Semi di meraviglia: parole al vento

Allattamento e miti da sfatare.

Sono tornata a casa con un misto di emozioni sgradevoli, incapace di nominarle. Ho più subìto che partecipato – ancora una volta – ad una conversazione che mi ha provocato – ancora una volta – un intersecarsi di tristezza, rabbia e qualche altro ingrediente segreto (anche per me).

Il tema della discussione è stato l’allattamento.

Allatti? Qualche mese fa, questa domanda onnipresente e la mia risposta affermativa meritava movimenti verticali della testa, pacche sulla spalla, qualche complimento masticato, molti “Ma che fortuna! Speriamo non ti vada via il latte!“, tutto sommato passavo quasi inosservata.

Rapidamente la domanda si è trasformata in “Allatti ancora?“. Direi, a partire dai quattro mesi. E lì, ancora qualche oscillazione verticale della testa, un’apertura degli occhi improvvisa a mostrare stupore, qualche osservazione sul mio essere all’antica, forse un po’ fricchettona. E poi si poteva parlar d’altro. Sempre che non esprimessi malauguratamente la mia visione in proposito.

Ma ora, a undici mesi, la domanda è diventata “Allatti, ma come, ancora?!“. E lì, che sia io ad alimentarla o meno, parte sistematicamente la domanda sorella: “Oh! E per quanto conti allattare ancora?“, talvolta seguito da un “Fino a diciott’anni? Ahahah!” ; con gli immancabili avvertimenti: “Ma guarda che così si vizia!“, “Così ti diventa mammone!“, “Quindi ha preso il tuo seno come fosse un ciuccio?“, “Ma così gli fai venire le carie!“, “Ma non lo sai che ormai il tuo latte è acqua?“, “Una volta svezzato, il tuo latte non serve proprio a niente, anzi“.

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Ma anzi, che? Se è nato prima il seno del ciuccio, si prende piuttosto il ciuccio come fosse un seno, no?! Il latte (i cui glucidi sono necessari per lo sviluppo del cervello che ne va ghiotto) fa venire le carie e invece lo zucchero industriale introdotto quasi sistematicamente prima dei due anni, no?  Il latte vaccino, no? Quale vizio si prenderebbe mio figlio? Quello di ricercare conforto in braccio alla madre piuttosto che ciucciando un pezzo di gomma? Lo spero bene che sia mammone, sono ancora il suo punto di riferimento principale, mi interrogherei se fosse il contrario!

Ma forse la frase che più mi irrita e che arriva puntuale è: “Bè, è perché te lo sei potuta permettere. Se avessi dovuto mettere tuo figlio al nido, da un pezzo avresti smesso“.

Tutta la mia solidarietà per quelle donne che, contro la loro volontà, sono dovute tornare al lavoro troppo presto, un lavoro con orari troppo lunghi, che malgrado il loro desiderio di allattare, non ce l’hanno fatta a stare dietro ai ritmi certo terribilmente faticosi che tirare il latte tutti i giorni comporta.

Ma qual è la logica che porta così tante donne, tra l’altro non necessariamente madri – che non hanno quindi per forza una frustrazione repressa sul tema – a sentire l’irrefrenabile desiderio di sparare alla cieca, basandosi su informazioni pseudoscientifiche, per denigrare la scelta di allattare, per altro non ostentata? E per poi, non contente, arrivare alla conclusione contraddittoria, che dovrei ringraziare chissà quale dio, e dovrei sentirmi mestamente in colpa per quelle donne che non hanno potuto farlo, per motivi che appartengono alla loro storia e non alla mia?

Volevo, profondamente, stare il più possibile con mio figlio. Una mia volontà che ha necessitato scelte e aggiustamenti nella vita lavorativa, economica e familiare a breve e lungo termine, che non riguardano nessun altro se non me e la mia famiglia.  Non sono sicura che si chiami fortuna.

Se vogliamo parlare “scientifico”, le ricerche sul tema avvallano teorie decisamente agli antipodi.

Cominciamo dalla durata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) auspica un allattamento esclusivo al seno per i primi sei mesi e poi, in accompagnamento al cibo, per almeno due anni. Almeno.

Studi antropologici hanno cercato di stimare la durata naturale dell’allattamento nell’uomo, comparando quello che si fa in varie parti del mondo. Ne è risultato che nelle culture tradizionali, dove non esiste il latte artificiale, il bambino è generalmente allattato fino ai 2/4 anni. Tra i nomadi cacciatori-raccoglitori della tribù dei Bofi in Africa, i neonati sono allattati tra i 36 e i 53 mesi, mentre i membri sedentari della stessa tribù allattano tra i 18 e i 27 mesi. La media tra le popolazioni prese in esame sarebbe di 30 mesi.

Per curiosità storica (e per costatare anche le aberrazioni che si sono protratte nei secoli sulla pelle di tanti piccoli innocenti) possiamo approfondire dando un’occhiata, un po’ alla rinfusa, sulla linea del tempo, alle abitudini di allattamento. Molto interessante, uno studio effettuato a partire da 82 scheletri di bambini vissuti tra il XVII e il XVIII secolo: la durata di allattamento sembrerebbe essere stata tra uno a quattro anni nelle popolazioni Maya, tra i due e i tre anni nella Roma Antica, secondo le raccomandazioni dei medici dell’epoca, Sorano e Galliano (fonte: le Figaro Santé). Proprio nell’Impero Romano (e purtroppo in numerosi altri luoghi ed epoche), vi era la convinzione (peraltro tuttora esistente in molte culture) che il colostro fosse malsano, motivo per il quale, nei primi venti giorni l’alimentazione del neonato veniva sostituita da miele e latte di capra (in una società dove c’è una mortalità infantile altissima, questa usanza è deleteria). In epoca paleolitica, la media sembrerebbe tra i due e i tre anni: in caso di impossibilità l’allattamento veniva assicurato da un’altra madre. La balia ha attraversato i secoli, assumendo proporzioni impressionanti. In epoche come il Rinascimento francese,  ad esempio, allattare era da poveracce. Tranne le donne davvero in una condizione di miseria, che si servivano di questa usanza come fonte di introiti, infatti, la stragrande maggioranza delle madri, di qualsiasi classe sociale, si serviva della “nutrice”: i piccoli venivano mandati non di rado in paeselli sperduti, anche molto distanti dalle città, per far allattare i propri figli. Molti non resistevano al viaggio e alle condizioni igienico-sanitarie precarie offerte a queste creature…

