di psicologi che si sono concentrati sullo sviluppo della “intelligenza emotiva”, nello specifico, si sottolinea l’importanza d’identificare e far identificare al bambino le emozioni da lui provate, perché questo riconoscimento sta alla base della sua maturazione “emozionale”. J. Gottman, nel suo “Intelligenza emotiva per un figlio. Una guida per i genitori“, lo definisce come un vero e proprio allenamento emotivo che il genitore o l’educatore propone al bambino, attraverso 5 fasi:

1- la presa di coscienza delle emozioni del bambino;

2- il riconoscimento in quell’emozione di un’opportunità d’intimità e d’insegnamento;

3- l’ascolto empatico e la convalida dei sentimenti del bambino;

4- l’accompagnamento del bambino nel trovare le parole per definire le emozioni che sta provando;

5-la determinazione dei limiti e l’esplorazione delle strategie per risolvere il problema in questione.

La base di questo allenamento è certo l’empatia dell’allenatore emotivo. J.Gottman, ci dice:

“Quando i genitori offrono empatia ai loro figli e li aiutano ad affrontare sentimenti negativi come la collera, la tristezza e la paura, gettano tra sé e loro un ponte di lealtà e attaccamento”.

I bambini emotivamente allenati dimostrano la capacità di regolare il proprio stato emotivo, riescono a calmarsi quando sono agitati, a rallentare i battiti del loro cuore più in fretta, sono meno esposti a malattie infettive, riescono a concentrarsi meglio, ad essere più attenti, a relazionarsi meglio con gli altri, riescono meglio a comprendere le altre persone, stabiliscono rapporti di amicizia più solidi con i loro coetanei.

Vale la pena di capirci un po’ di più, no?

Secondo lo psicologo infantile Haim Ginott, non tutti i comportamenti sono accettabili, ma tutti i sentimenti e desideri lo sono.

Per questo essere in grado di entrare in relazione con il mondo interiore dei bambini, connettendosi empaticamente, comprendendoli e mai ridicolizzando o sminuendo le loro emozioni, sono le fondamenta per una crescita emotiva che non mina l’autostima e li accompagna verso la conoscenza di se stessi.

John Gottman individua tre tipologie di genitore, per poi proporci una via più appropriata per una sana educazione alle emozioni:

1- il genitore noncurante, che sminuisce, ignora o sottovaluta le emozioni negative del figlio;

2- il genitore censore, che critica, rimprovera o punisce l’espressione di queste emozioni;

3- il genitore lassista, che accetta le sue emozioni, si dimostra empatico, ma è incapace di proporsi come guida e porre limiti al suo comportamento.

Se riprendiamo, per dare uno continuità al mio lavoro, l’esempio utilizzato nel mio articolo sulla gestione delle crisi (il bambino si mette a piangere perché, nonostante abbia appena mangiato qualche caramella, vuole finire il pacchetto contro il volere della mamma) vediamo come:

a- il genitore noncurante dirà che l’atteggiamento del bambino è ridicolo, che non c’è nessun motivo per frignare e proverà a distrarlo proponendogli di fare un dolce insieme.

b- Il genitore censore rimprovererà il bimbo dicendogli che la mamma ne ha abbastanza del suo comportamento infantile e che se insiste ci prende pure una sculacciata.

c- Il genitore lassista, abbraccerà il bambino, accogliendo la sua collera e la sua tristezza ed entrando in empatia con lui. Gli dirà che è perfettamente normale volere più caramelle. Ma poi si trovererà a corto di idee sul da farsi. Non vorrebbe gridare, né punire, né ricattare il figlio, ma allo stesso tempo fargli finire il pacchetto di caramelle resterebbe un’opzione non praticabile. Forse arriverà alla fine ad un compromesso: ne mangi altre due e poi facciamo qualcos’altro. Ma alla prossima occasione, il problema si ripresenterà probabilmente nello stesso modo.

