Libri meravigliosi

La mia lista dei libri da leggere e raccontare ai nostri bambini

In seguito al post Favole da paura o paura delle favole? Ovvero: le storie devono spaventare i nostri bambini?, mi è stato chiesto quali fossero per me le favole che non fanno paura, che avessi voglia di leggere o raccontare ai pargoli che mi stanno intorno. Per rispondere a questa domanda, creo in questa pagina, nella categoria già esistente dei “libri meravigliosi“, una lista che arricchirò di volta in volta con le mie proposte.

Le mie “storie che non fanno paura”:
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Per un terreno fertile

La ricerca del piacere, un ostacolo alla felicità?

Sono inciampata su alcuni articoli e conferenze di un signore americano, Robert Lustig, il cui cognome mi fa un po’ sorridere: tradotto dal tedesco vuol dire “divertente”… Sign. Divertente… (lo so, è facile – irresistibile – ironia da parte mia, ma che pressione portare un cognome così, soprattutto nei giorni di luna storta…). Se poi si prende solo la prima parte “Lust”, senza la desinenza, sempre in tedesco, si ottiene la parola “piacere”. Sarà il destino iscritto per lui da generazioni, ad aver spinto questo endocrinologo infantile a concentrarsi sul piacere ed i suoi effetti?

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Per un terreno fertile

Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo

Ci sono due luoghi in particolare che sono per me, da prima ancora di avere figli, la location perfetta per i più terrificanti film d’horror sulla disfatta della mamma: il supermercato e i trasporti pubblici.

Forse è per questo mio sconsiderato terrore delle scenate disperate di un bambino nei centri commerciali, che mi faceva tanto ridere la pubblicità un tantino di cattivo gusto dei condom. Sì, sì, quella che chiosava un bimbo che si gettava per terra urlando: “VOGLIO LE CARAMMMMMMELLLEEEEEE!!!” con la scritta “Usa i preservativi”. Continue reading “Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo”

Semi di meraviglia: esperienze · Semi di meraviglia: il gioco

Il gioco delle tre figure per sviluppare l’empatia

Mi piace accorgermi, rileggendo appunti e propositi prima dell’inizio di un laboratorio, quanto le cose non vadano mai davvero come previsto. Potrebbe essere una constatazione destabilizzante, ma a me rassicura pensare che sono gli esseri umani presenti, con le loro personalità uniche, a determinare il corso delle cose, e non la mera limitata programmazione del mio cervello su un’immutabile metaforica incisione su pietra.

All’inizio di questo laboratorio (di cui parlo qui), avevo deciso di lavorare al modo diverso di vedere il mondo, considerate le diverse nazionalità presenti, per questo abbiamo iniziato l’esplorazione con dei caleidoscopi. Avevo programmato originali escursioni tra cultura e parole d’altrove, e ci siamo invece ritrovati, con gusto, a giocare con la più universale delle materie: le emozioni. Il caleidoscopio ci ha mostrato la complessità delle declinazioni dell’emozione, che è possibile cioè che persone diverse provino emozioni diverse, anche se esposte alla stessa esperienza e che persino emozioni contrastanti convivano nello stesso individuo, nello stesso istante. Abbiamo scoperto che si può provare una grande tristezza ascoltando una musica gioiosa, che piangere può essere semplicemente la dolce impronta dell’amore (quando siamo, ad esempio, tristi perché la nostra adorata cuginetta se ne torna al suo paese dopo essere passata a trovarci).Schermata 2017-12-07 alle 18.13.45

Abbiamo scoperto che in tutto questo calderone, tra l’imparare a gestire le proprie emozioni e il capire quelle degli altri, si insinua una parolina magica, di cui avevo già parlato in questo articolo: l’empatia.

Sapersi mettere nella pelle dell‘altro, anche se apparentemente molto diverso da noi, essere capaci di immaginare quello che prova, anche se non ci troviamo nella sua posizione, saper guardare alla sua alterità con la stessa meraviglia che abbiamo guardando attraverso un caleidoscopio… ciò rappresenta, a mio avviso, un bel bagaglio di competenze per il benessere personale e collettivo.

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Per un terreno fertile

Il cerchio. Perché è la forma perfetta della pedagogia.

