Semi di meraviglia: esperienze

Bambini piccoli e teatro: le voyage de Pinguin.

Dopo tanti articoli scritti contro la televisione (TV e difficoltà di concentrazioneTV e sviluppo cognitivo: cosa dicono le neuroscienzeTV e violenza: cosa dicono le neuroscienzeHo bisogno di silenzio per parlarti.Spegni la TV, preserva la Meraviglia.), vorrei condividere con voi l’esperienza avuta ieri col mio bimbo a teatro, un’alternativa sicuramente più… sana.

Sì, sì, esistono spettacoli per bambini.

Sì, sì, esistono spettacoli concepiti per bambini piccolissimi, talvolta anche di pochi mesi. Continue reading “Bambini piccoli e teatro: le voyage de Pinguin.”

Per un terreno fertile

Autostima e fiducia in se stessi

Il bambino è competente” è un libro illuminante. Non mi ero mai fatta la riflessione sulla differenza sostanziale tra fiducia ed autostima e le parole di Jesper Juul aprono una serie di piste pedagogiche e psicologiche che attraversano prima di tutto la comprensione delle mie dinamiche personali, ancor prima di approdare alle questioni legate al mio essere madre ed insegnante.

Fiducia ed autostima non sono sinonimi. Avere fiducia in se stessi, scrive l’autore, è giudicarsi capaci di questa o quella cosa. Avere autostima è l’apprezzarsi per come si è, accettarsi, conoscersi e volersi bene così, a prescindere dai successi ottenuti. Continue reading “Autostima e fiducia in se stessi”

Per un terreno fertile

TV e difficoltà di concentrazione

Ma perché la televisione dovrebbe causare difficoltà nel mantenere viva la concentrazione, quando è evidente che un bimbo anche piccolissimo messo davanti allo schermo può rimanere per ore assorbito dalle immagini?

Una risposta che mi sembra convincente ce la dà Michel Desmurget, ricercatore in neuroscienze, i cui contenuti mi sono serviti come base per scrivere altri due articoli sugli effetti del televisore (TV e violenza: cosa dicono le neuroscienze e TV e sviluppo cognitivo: cosa dicono le neuroscienze). L’essere umano è dotato di due tipi di attenzione: Continue reading “TV e difficoltà di concentrazione”

Per un terreno fertile

Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo

Ci sono due luoghi in particolare che sono per me, da prima ancora di avere figli, la location perfetta per i più terrificanti film d’horror sulla disfatta della mamma: il supermercato e i trasporti pubblici.

Forse è per questo mio sconsiderato terrore delle scenate disperate di un bambino nei centri commerciali, che mi faceva tanto ridere la pubblicità un tantino di cattivo gusto dei condom. Sì, sì, quella che chiosava un bimbo che si gettava per terra urlando: “VOGLIO LE CARAMMMMMMELLLEEEEEE!!!” con la scritta “Usa i preservativi”. Continue reading “Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo”

Semi di meraviglia: parole al vento

Vorrei avere tante piccole orecchie per saperti ascoltare davvero.

Vorrei avere piccole orecchie in tutte le parti del mio corpo. Piccole orecchiette appiccicate agli occhi, alle mani, alla bocca (che facciano da ventosa per impedirmi di parlare prima di aver ascoltato), orecchiette (senza cime diorecchie_caleidoscopiche copie rapa) sui piedi, sotto le ascelle, tra i capelli, orecchie sulle mie orecchie, tra i denti come una foglia di insalata, tra le dita come un anello nuziale, ma soprattutto, soprattutto sul cuore. Perché lo so che nulla in te è “a casaccio”, e che quando ti agiti è perché non mi sono accorta che forse ti è caduto un microscopico pezzetto di carta con cui giocavi e non riesci più a recuperarlo, piccolo mio, o perché hai litigato col tuo amico immaginario, perché vedi e senti cose per cui le mie due vecchie orecchie raggrinzite sono troppo poche… la mia sensibilità alla percezione dei decibel troppo poco funzionale, di fronte alla tua iperricettività, la mia capacità di lasciarmi sorprendere dalle mille meraviglie che ci circondano, assopita. Tu che ti stupisci al suono della plastica che inavvertitamente ho strusciato. Tu che inarchi le ciglia per il suono di un’ambulanza in lontananza, che io manco avevo notato. Tu che trovi così terribilmente ilarante la pernacchietta che fanno le dita delle mani che fanno attrito contro le superfici o lo schiocco di un bacio tra mamma e papà. Tu che ascolti come una nenia le discussioni tra i tuoi genitori, analizzandone la melodia per capire se sorridere o fare la faccia preoccupata.orecchia_piccola

Tu mi ricordi che ho smesso di ascoltare. Che ho indossato filtri per proteggermi anche da tutto questo inquinamento sonoro, che per te invece è fonte di scoperta e di gioie auricolari. Mi ricordi che vorrei vederti inarcare le ciglia per il suono lontano di un pastore che chiama le pecore, o per il canto del gallo, o del vento tra le foglie, piuttosto che per la sirena della polizia e il clacson di automobilisti bloccati in un parcheggio.