Altre fonti ci dicono che, in epoca precolombiana, l’allattamento si prolungava fino ai 6 anni, talvolta 12. Secondo la Bibbia, gli ebrei allattavano tra i 2 e i 3 anni.

Sembrerebbe che la specie umana abbia avuto tendenza, almeno in Occidente e cercando l’avvallo della scienza, a trovare tutti i modi per liberarsi prima possibile di questa incombenza, specialmente nelle classi sociali più agiate, specialmente tra le popolazioni economicamente più forti. Negli anni Sessanta, ormai lontani dall’usanza della balia,  un importante giro di boa è avvenuto grazie all’avvento del latte artificiale. Ma invece di godere semplicemente del non dover più avere paura della mancanza di latte, permettendo anche alle madri di scegliere liberamente il proprio percorso, si è arrivati all’opposto estremo, giudicando l’allattamento del tutto inutile e retrogrado.

Alcuni ricercatori, tra cui l’antropologa Katherine Dettwyler, si sono presi la briga di osservare i mammiferi che più si avvicinano a noi, i primati. La conclusione è stata che se gli umani svezzassero i loro piccoli sul modello delle grandi scimmie, facendo astrazione delle credenze e dei costumi, i bambini dovrebbero essere allattati per un ventaglio che va dai 2,5 ai 7 anni. Interessante sapere, a questo proposito, che il sistema immunitario diventa davvero funzionale nel bambino a circa sei anni (e che, nel latte materno, oltre ai nutrimenti passano anche gli anticorpi della madre).

E se poi prende il vizio? Vi lascio cercare la risposta in un illuminante libro dall’omonimo titolo, che smonta proprio le abitudini culturali che vanno ad intaccare la sicurezza delle neomamme, assordando i richiami dell’istinto materno.

Ma il latte dopo l’anno diventa acqua? Pare proprio di no. Anzi, un rinnovato interesse nei confronti del latte materno sta portando la scienza a scoprire sempre più pregi in questo prezioso liquido che cambierebbe composizione per adattarsi alle esigenze del bambino, non soltanto nell’arco della stessa giornata, dei mesi, ma anche degli anni. Pare che alcuni scienziati stiano persino cercando di isolare le molecole del latte, per utilizzarle nelle cure di alcuni cancri.

I bambini allattati a lungo termine avrebbero un migliore sistema immunitario, la diminuzione del rischio di disturbi del comportamento (ma non diventano tutti irrimediabilmente mammoni?!), migliori capacità cognitive, diminuzione del rischio di obesità, diabete, allergie, problemi cardio-vascolari.  Nella madre allattante si avrebbe un più grande benessere mentale, diminuzione del rischio di diabete di tipo 2, di cancro al seno, di poliartrite reumatoide.

Non ho trovato studi fatti sul latte materno dopo il secondo anno di vita del bambino. Ma già il rapporto tra il primo e il secondo anno è interessante e siamo ben lontani dalla composizione dell’acqua (peraltro fondamentale alla nostra sopravvivenza). Nel secondo anno, ad esempio, aumenta la quantità di proteine, grassi, lattoferrina, ferro e sodio, diminuisce il calcio, lo zinco e il lattosio, seguendo le diverse necessità del lattante (Fonte: infografica di Uppa.it).

Vorrei rispondere tutto questo alle persone che mi guardano con disapprovazione, invitandomi per il mio bene a conformarmi alle cattive abitudini che la moderna società propone. Ma poi arranco. Mi innervosisco. Sorrido e abbozzo. Oppure do qualche risposta che si guadagna sguardi di sempre maggiore disapprovazione, come quando ho affermato che non ci trovavo nulla di male nel fatto che mio figlio potesse chiedermi il seno per motivi diversi dalla fame. La mia interlocutrice ha fatto una smorfia che avrebbe visto sobbalzare di soddisfazione il dott. Lightman (Cf. la serie Lie to me), che esprimeva quanto disdicevole fosse il mio atteggiamento, per poi rifugiarsi in un sorriso glaciale e in un atletico cambio di discorso. Ecco, credo che dovrei specializzarmi in atletici e leggiadri cambi di discorso. Tornerei certo a casa più tranquilla, e eviterei di scrivere chilometrici articoli come questo.

Mi sono permessa questo sfogo in un blog che si concentra sul come riuscire a crescere i nostri piccoli oggi, dribblando gli ostacoli e preservando la Meraviglia, perché, anche se penso che un bambino amato e non allattato al seno abbia tutte le porte aperte per crescere felice, penso anche che permettere al bambino di colmare il suo bisogno affettivo con un’infanzia ad alto contatto, donandogli il proprio tempo e il proprio seno senza timore, sia, per quelli come me che hanno la fortuna di permetterselo e che lo desiderano, un dono prezioso. Sicuramente lo è per me, fonte di meraviglia, che lo guardo, appoggiato al mio petto, con gli occhi semichiusi – anche quando la giornata è stata nevrotica – con quelle manine che si muovono carezzando l’aria, in quell’abbraccio che placa le tormente, rallenta il cuore, addolcisce i minuti. E di notte, ci dondola entrambi verso un sonno che sarà morbido, comunque vada, perché condiviso. Ah sì, dimenticavo. A undici mesi dormiamo ancora tutti nel lettone… è il momento per me di una bella psicoterapia?