Il cerchio, in geometria piana, è costituito dall’insieme infinito dei punti equidistanti da un punto dato, detto centro. Già per Platone, espressione della perfezione; nel Medioevo simbolo dell’Assoluto. Se il triangolo unisce il terreno al divino, Dio è cerchio. Simbolo dell’infinito perché senza inizio e senza fine. Circolari le stagioni, le fasi lunari, le maree, l’alternarsi del sole e della luna.

Il cerchio è la forma perfetta della democrazia, non ha direzione, né orientamento. La forma che permette a tutti di essere esattamente nella stessa posizione degli altri, uguali, senza podio né gerarchia. Senza sforzi, tutti possono guardare tutti, tutti essere visti da tutti, in un’immediata intimità, che fonda il senso della comunità. Come dice Phyllis Curott, reinterpretato a modo mio, così come la base delle pentole è rotonda affinché il calore si distribuisca uniformemente, così nel cerchio le energie, gli umori, il calore circolano liberamente, senza dispersione.

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Ecco perché ci posizioniamo in cerchio, quando ci incontriamo per un laboratorio. La persona che guida il gruppo, sempre che ce ne sia bisogno (che sia l’animatore, l’insegnante, il mediatore, il rappresentante di classe), sta in piedi o si siede con gli altri, nella circonferenza. Ha diritto di parola esattamente come tutti. È forse il conduttore iniziale di energia, che lancia un’attività collettiva, rilancia o modera una discussione che ha bisogno di essere contenuta. Ma non v’è nulla, nel cerchio, della frontalità del professore che infonde la sua scienza negli astanti più o meno passivi. Nel cerchio non ci sono buchi, banchi vuoti. Il cerchio si stringe sempre intorno ai presenti. È la forma per eccellenza del momento presente. Del “siamo qui ed ora”, insieme, riuniti. Non c’è nulla da recuperare perché tutto circola e si ripete. Nulla si perde, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Il cerchio è la forma dell’accoglienza, dell’abbracciare. Dell’empatia. Nel cerchio, tutte le diversità non diventano uguali, ma parte integrante di esso.

Quando iniziamo un laboratorio, il cerchio è la forma che ci accoglie all’inizio e ci saluta alla fine. È così che ci scaldiamo prima di cominciare un corso di teatro, o di improvvisazione, o una qualsiasi altra attività. È la posizione migliore per dirsi come stiamo, cosa faremo. E la posizione migliore per dirsi come siamo stati, alla fine, le sensazioni provate, l’esperienza appena vissuta. Ritorni verbali che ci aiuteranno a costruire il nostro prossimo incontro, in un modo che, a partire dalla posizione dei nostri corpi nello spazio, si vuole il più collettivo possibile. Mettersi in cerchio è anche il modo più propizio per predisporsi positivamente nel ricomporre i pezzi del puzzle dopo una lite, un diverbio, un ostacolo relazionale: il luogo che fa entrare il circolare dei punti di vista per accoglierli, provare a capirli e ricominciare.

Su un palcoscenico – luogo di predilezione per il gioco di equilibri perpetuamente distrutti e catarticamente restaurati – il cerchio – sostanza dell’armonia – trova raramente il suo posto. Ma in sede di prove, laboratori, riscaldamento, preparazione degli attori, rappresenta sicuramente il momento chiave per una creazione teatrale collaborativa e serena. E penso che trovarsi almeno una volta nella giornata in questa posizione, farebbe del gran bene ad ogni tipologia di gruppo, di qualsiasi disciplina. Ma, per piacere, non intorno ad una tavola rotonda. Ché re Artù e i suoi cavalieri hanno fatto certo una sensazionale scoperta, smussando gli angoli delle chilometriche tavole rettangolari, in fondo alle quali principesse tristi chiedevano con voce fievole, se qualcuno potesse passar loro, cortesemente, il sale. Oggi, possiamo fare ancora un passo in avanti e offrirci all’altro, senza barricate. Magari in piedi, in modo che il nostro corpo sia sveglio ed attivo e che questo momento di condivisione sia vivo e pulsante. Duri esso anche solo il tempo di qualche respiro sincrono.

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Semi di meraviglia: parole al vento

Vorrei avere tante piccole orecchie per saperti ascoltare davvero.