Vorrei portarti altrove.

Vorrei avere tante piccole orecchie per sentire il mondo, meravigliosamente, come lo senti tu, amore della mamma.

Per un terreno fertile

“Mamma! Non mi dire che sono bravo!” Perché gli elogi non sono salutari.

Il mese di ottobre mi ha regalato una pioggia di date per l’ultimo “spettacolo” al quale sto collaborando da tempo. “Spettacolo” non è proprio la parola giusta per definirlo, trattandosi di teatro invisibile. I partecipanti, infatti, tranne qualche raro caso, non sono consapevoli, almeno all’inizio, di far parte di un dispositivo scenico e pensano di  avere a che fare con persone, non con personaggi fittizi: “vittime” di una situazione non vera ma verosimile. Le scuole hanno risposto favorevolmente alla nostra proposta e invece dei soliti adulti e adolescenti, ci siamo trovati di fronte classi di bambini di una decina d’anni. L’esperimento a cui sono stati invitati a partecipare, li ha portati ad entrare in una cabina in tre, massimo in quattro alla volta, con un “esperto” (gli attori, tra cui ci sono anch’io). In modo quasi del tutto aleatorio sono stati assegnati punteggi affinché finisca, nella stessa cabina, un bambino molto molto meritevole, uno sulla buona strada, e uno che ha proprio un brutto risultato numerico, al quale si rifiuta perfino per un attimo l’accesso, e che poi si fa entrare spinti da magnanimità. Durante il processo al quale hanno partecipato, piano piano si stravolgono le carte in tavola e, colpo di scena, il peggiore diventa migliore e viceversa. Le lodi si spengono da una parte, con relativo biasimo da parte del mio personaggio, e si accendono dall’altra.FullSizeRender

Ed è qui che volevo arrivare.

Mai come ora, ho potuto vedere sotto i miei occhi e proprio sentire con sofferenza, a che punto il giudizio di una persona insignificante (e di fatto, inesistente) quale il personaggio che interpreto, possa colpire profondamente, nel bene e nel male, l’orgoglio di un bambino (anche di un adolescente e di un adulto, a dirla tutta, ma coi bambini questo fenomeno diventa proprio palpabile). Questo fatto ha provocato in me una certa rabbia interiore: come è possibile che questi bambini così splendenti di tutta la loro energia, curiosità… bambinità, possano lasciarsi portare così in alto e così in basso da ingiustificati lodi e rimproveri sparati a vanvera? Come è possibile lasciarsi intaccare così profondamente da qualcuno che ti riduce e ti tratta come un numero? (Rimando qui al mio articolo in cui metto in discussione i voti a scuola).

Grazie a questa rabbia, trovo finalmente il filo per scrivere quest’articolo che era in attesa da mesi, il cui tema è: perché è sbagliato dire “bravo!” ad un bambino?

Perché dire ad un bambino che è “bravo”, ossia utilizzare un rinforzo positivo per sottolineare che approviamo quello che ha fatto, è – come scrive Alfie Kohn nel suo Amarli senza se e senza ma. Dalla logica dei premi e delle punizioni a quella dell’amore e della ragione – “l’incarnazione stessa del principio dell’amore condizionato“. Poiché “bravo!” è un giudizio, non una descrizione, che porta sempre con sé, implicito, anche se non vorremmo, il messaggio speculare: ti amo perché ti comporti in questo modo, non ti amerei se ti comportassi diversamente. Più precisamente ce lo spiega ancora A. Kohn:

“Da uno schema di rinforzo selettivo è facile che il piccolo deduca che ha la nostra approvazione solo quando fa quello che piace a noi (guarda com’è contento papà quando colpisco la palla… Solo quando la colpisco). Ciò rischia, a sua volta, di tramutarsi in autoapprovazione condizionata, con un processo a catena di questo tipo: (1) “Mi piace come hai fatto questa cosa qui” al bambino potrebbe suonare come (2) “Mi piacperché hai fatto questa cosa qui”, derivandone di conseguenza (3) “Non mi piaci quando non fai questa cosa qui”.  Alla fine del processo il bambino pensa (4) “Non piaccio se non faccio questa cosa qui”.