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Libri meravigliosi

“Se ami qualcuno lascialo libero”, un bel messaggio da comunicare ai nostri bambini.

Qualche giorno fa ho trovato, in un mercatino dell’usato, un libro illustrato di Marjorie Newman e Patrick Benson, “Petit Paul et l’Oisillon“. I disegni, color pastello, sono delicati, FullSizeRender-2i testi semplici, corti, non in rima. Devo ammettere che alla prima sfogliata e lettura mi aveva lasciato alquanto indifferente; tutto il mio entusiasmo si era forse consumato per gli altri libri, trovati nello stesso mercatino. Ma dopo la terza, quarta lettura ad alta voce, mentre il mio piccolo esplorava e distruggeva casa, lanciandomi ogni tanto sorrisi a tre denti, come per dirmi: “Ti ascolto mamma, eh! Ma nel frattempo ho l’impellente urgenza di buttare giù tutte le deliziose suppellettili che hai lasciato sul mobile, che carina!, proprio alla mia altezza!”, ho dovuto ricredermi. Proprio dalla semplicità del testo e delle immagini, si sprigiona senza fuochi d’artificio, leggero e modesto, un monito al rispetto della libertà del prossimo, ai falsi volti dell’amore, come quello del possesso. L’amore è quello che ti lascia volare libero, anche quando costa lacrime.

FullSizeRender-3Mi sono accorta della bellezza di questo testo e delle sue immagini in controtempo, come un contrattempo. Me ne sono accorta perché era il libro che avevo, più spesso, più voglia di leggere e di condividere con mio figlio. Me ne sono accorta dolcemente e ora gli racconto la storia a modo mio, anche appena si sveglia, quando mi guarda con quegli occhi assonnati che si lasciano cullare dalla mia voce, prima di schizzare giù alla scoperta del mondo.

Sono contenta di non essermi fermata alla mia superficiale prima impressione.

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“Gli uccelli sono fatti per volare”, dichiara il piccolo Paul. Apre quindi la gabbia e lo lascia volare via, perché lo ama. Poi, si mette a piangere.

Il testo non l’ho trovato in italiano, in francese temo non venga più edito, in inglese pare invece ancora di facile reperibilità (Mole and the Baby Bird). Se desiderate dire al vostro bimbo in modo poetico, semplice e delicato, quanto amare voglia dire lasciar liberi, a parte la canzone di Sting, questo librino è un modo bellissimo per farlo.

 

Libri meravigliosi · Libri nascondino

I miei libri “nascondino” preferiti. Per lettori esploratori.

Inauguro oggi, nella categoria dei libri che destano in me meraviglia (“Libri Meravigliosi”), una nuova sottocategoria: i libri “nascondino”, quei libri cioè che invitano il lettore a ricercare attivamente elementi nascosti nella pagina, o tra le pagine o, perché no, da qualche altra parte.

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Ne ho visti alcuni davvero belli, altri hanno destato in me curiosità, altri mi hanno proprio divertito. Mi piacciono perché creano un dialogo diretto col lettore, rendendolo attore, invitandolo al gioco. In questa articolo raccolgo di volta in volta i libri recensiti sull’argomento per facilitarne la ricerca e la consultazione.

I miei libri “nascondino”:

 

Per un terreno fertile

E se lasciassi giocare mio figlio con le bambole? Pregiudizi e stereotipi.

Un’amica mi ha consigliato di leggere un articolo interessantissimo su un sito francese, risvegliando una serie di riflessioni già esistenti in me, in forma un po’ latente, e che ho voglia di condividere con voi oggi: in che modo operiamo discriminazione di genere nella scelta dei giocattoli che offriamo ai nostri figli.

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Nadia Chambéry, autrice dell’articolo, ci fa notare che una bambina che gioca con dei giocattoli prettamente maschili, si vedrà probabilmente appioppare appellativi come “maschiaccio”, in opposizione ad una vera bambina “come si deve”, ma sarà nonostante tutto generalmente tollerata e, perché no, considerata, proprio per questo motivo, forte di carattere (“così non si farà mettere i piedi in testa dagli uomini”). Non meriterebbero lo stesso destino i maschietti che si trovassero malauguratamente a manipolare giochi o oggetti associati all’universo femminile: questo infelice contatto farebbe infatti incorrere il malcapitato nel rischio di diventare effeminato, per il noto e pauroso effetto di contaminazione generato da quegli oggetti. Una bambina maschiaccio passi, ma un bambino effeminato, proprio no!

Lise Eliot, nel suo Pink Brain, Blue Brain: How Small Differences Grow Into Troublesome Gaps (Cervello Rosa, Cervello Blu: Come piccole differenze si ingrandiscono fino a diventare problematiche), smonta decenni di convinzioni e pregiudizi secondo i quali il cervello dell’uomo e della donna sarebbero nettamente diversi: in realtà, a parte il fatto che il cervello dell’uomo pesa di più di quello della donna e che quello della donna si sviluppa uno-due anni prima di quello dell’uomo, le differenze tra i singoli individui, indipendentemente dal sesso, sono molto più grandi rispetto alle differenze tra uomini e donne, anche considerando l’influenza di geni e ormoni. Basterebbero poche ore di studio per compensare e rendere tali distanze inesistenti. Eppure, gli stereotipi e la cultura ingigantiscono queste insignificanti divergenze, facendoci diventare gli uomini e le donne dettate e auspicate dalla società.