Il genitore-allenatore, empatizzando col bambino, si comporta come il genitore lassista, ma poi va oltre, proponendosi come guida alla gestione dei suoi sentimenti spiacevoli:

Bambino: Dammi! Ancora! Cattiva!

Mamma: Uh! Ma come sei arrabbiato! Perché?

Bambino: Voglio le caramelle, le voglio!

Mamma: Ma ne hai già mangiate tantissime! Sei arrabbiato perché vuoi finire il pacchetto?

Bambino: Sì!

Mamma: Caspita! Penso di capire come ti senti. A volte anche a me capita di volermi mangiare un pacchetto intero di caramelle, ma poi lo so che mi faranno male alla pancia e non posso permettere che questo succeda a te.

Bambino: Ma perché? Io le voglio tantissimo!

Mamma: Vieni qui amore (lo prende in braccio). Mi spiace tesoro ma proprio non è possibile che ti faccia finire il pacchetto perché so che ti farà male. Scommetto che questo ti fa arrabbiare, vero?

Bambino: Sì.

Mamma: E che ti rende anche un po’ triste?

Bambino: Sì.

Mamma: Anch’io sono un po’ triste nel vederti così (lo lascia piangere per un po’, continuando a tenerlo stretto e lasciando che sfoghi le lacrime). Senti che cosa possiamo fare: potremmo cucinare insieme qualcosa di altrettanto buono ma che non ti farà male. Hai qualche idea?

Bambino: Sì, la macedonia!

Mamma: La facciamo insieme?

*   *   *

A prima vista, questa soluzione appare simile a quella del genitore noncurante perché gli offre una soluzione alternativa per distrarlo, ma questo avviene solo dopo delle tappe importanti: il riconoscimento delle emozioni provate, l’accettazione delle stesse e il tempo lasciato per assaporarle, standogli vicino mentre piange. Qui la mamma non cerca di distrarre il bambino dal sentimento, né lo rimprovera per il fatto di provarlo. Le emozioni provate dal bimbo vengono rispettate così come i suoi desideri. Eppure vengono posti i limiti che non si possono valicare. Il bambino ci rimane male, ma è un sentimento che entrambi possono superare insieme. Solo dopo questo percorso, la mamma gli mostra che è possibile andare oltre queste emozioni negative guardando avanti, verso una diversa proposta (ancor meglio se trovata dal piccolo).

Alessitemia. Una parola che non conoscevo e che si rivela preziosissima. Una parola che come genitori ed educatori penso dovremmo scriverci a caratteri cubitali nel nostro quadernetto delle priorità, perché è nostra responsabilità fare in modo che resti solo un paletto-guida dal quale tenerci lontano.

 

 

Per un terreno fertile

E da un pugno chiuso una carezza nascerà

Sì sì, mi sento dire: “A volte la mano prude“.

Capelli arruffati, acufene derivante dai gridi acuti del pupetto, tic all’occhio come quello dello scoiattolino dell’Era Glaciale, vestiti stropicciati dai tentativi di calmarlo. Dov’è finito il tuo irresistibile aplomb? Il tuo stile inconfondibile? Il tuo sguardo calmo e misterioso? Maria Montessori diceva che i bambini sono i nostri Maestri. Questi cosetti che troviamo tanto dipendenti dalla nostra infinita saggezza ed esperienza di vita verrebbero al mondo per obbligarci a confrontarci con i nostri limiti e diventare migliori.

Oggi è proprio il giorno in cui il tuo piccolo prof. ti invita a esplorare nuove possibilità e provare a trasformare quel pugno chiuso che prude tanto e che tra-un-po’-guarda-se-non-la-smetti-diventa-un-bel-ceffone, in un’opportunità di carezza.

Ma come?