Vorrei avere piccole orecchie in tutte le parti del mio corpo. Piccole orecchiette appiccicate agli occhi, alle mani, alla bocca (che facciano da ventosa per impedirmi di parlare prima di aver ascoltato), orecchiette (senza cime diorecchie_caleidoscopiche copie rapa) sui piedi, sotto le ascelle, tra i capelli, orecchie sulle mie orecchie, tra i denti come una foglia di insalata, tra le dita come un anello nuziale, ma soprattutto, soprattutto sul cuore. Perché lo so che nulla in te è “a casaccio”, e che quando ti agiti è perché non mi sono accorta che forse ti è caduto un microscopico pezzetto di carta con cui giocavi e non riesci più a recuperarlo, piccolo mio, o perché hai litigato col tuo amico immaginario, perché vedi e senti cose per cui le mie due vecchie orecchie raggrinzite sono troppo poche… la mia sensibilità alla percezione dei decibel troppo poco funzionale, di fronte alla tua iperricettività, la mia capacità di lasciarmi sorprendere dalle mille meraviglie che ci circondano, assopita. Tu che ti stupisci al suono della plastica che inavvertitamente ho strusciato. Tu che inarchi le ciglia per il suono di un’ambulanza in lontananza, che io manco avevo notato. Tu che trovi così terribilmente ilarante la pernacchietta che fanno le dita delle mani che fanno attrito contro le superfici o lo schiocco di un bacio tra mamma e papà. Tu che ascolti come una nenia le discussioni tra i tuoi genitori, analizzandone la melodia per capire se sorridere o fare la faccia preoccupata.orecchia_piccola

Tu mi ricordi che ho smesso di ascoltare. Che ho indossato filtri per proteggermi anche da tutto questo inquinamento sonoro, che per te invece è fonte di scoperta e di gioie auricolari. Mi ricordi che vorrei vederti inarcare le ciglia per il suono lontano di un pastore che chiama le pecore, o per il canto del gallo, o del vento tra le foglie, piuttosto che per la sirena della polizia e il clacson di automobilisti bloccati in un parcheggio.

Vorrei portarti altrove.

Vorrei avere tante piccole orecchie per sentire il mondo, meravigliosamente, come lo senti tu, amore della mamma.

Libri meravigliosi

“La Promenade de Petit Bonhomme”, una filastrocca per le vostre dita.

Premetto che si escludono, dallo scenario che segue, declinazioni erotiche (che sarebbero del tutto inappropriate in questa categoria di libri per bambini). Vi trovate rinchiusi in un ascensore per le prossime due ore. Nessun oggetto. Nessun gingillo che potrebbe aiutarvi a far passare il tempo più rapidamente, che so, un telefonino, un giornale, una penna, una pallina, un antistress, uno specchio nel quale schiacciarsi i punti neri… Una volta risolto un eventuale spettro di claustrofobia, vi accorgete che non siete soli.  Nello stesso ascensore bloccato siete in due, o in tre o persino in quattro. Di qualsiasi età voi siate, scoprite che tutti, immancabilmente, vi siete portati dietro due versatili strumenti per giocare: le vostre mani.

Come sarebbe a dire, “le vostre mani non sono un gioco?!”. E se dico morra cinese (anche conosciuto come carta, sasso, forbice)? E se dico Olio, sale e pepe? E la mano tua appoggiata alla mia, se riesco a schiaffeggiartela prima che la levi, vinco? E la montagna di mani, una sull’altra, alternate, che da sotto si appoggiano sopra e via via si impilano una sull’altra schiaffeggiando ben poco amabilmente quella in cima? (ehm… non ricordo perché questo gioco mi facesse tanto ridere…). E il gioco della scossa elettrica? (ci si prende per mano formando un cerchio; una prima persona stringe ad esempio la mano della persona alla sua sinistra, che a sua volta stringerà quella alla sua sinistra, facendo circolare sempre più rapidamente la “scossa elettrica” intorno al cerchio)… E Pari o dispari?

Le due ore trascorrono così senza nervosismi e senza panico. Grazie alla memoria dei giochi dell’infanzia, riaffiorati al momento giusto. È una gran bella cosa avere sempre a portata di mano (ahahah) tutti questi (e tanti altri) passatempo.

Trovo che oggi, avendo a disposizione tanti giochi (soprattutto tanta plastica), i bambini siano raramente invitati a esplorare questo tipo di intrattenimento per cui non si ha bisogno né di tanto spazio, né di accessori particolari.