Un esempio banale tra i tanti, senza per questo entrare nel merito delle teorie della fisica quantistica e  sull’influenza che la nostra buona o cattiva predisposizione può avere sulle cellule (rimando, per i più curiosi, agli affascinanti esperimenti del dott. Masaru Emoto sull’acqua): vivere in una società in cui si crescono le bambine dicendo loro che la “donna al volante è un pericolo costante“, creerà immancabilmente delle automobiliste insicure e imbranate, o delle maschiacce che “guidano come un uomo” se non corrispondono a questo stereotipo.

gioco_per_femminucce.jpgFin qui, nulla di nuovo. Eppure, nell’impedire ai maschietti di giocare con le bambole e alle femminucce di fare giochi di costruzione, si inizia a strutturare questa distanza, sviluppando una competenza piuttosto che un’altra.

A quanto pare infatti, se giocare a giochi di costruzione sviluppa le capacità manuali e matematiche, giocare con le bambole, vestirle, spogliarle, parlare con loro, affina la motricità fine e le competenze verbali. Ma c’è di più: questo tipo di attività, ci dice Lise Eliot,

rafforza le competenze emotive e sociali: preoccuparsi per gli altri, considerarli, rispondere ai loro bisogni e capire cosa provano. In altre parole, questo tipo di gioco permette lo sviluppo dell’empatia. Giocare con le bambole allena anche a comunicare, anche quando il bambino gioca da solo (molti bambini, tra i cinque e i sei anni, si parlano da soli e questo discorso privato li aiuta a gestire il loro comportamento quando sono confrontati a compiti nuovi o difficili”)“.

In pratica, privare i nostri figli maschi di questo tipo di gioco, è uno spiacevole modo per privarli anche di un’ottima occasione per sviluppare l’empatia. A cosa serva questa fantomatica empatia, ne ho parlato nel mio articolo Perché è così importante imparare a riconoscere le emozioni?, dove spiego, tra l’altro, che la capacità di verbalizzare le emozioni, di riconoscerle, stia alla base della capacità di gestirle, di evitare quindi dei comportamenti aggressivi e violenti.

Le competenze verbali sviluppate dal gioco con la bambola aiutano quindi il bambino in questo fondamentale lavoro di catalogazione delle emozioni. A questa competenza è strettamente legato anche il controllo inibitorio, ossia la capacità di autocontrollarsi restando ad esempio seduti, saper aspettare il proprio turno per parlare, riuscire a concentrarsi più a lungo: tutte attitudini generalmente più sviluppate nelle bambine rispetto ai coetanei maschi.

Siamo d’accordo, la padronanza della lingua e di se stessi non si acquisiscono solo attraverso il gioco con le bambole: tutti i giochi che spronano a raccontarsi delle storie, a mettersi nei panni di qualcun altro sono fondamentali per tale delicato apprendimento. Ma in questo contesto trovo fondamentale, al di là della provocazione e dell’inerzia che questa proposta incontrerà certamente, sradicare questo tabù che vieta ad un bambino di divertirsi con una bambola.

Alcuni commercianti dal fiuto per gli affari particolarmente sviluppato, negli Stati Uniti, hanno cominciato a vendere bambole per maschietti, intravedendo la prossima apertura di questa nicchia di mercato: bambolotti supereroi e ingegneri rendono infatti certo più accettabile per i genitori l’accettazione di questo “nuovo” paradigma. In Italia, siamo ancora forse un po’ lontani. Ma nulla ci impedisce – semplicemente – di dare ai nostri figli maschi la possibilità di giocare con le bambole che abbiamo a disposizione, cercando di proteggerli dagli attacchi esterni, che immancabilmente arriverebbero a guastare il gusto sano di questo gioco, macchiandolo con sciocchi pregiudizi inibitori.

 

 

 

Per un terreno fertile

Ti amo, mamma pelosetta

Metti una scimmietta separata dalla sua mamma in una gabbietta. Metti da una parte una fredda macchina che distribuisce latte da un biberon e dall’altra un morbido peluche peloso.

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Il crudele Harry Frederick Harlow provò negli anni Sessanta che la scimmietta, al cibo, preferisce la sensazione di pseudo-calore fornitagli dal peluche.

Che sia di conforto a quelle mamme che si sentono denigrate nel loro ruolo di madre allattante, ridotte dal loro vorace neonato a giganti mammelle gambo-munite.

Vostro figlio vuole voi. Prima di tutto. Il vostro calore e le vostre pelosità protettive. Molto di più che l’adorato seno.

A partire dagli orribili esperimenti perpetrati da questo ricercatore, che in nessun modo avvallo eticamente, altri studiosi hanno proseguito nello studio sull’importanza delle figure di riferimento per i neonati, avanzando la teoria dell’attaccamento.

Secondo questa teoria, il dottor Bowlby in Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, grato anche ai lavori dell’etologo Konrad Lorenz, differenzia cinque competenze innate che permettono al bambino di creare un legame di attaccamento con la madre:

  • La suzione (tettare);
  • La capacità di aggrapparsi (riflesso di prensione);
  • La capacità di piangere;
  • La capacità di sorridere;
  • La capacità di seguire con lo sguardo.

Sono le competenze offerte direttamente dalla natura per sviluppare la prima relazione solida con la sua caregiver, la sua “figura di riferimento” (naturalmente la madre, ma in mancanza di essa, altre figure sono possibili). 

Se nei primi mesi, il neonato fa riferimento essenzialmente alla sua caregiver primaria, passati i sei mesi, comincia ad includere altre persone che hanno meritato questo statuto fornendogli una presenza stabile e duratura. Dopo i due anni, i bambini cominciano ad utilizzare le loro figure di attaccamento (generalmente la cerchia familiare) come una base sicura a partire dalla quale potranno esplorare il mondo, allontanarsi sicuri sapendo che potranno tornare.