Partirei dalle tre tappe di Céline Alvarez. Avete un bimbo piccolo in preda ad una crisi? Inutile provare a ragionarci: la sua corteccia prefrontale, sede delle emozioni, non è ancora sviluppata e in questo momento là dentro c’è un putiferio, folletti fosforescenti che ballano l’alligalli e vulcani in piena esplosione. La prima azione da compiere è compatirlo, consolarlo, prenderlo tra le braccia, confortarlo (“Ti capisco!“, implicitamente “Ti amo e sto con te anche se non sono d’accordo con quello che hai fatto“). Qualsiasi altra azione rischierebbe di peggiorare la situazione. Passata questa delicata fase, il bambino si calma, è il momento di nominare le emozioni che ha provato (“sei tanto arrabbiato?” – da evitare il sottotesto: “perché vorresti strafogarti il pacchetto di caramelline gommose di gelatina di topo di fogna?”). La terza fase è quella della risoluzione del problema, magari proponendogli delle alternative o cercando di trovarle insieme (se vi sputa in faccia a mo’ di mitragliatrice le uvette che gli  avete proposto, mantenete la calma e ricordatevi che il sentiero del successo è cosparso di cacche di pecora…). In questo modo, se dovesse funzionare, il bambino si senterà capito, prenderà confidenza con le sue stesse emozioni – queste sconosciute – e si sentirà rispettato.

Il Dott. Haim Ginott, seguendo le stesse linee guida, propone soluzioni per fissare limiti invitando alla cooperazione. Il principio di base è di utilizzare un linguaggio positivo. In questo caso, l’ordine delle proposte non è per forza cronologico come invece per le tre tappe di Alvarez:

  • Riconoscere e riformulare il desiderio del bambino (“Sembri proprio arrabbiato con mamma“)
  • Ricordare le regole (“Ti ricordi che abbiamo stabilito non più di X caramelline, vero?”)
  • Cambiare la direzione dell’azione o proporgli soluzioni (“ti va di cucinare una superciambella insieme?“, “usciamo a fare un giro?“)
  • Avere compassione per la frustrazione del bambino (“Ti sarebbe piaciuto tanto mangiare ancora caramelline! Come lo capisco, piacciono anche a me tanto! Se non facessero così male! Hai voglia di dirmi o disegnarmi quanto sei arrabbiato?“).

Uno strumento che può risultare estremamente prezioso, e non solo nel bel mezzo di una crisi, è senza dubbio l’ascolto empatico o attivo.

Il principio è quello di indossare, come direbbe Rosenberg, nel suo Il linguaggio giraffa. Una comunicazione collegata alla vita, le orecchie da giraffa (l’animale chgiraffa_cuore_libro2e ha il cuore più grande di tutti), ossia ascoltare senza pregiudizi, in modo amorevole, per fare in modo che il bambino si senta capito, confortato e non sminuito nel suo dispiacere e in questo modo sviluppi l’autostima necessaria per trovare da solo una soluzione. Vediamo un esempio calcato sulla nostra situazione citata precedentemente:

“Bambino: Dammi! Ancora! Cattiva!

Mamma: Sei arrabbiato perché vorresti ancora caramelle?

Bambino: Sì, non mi fai mai finire il pacchetto!

Mamma: Ti piacerebbe mangiarne a sazietà e io ti impedisco di farlo perché ho paura che ti faranno venire il mal di pancia…

Bambino: Sì!

Mamma: E come facciamo?

Bambino: Io le mangio e tu non guardi!

Mamma: Ma poi avrai comunque male al pancino. Ti ricordi l’ultima volta che ti ha fatto male, quando eravamo in montagna?

Bambino: Sì…

Mamma: Ci sono altre cose che ti farebbe piacere mangiare e che non ti facciano male al pancino?

Bambino: Sì, la macedonia!

Mamma: La facciamo insieme?

Qualsiasi sia il percorso che scegliamo per trasformare il nostro pugno in una carezza non scordiamoci che viviamo un’occasione imperdibile per imparare qualcosa e posare un mattone nella costruzione della nostra relazione col bambino, armiamoci di pazienza, indossiamo le orecchie da giraffa e se il primo tentativo non va come vorremmo, soprattutto, non arrendiamoci.