È il motivo per il quale vi presento oggi un libro dall’idea semplice ma efficace, “promenade_petit_bonhomme2 La Promenade de Petit Bonhomme“. La trovo una divertente occasione per sensibilizzare i bambini al gioco con le mani. L’ometto di cui si fa riferimento nel titolo sono le dita della mano del narratore, che vengono invitate da un testo a mo’ di filastrocca, altrettanto semplice ed efficace, a compiere precise azioni. Le dita della mano, inizialmente certo quelle di un lettore adulto, potrebbero diventare poi quelle del bambino, attente alle indicazioni della voce narrante, o perché no, lasciate libere di inventare nuove peripezie, scivolando sui disegni ad ostacoli, affrontando in modi inaspettati un gatto gigante, mangiando un succulento pasto, inciampando sulla dunetta, saltando fossati… insomma… andando all’avventura. E un giorno le dita potrebbero essere quelle dell’adulto e del bambino, insieme, prima a saltellare tra una pagina e l’altra poi hop… fuori dalla pagina, alla scoperta del mondo. Perché sì, il vostro dito indice e il vostro dito medio formano due agilissime gambette capaci di attraversare, scavalcare, rotolare, pizzicare, schioccare, ticchettare, accavallare, accarezzare, toccare, indicare, strofinare qualsiasi angolo del pianeta. Se avete dubbi in proposito, lasciatevi guidare dai bambini. Una volta che avranno scoperto il potere camminante delle loro dita, ogni oggetto animato o inanimato sarà una magnifica superficie da calpestare.

Per questo mi piace questo libro. Perché rappresenta solo l’inizio, la prima scoperta, la prima proposta. Una porta che viene aperta per lasciare navigare l’immaginazione altrove, al di fuori del suo limitato formato cartaceo. Mi piace molto la frase finale (mi son permessa qualche licenza poetica nella traduzione), che invita ad uscire dal rassicurante contesto del libro, per inventarsi nuovi orizzonti:

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Dopo aver ben mangiato, l’ometto è spossato. Il libro allora chiudiamo, sul mio braccio cammina piano, e riposa fino a domani, stretto tra le mie mani”.

La Promenade de Petit Bonhomme: Une comptine à jouer avec la main” di Lucie Félix, purtroppo non tradotto in italiano (ma il vocabolario scelto è davvero molto semplice), è adatto ad essere letto a numerosi piccoli ascoltatori simultaneamente, poiché il testo in rima è stato stampato una volta dritto, per una lettura a due, fianco a fianco, e una volta rovesciato, per poter essere eventualmente tenuto capovolto verso l’esterno. Tanto, per le dita delle mani, nulla cambia se si saltella allegramente su una pagina rovesciata, e così, il pubblico può godersi per bene le immagini e il  narratore ditologante, può risparmiarsi acrobazie oculari.

Vi invito così, a mille spensierate passeggiate di dita coi vostri piccoli, con o senza questo libro.

Semi di meraviglia: esperienze

La bellezza e la ricchezza di vedere le cose in modo diverso. Un laboratorio per bambini.

Oggi, primo giorno di laboratorio con un gruppo di bambini e ragazzi da poco arrivati in Europa.
Emozionata come al mio primo giorno di scuola, quella sensazione mista di curiosità e timore che provo ad ogni inizio. Quali volti incontrerò? Piacerò loro? Provo a imprimere nella memoria questi primi momenti insieme, la difficoltà a pronunciare i nuovi nomi, che sembrano ora così difficili da ricordare, il modo che abbiamo di presentarci, stare insieme, troppo timidi o troppo estroversi, circospetti o iperattivi. Imprimere questi momenti per confrontarli con l’ultimo giorno, in cui ci saremo già raccontati alcuni segreti di quello che siamo e che amiamo fare e saremo tra di noi, semplici, rilassati, più noi stessi e forse, chissà, già un po’ nostalgici.