La psicologa Mary Ainsworth, tra gli anni Sessanta e Settanta, definisce tre schemi, al quale se ne aggiungerà successivamente un quarto: lo schema di attaccamento sicuro, quello ansioso, quello evitante e infine quello disorganizzato.

Senza entrare nel dettaglio, questi schemi evidenziano il comportamento di un bambino confrontato alla separazione dalle sue figure di riferimento. Ad esempio, un bambino che ha sviluppato uno schema di adattamento sicuro, dimostra sconforto al momento della separazione, ma torna a giocare serenamente poco dopo, manifestando però grande gioia con il ritorno delle figure di attaccamento.

Affinché si realizzi questo schema ottimale, il bambino deve aver acquisito la certezza di poter contare sull’amore incondizionato dei caregiver, che ci saranno sempre e comunque nel momento del bisogno. 

Queste ricerche sembrano appoggiare il punto di vista che d’istinto mi sento di sposare (mi manca l’esperienza personale a lungo termine per esserne certa), ossia quello che i cuccioli non “prendono il visfondo scimmiettazio”, né diventano irrimediabilmente dipendenti, se li teniamo in braccio ogni volta che ne comunicano il desiderio, se li cresciamo ad “alto contatto” (allattando, tenendoli spesso addosso, rispondendo ai loro pianti e ai loro sorrisi – assecondando dunque le cinque competenze innate sovraccitate), affinché si crei quel legame di attaccamento sicuro che gli permetterà poi di affrontare il mondo in modo autonomo.

Un bel cambio di prospettiva, che ci permette di guardare con una lente nuova i momenti in cui il bambino ci chiama ancora e ancora e ancora e ancora, per motivi che ci appaiono irrilevanti, avendolo già nutrito.

Non ha fame, non fa i capricci, no.

Sta verificando ancora e ancora e ancora e ancora se è proprio vero che può contare su di noi, se è proprio vero che ci saremo sempre quando ne ha e avrà bisogno. Ossia, adesso.

E adesso. E adesso. E adesso, e adesso, e adesso e adesso e adesso e adesso e adesso ………… …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. ……………………………………………………………………………………………………….. e adesso?

Per un terreno fertile

Plasticità e neuroni. I neonati sono dei geni.

Stamattina ti sei svegliato prima di mamma e di papà e li guardi silenziosamente dormire. Sospiri un po’.

Sono teneri, in fondo.

Malgrado i loro limiti.

Queste tenere creature che hanno solo 300.000 miliardi di connessioni neuronali.

Tu che ne hai un milione di miliardi.

Avere dieci mesi e non sentirli.

Lo sai che ti toccherà imparare a comunicare con la loro lingua, perché la tua, ancestrale, magica, telepatica… proprio non ce la fanno. E dire che a 30 anni si erano pure fissati con l’esoterismo, e pagavano ridicoli guru per imparare a sentire l’aldilà, le “energie”, perché “cioè, troppo alternativo”. Ma il tuo aldiqua, niente da fare. E vabbè, si sono bruciati le connessioni neuronali con l’età. A te pure, toccherà cominciare a farlo: nel giro di due anni, ti dovrai liberare di gran parte dei neuroni inutilizzati, per diventare l’adulto che sarai. Dimenticare il genio che sei stato, per adeguarti ad una mediocre vita da persona grande.

connessioniCrescere significherà per te perdere i due terzi delle tue fantastiche possibilità, per rafforzare il terzo più utilizzato. Già. Lo sai che il tuo cervello non si occupa di qualità, ma solo di quantità. Questo significa che le connessioni meno o affatto utilizzate spariranno. Anche quelle preziosissime, se non usate. A nove mesi avresti saputo distiguere chiaramente i suoni dell’aramaico antico e del cinese mandarino. A dodici mesi, niente, se non ti ci hanno messo in contatto, ti sei giocato quelle specifiche connessioni neuronali, per concentrarti sulla tua lingua. Vabbè, mi dirai, sopravviverò anche senza l’aramaico.

Ma c’è infinito lavoro da fare per selezionare il terzo di informazioni da mantenere. Quando getti a terra per centinaia di volte il cucchiaino in terra, papà – egocentrico – crede che tu lo stia facendo per lui, per giocarci o fargli un dispetto. Non capisce che hai appena scoperto che c’è una legge che fa sì che quando apri la manina, gli oggetti cadano a terra. Ci provi centinaia di volte per assicurarti che sia un fatto costante. La scienza si basa su alte percentuali di ripetitività. Hai notato che il cucchiaino cade in modo diverso rispetto ad un pezzetto di carota, che a sua volta cade in modo diverso rispetto al bavaglino. Però se ti sdrai e apri la manina – questa scoperta è altrettanto allarmante – gli oggetti non cadono sul soffitto. Ti restano in mano. Ciò è così grave che potresti chiamarla “legge della gravità”. Provi a comunicarlo telepaticamente a tua padre che ti guarda e dice “Pappina! Tu mangia pappina! AAAAAAM! Ancora un cucchiaino a papà! AAAAMMM”. E vabbè. Ti viene da ridere. Papà è contento, ride anche lui.

Quanto è tenero…

Vorresti anche dirgli che hai scoperto un sistema fantastico di propulsione di oggetti: se spingi dell’aria forte forte dentro ad un tubo all’interno del quale avrai messo un oggetto, quello viene propulso lontano, dalla forza dell’aria… per dimostrarglielo gli schizzi in faccia la pappina. E ridi, perché questa scoperta è fantastica, potrebbe rivoluzionare il mondo! Stai ancora pensando a che nome dargli, ma ti accorgi che mamma sta facendo una faccia arrabbiata. Mamma che paura! E se poi non mi amano più? Ecco, ti viene da piangere…

Stamattina ti sei svegliato prima di loro. Papà russa, mamma mugugna il tuo nome dormendo.

Ti trovano così irresistibile, che non fanno che coccolarti, baciarti, accarezzarti. Neanche lo sanno che senza quelle carezze moriresti. Neanche lo sanno, che con il loro spassionato amore e il loro contatto fisico, comunicano molto più che con il linguaggio, ti nutrono di amore. Che in fondo, chissenefrega di tutti i miliardi di neuroni che butti ogni giorno nel dimenticatoio, tu anche li ami. Così tanto che vuoi essere come loro, vuoi muoverti, camminare, parlare, essere limitato come loro. L’amore vince sull’intelligenza. “Essere con”, vince sulla tua solitaria genialità inascoltata.

Oggi è un altro giorno di magnifiche avventure e magnifiche scoperte, ti dici. Ti dici: “Spero che mi offriranno tanto del loro tempo, per stimolare quelle connessioni neuronali che più mi spiacerebbe perdere. Spero mi faranno ballare, respirare la natura, esplorare, ascoltare il vento e la musica, che mi racconteranno storie che non capisco, ma dalle quali potrò pescare parole che un giorno, con grande sorpresa, tirerò fuori come uno stendardo, creando meraviglia in tutti gli astanti! Mi piace stupire! Spero che giocheranno con me. Che mi accarezzeranno tanto. Che capiranno che non faccio i capricci, ma studio, lavoro sodo, provo ad organizzare le mie debordanti emozioni, cresco. E che per loro, divento come loro“.

Apri la bocca e produci un piccolo suono, simpatico. Mamma apre subito gli occhi ché sembra in un film di Hitchcock, ti guarda e sorride come se avesse visto l’ottava meraviglia del mondo. Anzi no, perché ha visto l’ottava meraviglia del mondo.

Papà si rigira nel letto e dice “Tre a zero”. Poi apre gli occhi e guarda mamma che guarda te. Ti prende in braccio e restate così, perfetti, in un secondo fatto di eternità, tutti e tre, teneri, fragili, perfettibili, beati.

(Fonte: Le leggi naturali del bambino. La nuova rivoluzione dell’educazione).
Semi di meraviglia: i cantastorie

Prologo di una lampadina. Storiella.

C’erano una montagna di fagiolini da mondare. Quale migliore occasione per la mamma del mio compagno per narrarmi una storia che gli raccontò forse un suo zio.
Mentre le mie dita pulivano i fagiolini, il mio bambino interiore, intuendo l’inizio di una storia, si era immediatamente fiondato a sedersi in terra, intorno al caminetto immaginario, con gli occhi e le orecchie grandi grandi.

Il piccolo Edison tornò un giorno da scuola con una busta chiusa da consegnare alla mamma.
“Mamma”, disse il piccolo Edison inquieto, “la maestra mi ha detto di darti questa lettera“.
La mamma tirò fuori il naso dai fornelli, si andò a lavare le mani, inforcò gli occhiali e aprì la lettera. La lesse una volta silenziosamente, seriamente, sommessamente. Poi alzò lo sguardo verso il figlio, che attendeva fremendo e un po’ tremando, intuendo la gravità del momento.
La mamma rigettò gli occhi nella lettera e cominciò a leggere ad alta voce:
Cara la mia Sig.ra Edison,
Mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente.
Suo figlio è sveglio, intelligente, sensibile. Sembra strano doverlo dire così, ma troppo sveglio, intelligente e sensibile perché io possa dargli il seguito che merita senza trascurare i suoi compagni. Le chiedo quindi di tenerlo a casa per potergli fornire un’istruzione adeguata alle sue capacità“.
La mamma chiuse quindi lentamente la lettera e lentamente la ripose in un cassetto della madia.
Il piccolo Edison stupito dal contenuto, tirò un sospiro di sollievo. La mamma lo abbracciò e andarono a mangiare la minestra.
Gli studi a casa furono all’altezza delle sue capacità. Da grande diventò uno scienziato ed inventò la lampadina che rivoluzionò la vita degli uomini e donne di questa Terra.
Un giorno, quando il piccolo Edison ormai era diventato grande, la mamma morì. Mettendo a posto le sue cose, il figlio aprì la madia e vi trovò la lettera della sua maestra. Con un po’ di nostalgia la aprì per rileggerla:
Signora Edison,
mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente: il quoziente intellettivo di suo figlio difetta. Non abbiamo insegnanti speciali a sostegno e non possiamo rallentare il programma per adeguarci alle sue carenze. Siamo spiacenti di doverLe comunicare che non possiamo più accoglierlo nella nostra istituzione. Cordiali saluti.”
Un brivido lo attraversò. Una corrente d’aria che veniva dagli infissi chiusi male, o da dentro di lui. E poi subito dopo il calore del ricordo della mamma.
Sorrise e mormorò qualcosa. Forse, un “grazie, mamma“.

Fiabe, favole, miti e leggende. Non si va a cercare se siano veri o meno, ma ci si lascia attraversare dal racconto e dall’insegnamento che si portano dietro.
O meglio, si prendono per vere, perché come dice Calvino, in fondo lo sono:

“Io credo questo: le fiabe sono vere, sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”.

Dalle fiabe, favole, miti e leggende ci si lascia cullare, a volte spaventare. Entrano in noi e insidiano domande, quesiti, dubbi, che sono alla base dell’imparare. Sciolgono alcuni nodi e altri li lasciano da sciogliere a chi li ascolta.
Educano, prima di tutto all’ascolto. Svegliano l’immaginario, più di ogni film d’animazione. Sono stati per secoli la nostra memoria.
Oggi svaniscono, sempre più malamente.
E se fosse un po’ da cercarsi anche qui, la perdita della memoria sociale e di certi valori che si avverte sempre più nelle nuove generazioni “postmoderne”?