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Abbiamo fatto qualche gioco per rompere il ghiaccio e poi ho proposto loro una caccia al tesoro, facendo partecipare anche gli adulti e gli adolescenti che erano nell’edificio. Avevo paura che fosse troppo facile, o troppo difficile, che durasse troppo o troppo poco e invece è stato bellissimo. Bellissimo vedere lo stesso entusiasmo nei grandi e nei piccoli. Capire l’enigma, trovare l’indizio successivo, arrivare al tesoro, con gli occhi che brillano e le gambe che corrono.
Vederli divorare le scale urlando “Ho capito! Ho capito!“, vederli concentrati, malgrado le diverse età, intorno allo stesso foglietto, o toccando e guardando dappertutto per trovare l’indizio successivo.
È la prima volta che organizzo una caccia al tesoro e non penso sarà l’ultima.
È stato una grande gioia vederli riuniti, anche se molti non si conoscevano tra loro, uniti nella stessa avventura, con curiosità.
Il tesoro era un piccolo caleidoscopio per ogni avventuriero partecipante. E nel piccoli come nei grandi, il piacere di vedere la meraviglia negli occhi da bambino, quelli di oggi o quelli ritrovati per un attimo guardando dentro il vetrino deformante.

È l’inizio del nostro viaggio insieme, durante il quale esploreremo l’idea di come ciascuno vede le cose a modo suo, a seconda del punto o della prospettiva da cui guarda, della sensibilità, cultura, età, di colui/colei che osserva. Un invito a rispettare l’altro e a  curiosare nella sua visione, certo altrettanto caleidoscopica della nostra.

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Semi di meraviglia: parole al vento

Allattamento e miti da sfatare.

Sono tornata a casa con un misto di emozioni sgradevoli, incapace di nominarle. Ho più subìto che partecipato – ancora una volta – ad una conversazione che mi ha provocato – ancora una volta – un intersecarsi di tristezza, rabbia e qualche altro ingrediente segreto (anche per me).

Il tema della discussione è stato l’allattamento.

Allatti? Qualche mese fa, questa domanda onnipresente e la mia risposta affermativa meritava movimenti verticali della testa, pacche sulla spalla, qualche complimento masticato, molti “Ma che fortuna! Speriamo non ti vada via il latte!“, tutto sommato passavo quasi inosservata.

Rapidamente la domanda si è trasformata in “Allatti ancora?“. Direi, a partire dai quattro mesi. E lì, ancora qualche oscillazione verticale della testa, un’apertura degli occhi improvvisa a mostrare stupore, qualche osservazione sul mio essere all’antica, forse un po’ fricchettona. E poi si poteva parlar d’altro. Sempre che non esprimessi malauguratamente la mia visione in proposito.

Ma ora, a undici mesi, la domanda è diventata “Allatti, ma come, ancora?!“. E lì, che sia io ad alimentarla o meno, parte sistematicamente la domanda sorella: “Oh! E per quanto conti allattare ancora?“, talvolta seguito da un “Fino a diciott’anni? Ahahah!” ; con gli immancabili avvertimenti: “Ma guarda che così si vizia!“, “Così ti diventa mammone!“, “Quindi ha preso il tuo seno come fosse un ciuccio?“, “Ma così gli fai venire le carie!“, “Ma non lo sai che ormai il tuo latte è acqua?“, “Una volta svezzato, il tuo latte non serve proprio a niente, anzi“.

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Ma anzi, che? Se è nato prima il seno del ciuccio, si prende piuttosto il ciuccio come fosse un seno, no?! Il latte (i cui glucidi sono necessari per lo sviluppo del cervello che ne va ghiotto) fa venire le carie e invece lo zucchero industriale introdotto quasi sistematicamente prima dei due anni, no?  Il latte vaccino, no? Quale vizio si prenderebbe mio figlio? Quello di ricercare conforto in braccio alla madre piuttosto che ciucciando un pezzo di gomma? Lo spero bene che sia mammone, sono ancora il suo punto di riferimento principale, mi interrogherei se fosse il contrario!

Ma forse la frase che più mi irrita e che arriva puntuale è: “Bè, è perché te lo sei potuta permettere. Se avessi dovuto mettere tuo figlio al nido, da un pezzo avresti smesso“.

Tutta la mia solidarietà per quelle donne che, contro la loro volontà, sono dovute tornare al lavoro troppo presto, un lavoro con orari troppo lunghi, che malgrado il loro desiderio di allattare, non ce l’hanno fatta a stare dietro ai ritmi certo terribilmente faticosi che tirare il latte tutti i giorni comporta.