 

Semi di meraviglia: parole al vento

Nonni e nipoti.

Ricordo il gusto dolcissimo della camomilla di mia nonna Maria, che mi faceva prima di andare a letto. Ricordo quando mi nascondevo dietro al divano per guardare sghignazzando mio nonno Pasquale parlare con la televisione. Ricordo il sapore delle liquirizie di nonno Danilo e il profumo delle lenzuola di nonna Irma. Ricordo qualche storia che mi hanno raccontato, ma poche. Troppo poche.

I nonni sono importanti. Sono la prova della continuità della vita, sono l’esperienza di nonnocome le cose si facevano prima, tempi e modi diversi, quando internet ma chi se lo poteva immaginare e i telefoni avevano un cavo che li attaccava al muro per non farli volare via.

Sono il racconto. La parola tramandata. Sapori, odori, voci.

È triste quando i nonni sono lontani.

Ma è ancora più prezioso ritrovarli, quando ci si ritrova.

Io non ho imparato da mia madre a fare le olive all’ascolana, né l’uncinetto, né gli gnocchi o i supplì. Non ho imparato da mio suocero a fare il sapone, gli esperimenti con le calamite, le olive schiacciate. Né da mia suocera a fare le trecce di peperoni, i carciofi in padella con l’ingrediente segreto, la licurd’. 

Spero che mio figlio avrà voglia di farlo, per insegnarlo a me, in un andirivieni di esperienze tramandate che ci danno il senso di quello che siamo nel mondo.

Spero che mio figlio li accoglierà sempre con quello stesso sorriso infinito che regala loro adesso, piccolo com’è, come se cogliesse da subito la bellezza e la ricchezza di quei momenti ritagliati e appiccicati tra una distanza geografica e l’altra.

(Contributo fotografico in evidenza di Laura Pardu).

 

Per un terreno fertile

Motricità libera e fiducia nelle sue competenze. Per permettere un armonioso sviluppo psico-motorio del neonato.

Emmi Pikler, pediatra ungherese, fonda e dirige nel 1946 l’illustre Istituto Pickler-Loczy (fulcro di scoperte importantissime sullo sviluppo del bambino, chiude nel 2011). In questo luogo venivano ospitati, giorno e notte, bambini dalle poche settimane ai tre anni, privati temporaneamente o definitivamente delle loro famiglie. Consapevoli dei rischi per lo sviluppo e la salute dei neonati che vengono rinchiusi negli istituti, tale istituzione aveva messo in atto sin da subito una serie di pratiche che la renderanno unica e rivoluzionaria, tra cui la costituzione di uno spazio ampio e sicuro, nel quale i piccoli erano liberi di muoversi senza il continuo intervento dell’adulto.

I risultati del lavoro di questa pediatra e dei suoi collaboratori sono illuminanti e vasti. copertina originale pickler copieIn questo articolo mi limiterò a parlare dell’ambito che è stato definito “motricità libera”, a cui la dottoressa Pikler ha dedicato il suo “Per una crescita libera. L’importanza di non interferire nella libertà di movimento dei bambini fin dal primo anno di vita“, a mio avviso, ancora troppo poco diffuso in Italia.

Gli adulti che aderiscono a questo approccio non impartiscono insegnamenti, i neonati sono messi supini, mai in posizione seduta, l’adulto non dà aiuti concreti ma incoraggia il piccolo condividendo la gioia dei successi realizzati, spronandolo all’autonomia e all’indipendenza.

Ciò è nettamente in contrasto con le abitudini più diffuse di bloccare per tante ore il bambino dentro passeggini, seggiolini, box troppo piccoli, girelli che impediscono la sperimentazione e la libertà di movimento. Secondo i principi della motricità libera, non ha senso mettere un bimbo seduto, se non è ancora in grado di mantenere la posizione e di uscirne autonomamente, né di invitarlo a camminare tenendolo in piedi, poiché il suo corpo (probabilmente anche il suo sviluppo cerebrale) non è pronto e questi atteggiamenti creano inutili contrazioni muscolari, lo rendono più insicuro nei movimenti e minano la sua autostima.

Lo scopo della motricità libera è di permettere uno sviluppo armonioso, equilibrato. I neonati imparano tappa dopo tappa, quando sono pronti, alimentando la convinzione di essere competenti.

Nonostante i bambini che seguono questi principi risultino mediamente “in ritardo” nell’acquisizione degli stadi motori, rispetto ai traguardi raggiunti comunemente, l’osservazione e l’analisi hanno mostrato che, rispetto ai coetanei,  godono di una grande mobilità, non sono impacciati nei movimenti, sono più sicuri, hanno una capacità di concentrazione più duratura, un migliore equilibrio muscolare (dovuto alla partecipazione globale di tutta la muscolatura), risultano più capaci di reagire agli “incidenti” e spesso sono in grado di scendere e salire le scale ancor prima di saper camminare.

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Cito Bernard Golse dall’introduzione alla seconda edizione del libro “Loczy : un nouveau paradigme ?“:

I giardinieri dicono che non serve a niente tirare sulle foglie per farle crescere più in fretta… ciò si può probabilmente applicare anche alla crescita e alla maturazione psichica del bambino, che deve venire da dentro, processo endogeno che esige l’incontro con adulti che non forzano, che non funzionano guidati dall’anticipazione ansiosa, ma che si mostrano giusto attenti a farlo progredire con dolcezza, tatto, leggerezza e rispetto della sua propria dinamica. Non si tratta di un elogio della lentezza, ma di un elogio della considerazione delle specificità di ogni singolo bambino, di ogni neonato (…).

Tutti questi principi sono stati esplorati in un contesto istituzionale, ma nulla ci impedisce di applicarli in casa, adattando la camera del bambino o altri spazi abitativi. Il nostro appartamento è molto piccolo e il salone è diventato una specie di sala giochi dove nostro figlio può deambulare senza rischi. Il vantaggio di questa trasformazione è che il piccolo riesce a passare periodi più o meno lunghi giocando da solo o accanto a me mentre io sono parzialmente distratta a fare altro, posso assentarmi per pochi istanti senza apprensione e senza che inizi a piangere, posso seguire passo passo le sue evoluzioni e scoperte adattando di volta in volta l’ambiente circostante. Il rispetto dell’autonomia e della libera motricità del bambino corrispondono alla visione montessoriana dello spazio concepito da Maria Montessori, che invitava a mettere il letto del bambino in terra e giochi alla sua portata per permettergli di scendere, salire, prendere, giocare, senza dover continuamente aspettare l’avvallo dell’adulto.

Sono scelte che comportano a monte una preparazione e uno spirito d’adattamento non indifferenti da parte di genitori ed educatori, ma sono convinta che partecipino alla creazione di un dialogo fondamentale e duraturo tra il bambino e l’adulto, la costituzione di una base solida a livello motorio e psicologico affinché il bambino possa diventare autonomo, sicuro di sé e, lo spero, felice di crescere e di continuare ad imparare. Io ci sto provando. Per saperne di più sulla mia esperienza diretta, appuntamento tra una decina d’anni?

(Immagine in evidenza di Klara Papa tratta da Per una crescita libera).
Semi di meraviglia: esperienze

Marachelle da catalogo. Quando eravamo bimbi birbi.

img_0965.jpgL’AFPC, l’Amicale del Non far Questo Non far Quello (“l’Amicale du Fais Pas Ci Fais Pas Ça“) ha lo scopo di far riconoscere la Marachella dell’Infanzia come Patrimonio Mondiale Immateriale dell’Umanità. Il plico da consegnare all’Unesco è quasi pronto, manca ormai da raccogliere qualche manciata di marachelle, affinché la raccolta e catalogazione arrivi a 10000 esemplari.

Genitori, non fate quella faccia da angioletti: il dispositivo altamente tecnologico posto all’entrata del nostro museo itinerante saprà scovare in voi la marachella nascosta. Se l’avete davvero dimenticata, troppo impegnati a perseguire sulla retta via dell‘Adultità di cui siete ormai massimi detentori, non temete… gli Agenti dell’AFPC vi aiuteranno a liberarvi, ad alzare il magico sasso sotto il quale brulicano decine e decine di marachelle gettate nel dimenticatoio. Sono sicura che riscoprirle e raccontarle sarà fonte di grandissimo piacere, un abbraccio al vostro bimbo interiore a cui è bene, almeno di tanto in tanto, andare a fare un salutino.IMG_1290

Sì perché per quanto siano il terrore di genitori e affini, le marachelle sono quasi sempre divertenti da ricordare, da condividere nei più fini dettagli. Sono l’espressione dell’immensa creatività che ci caratterizzava da piccoli, della curiosità, del coraggio di cercare il limite e superarlo, della capacità dei piccoli di vedere il mondo con una lente che arrotonda gli angoli e lo rende un terreno di infiniti divertentissimi strappi alla regola.

In cinque anni, nelle vesti di agente dell’AFPC, ho forse raccolto un migliaio di marachelle. E qualche migliaio ne ho lette e sentite raccontare dai miei colleghi. Conosco a memoria le categorie, i grandi classici, i metodi per camuffarle. Eppure ogni marachella raccoltIMG_1108a riesce a sorprendermi, a farmi sorridere, ad aprire con meraviglia l’anfiteatro dell’infanzia, nascosto e chiuso dentro il corpo dalle nuove sembianze di persona “seria”.

La marachella è, a modo suo, un mezzo educativo che permette di confrontarsi e conformarsi a quei limiti che renderanno poi il Marachellante una persona integrata nella società. Anche quando, nella sua forma forse meno accettabile dall’Io adulto, sfocia in piccole forme di sadismo verso insetti, fratellini, amichetti più deboli e animali di compagnia, è spesso il primo confronto, tramite le reazioni e le conseguenze, con la sofferenza che si può provocare all’altro; un modo per scoprire l’empatia e la compassione (che questo ci aiuti a dissipare il senso di colpa che talvolta accompagna il ricordo di alcune marachelle).

IMG_1293Avete tagliato i capelli di vostra sorella mentre dormiva? (Sarà forse per questo che è diventata parrucchiera?) Avete colorato di verde il vostro cagnolino? Siete scappati in piena notte vestiti solo della pelliccia del vostro peluche per scoprire il mondo? Avete riempito di cavallette lo zaino della vostra compagnuccia preferita? Ingurgitato misture di verme squagliato e sale per provare che eravate i più coraggiosi o cucinato torte di pupazzetti di plastica dopo aver messo il sale nel caffè della mamma?

Se proprio non ve ne viene in mente nessuna, respirate, chiudete gli occhi, tornate ai vostri tre, quattro… nove anni (tra i nove e i dieci si situa l’età d’oro della marachella…), pensate a quell’estate speciale in piena campagna, o a quel maestro particolarmente severo… Ancora niente? Respirate, lasciatevi il tempo, lasciate che il vostro piccolo io esca fuori a raccontarvele. E accoglietele con un sorriso. Sono la prova della vostra ingegnosa creatività.

Il museo itinerante della marachella: www.lachasseauxbetises.be.

(L’immagine in evidenza viene dal “Catalogue de bêtises (très) culottées” d’Elisabeth Brami e Serge Bloch).