Ma qual è la logica che porta così tante donne, tra l’altro non necessariamente madri – che non hanno quindi per forza una frustrazione repressa sul tema – a sentire l’irrefrenabile desiderio di sparare alla cieca, basandosi su informazioni pseudoscientifiche, per denigrare la scelta di allattare, per altro non ostentata? E per poi, non contente, arrivare alla conclusione contraddittoria, che dovrei ringraziare chissà quale dio, e dovrei sentirmi mestamente in colpa per quelle donne che non hanno potuto farlo, per motivi che appartengono alla loro storia e non alla mia?

Volevo, profondamente, stare il più possibile con mio figlio. Una mia volontà che ha necessitato scelte e aggiustamenti nella vita lavorativa, economica e familiare a breve e lungo termine, che non riguardano nessun altro se non me e la mia famiglia.  Non sono sicura che si chiami fortuna.

Se vogliamo parlare “scientifico”, le ricerche sul tema avvallano teorie decisamente agli antipodi.

Cominciamo dalla durata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) auspica un allattamento esclusivo al seno per i primi sei mesi e poi, in accompagnamento al cibo, per almeno due anni. Almeno.

Studi antropologici hanno cercato di stimare la durata naturale dell’allattamento nell’uomo, comparando quello che si fa in varie parti del mondo. Ne è risultato che nelle culture tradizionali, dove non esiste il latte artificiale, il bambino è generalmente allattato fino ai 2/4 anni. Tra i nomadi cacciatori-raccoglitori della tribù dei Bofi in Africa, i neonati sono allattati tra i 36 e i 53 mesi, mentre i membri sedentari della stessa tribù allattano tra i 18 e i 27 mesi. La media tra le popolazioni prese in esame sarebbe di 30 mesi.

Per curiosità storica (e per costatare anche le aberrazioni che si sono protratte nei secoli sulla pelle di tanti piccoli innocenti) possiamo approfondire dando un’occhiata, un po’ alla rinfusa, sulla linea del tempo, alle abitudini di allattamento. Molto interessante, uno studio effettuato a partire da 82 scheletri di bambini vissuti tra il XVII e il XVIII secolo: la durata di allattamento sembrerebbe essere stata tra uno a quattro anni nelle popolazioni Maya, tra i due e i tre anni nella Roma Antica, secondo le raccomandazioni dei medici dell’epoca, Sorano e Galliano (fonte: le Figaro Santé). Proprio nell’Impero Romano (e purtroppo in numerosi altri luoghi ed epoche), vi era la convinzione (peraltro tuttora esistente in molte culture) che il colostro fosse malsano, motivo per il quale, nei primi venti giorni l’alimentazione del neonato veniva sostituita da miele e latte di capra (in una società dove c’è una mortalità infantile altissima, questa usanza è deleteria). In epoca paleolitica, la media sembrerebbe tra i due e i tre anni: in caso di impossibilità l’allattamento veniva assicurato da un’altra madre. La balia ha attraversato i secoli, assumendo proporzioni impressionanti. In epoche come il Rinascimento francese,  ad esempio, allattare era da poveracce. Tranne le donne davvero in una condizione di miseria, che si servivano di questa usanza come fonte di introiti, infatti, la stragrande maggioranza delle madri, di qualsiasi classe sociale, si serviva della “nutrice”: i piccoli venivano mandati non di rado in paeselli sperduti, anche molto distanti dalle città, per far allattare i propri figli. Molti non resistevano al viaggio e alle condizioni igienico-sanitarie precarie offerte a queste creature…

Altre fonti ci dicono che, in epoca precolombiana, l’allattamento si prolungava fino ai 6 anni, talvolta 12. Secondo la Bibbia, gli ebrei allattavano tra i 2 e i 3 anni.

Sembrerebbe che la specie umana abbia avuto tendenza, almeno in Occidente e cercando l’avvallo della scienza, a trovare tutti i modi per liberarsi prima possibile di questa incombenza, specialmente nelle classi sociali più agiate, specialmente tra le popolazioni economicamente più forti. Negli anni Sessanta, ormai lontani dall’usanza della balia,  un importante giro di boa è avvenuto grazie all’avvento del latte artificiale. Ma invece di godere semplicemente del non dover più avere paura della mancanza di latte, permettendo anche alle madri di scegliere liberamente il proprio percorso, si è arrivati all’opposto estremo, giudicando l’allattamento del tutto inutile e retrogrado.

Alcuni ricercatori, tra cui l’antropologa Katherine Dettwyler, si sono presi la briga di osservare i mammiferi che più si avvicinano a noi, i primati. La conclusione è stata che se gli umani svezzassero i loro piccoli sul modello delle grandi scimmie, facendo astrazione delle credenze e dei costumi, i bambini dovrebbero essere allattati per un ventaglio che va dai 2,5 ai 7 anni. Interessante sapere, a questo proposito, che il sistema immunitario diventa davvero funzionale nel bambino a circa sei anni (e che, nel latte materno, oltre ai nutrimenti passano anche gli anticorpi della madre).

E se poi prende il vizio? Vi lascio cercare la risposta in un illuminante libro dall’omonimo titolo, che smonta proprio le abitudini culturali che vanno ad intaccare la sicurezza delle neomamme, assordando i richiami dell’istinto materno.

Ma il latte dopo l’anno diventa acqua? Pare proprio di no. Anzi, un rinnovato interesse nei confronti del latte materno sta portando la scienza a scoprire sempre più pregi in questo prezioso liquido che cambierebbe composizione per adattarsi alle esigenze del bambino, non soltanto nell’arco della stessa giornata, dei mesi, ma anche degli anni. Pare che alcuni scienziati stiano persino cercando di isolare le molecole del latte, per utilizzarle nelle cure di alcuni cancri.

I bambini allattati a lungo termine avrebbero un migliore sistema immunitario, la diminuzione del rischio di disturbi del comportamento (ma non diventano tutti irrimediabilmente mammoni?!), migliori capacità cognitive, diminuzione del rischio di obesità, diabete, allergie, problemi cardio-vascolari.  Nella madre allattante si avrebbe un più grande benessere mentale, diminuzione del rischio di diabete di tipo 2, di cancro al seno, di poliartrite reumatoide.

Non ho trovato studi fatti sul latte materno dopo il secondo anno di vita del bambino. Ma già il rapporto tra il primo e il secondo anno è interessante e siamo ben lontani dalla composizione dell’acqua (peraltro fondamentale alla nostra sopravvivenza). Nel secondo anno, ad esempio, aumenta la quantità di proteine, grassi, lattoferrina, ferro e sodio, diminuisce il calcio, lo zinco e il lattosio, seguendo le diverse necessità del lattante (Fonte: infografica di Uppa.it).

Vorrei rispondere tutto questo alle persone che mi guardano con disapprovazione, invitandomi per il mio bene a conformarmi alle cattive abitudini che la moderna società propone. Ma poi arranco. Mi innervosisco. Sorrido e abbozzo. Oppure do qualche risposta che si guadagna sguardi di sempre maggiore disapprovazione, come quando ho affermato che non ci trovavo nulla di male nel fatto che mio figlio potesse chiedermi il seno per motivi diversi dalla fame. La mia interlocutrice ha fatto una smorfia che avrebbe visto sobbalzare di soddisfazione il dott. Lightman (Cf. la serie Lie to me), che esprimeva quanto disdicevole fosse il mio atteggiamento, per poi rifugiarsi in un sorriso glaciale e in un atletico cambio di discorso. Ecco, credo che dovrei specializzarmi in atletici e leggiadri cambi di discorso. Tornerei certo a casa più tranquilla, e eviterei di scrivere chilometrici articoli come questo.

Mi sono permessa questo sfogo in un blog che si concentra sul come riuscire a crescere i nostri piccoli oggi, dribblando gli ostacoli e preservando la Meraviglia, perché, anche se penso che un bambino amato e non allattato al seno abbia tutte le porte aperte per crescere felice, penso anche che permettere al bambino di colmare il suo bisogno affettivo con un’infanzia ad alto contatto, donandogli il proprio tempo e il proprio seno senza timore, sia, per quelli come me che hanno la fortuna di permetterselo e che lo desiderano, un dono prezioso. Sicuramente lo è per me, fonte di meraviglia, che lo guardo, appoggiato al mio petto, con gli occhi semichiusi – anche quando la giornata è stata nevrotica – con quelle manine che si muovono carezzando l’aria, in quell’abbraccio che placa le tormente, rallenta il cuore, addolcisce i minuti. E di notte, ci dondola entrambi verso un sonno che sarà morbido, comunque vada, perché condiviso. Ah sì, dimenticavo. A undici mesi dormiamo ancora tutti nel lettone… è il momento per me di una bella psicoterapia?

ioallatto