E come fare per incoraggiare allora i nostri piccoletti e far sentire loro quanto siamo fieri senza mettere in atto questo fenomeno? Gli psicologi e pedagogisti, che appoggiano il suddetto schema, ci invitano ad essere contenti col bambino e non del bambino. Non quindi giudicando la buona riuscita dell’azione intentata, ma condividendo una gioia che il bimbo provava già, a prescindere dal nostro punto di vista…

Non trovo che sia facile applicare questo accorgimento, anche se sono convinta che sia un approccio giusto. A volte vedo mio figlio concentratissimo in attività di grande abilità tecnica… ad esempio quella volta che è riuscito ad impilare tre solidi uno sull’altro e un gridolino di gioia con battito di mani integrato mi è scappato in automatico (forse ho anche saltellato sul posto). Una deficiente. Certo, esternazione di tutto l’amore che provo per questa creatura e per i suoi fanstasmagorici progressi nel mondo dell’edilizia, ma ho in questo modo, di fatto, spezzato la concentrazione pura con cui il mio ingegnere adorato si deliziava. Quello che poi è straordinario in queste situazioni è che il fatto di riuscirci o meno è per lui del tutto irrilevante (infatti quando non ci riesce, semplicemente, va a fare qualcos’altro senza esternazione emotiva) e se ci riesce, si gratifica tutt’al più con un monosillabico “eh!” e poi butta giù tutta la costruzione, non v’è ancora la macchia del giudizio, né di quello esterno, né di quello – in assoluto il più diabolico – interno (la fantomatica autostima… vogliate accompagnare a questa parola qualche nota dell’incipit della sinfonia N.5 di Beethoven). Nella sua psiche ancora così deliziosamente limpida, non esiste il “sono bravo“, ma un sempre più crescente IO SONO. Soprattutto da quando ha scoperto la connessione cervello, bocca, mano (“Sono ergo tocco tutto e tutto metto in bocca”). In un modo straordinario, un modo che gli artisti poi cercheranno di ritrovare per tutta la loro carriera, quell’essere presenti a se stessi, qui ed ora, semplicemente, intensamente, pronti integralmente alla vita.

Sempre nel suo Amarli senza se e senza ma, A. Kohn sembra dirci che queste esternazioni spontanee e entusiastiche che ci scappano per un mal incanalato entusiasmo parentale, non sono troppo gravi (fiuuuuff!), almeno meno gravi di quando si usa la lode per fare cambiare un comportamento (“bravo il mio bambino che ha mangiato tutta la pappa…“, “bravo il mio bambino che si è fatto fare il bagnetto calmo calmo“, “bravo il mio bambino che non fa i capricci“, “che è stato buono e non ha pianto dal pediatra“…). Ma qualsiasi atteggiamento che preveda un’implicita o esplicita punizione così come un implicito o esplicito premio (e il “bravo!”, abbiamo visto, fa parte dei casi impliciti), attiva il meccanismo che li renderà dipendenti dall’opinione dell’altro, sia esso pure uno sconosciuto che ti invita ad entrare in una cabina, dicendoti che sei un fantastico quattro punto tre, o un vergognoso due punto quattro. E attiverà purtroppo anche quel meccanismo che ci rende vittime di noi stessi, di quella inestinguibile incolmabile insoddisfazione, di quel giudizio spesso negativo su noi stessi che il più delle volte, e qui parlo come insegnante di teatro per adulti, non si riesce a cancellare neanche se le evidenze mostrano il contrario.

“Se è appurato che l’elogio è un esempio di amore condizionato, esso risulta, quindi, pericoloso a prescindere dalle ragioni del mittente e anche in assenza di una precisa volontà di controllo. Ciò vale soprattutto nel caso in cui i nostri commenti positivi e altre espressioni del nostro bene rimangano circoscritti alle occasioni in cui un bambino ci compiace”. [Alfie Kohn]

Questo il motivo della rabbia che mi ha interiormente bruciacchiato durante le rappresentazioni del dispositivo scenico di cui sopra. Vedere queste meraviglie darmi tanto potere è disarmante. Ma si rendono conto che se sono lì a sentirmi sentenziare giudizi, che se sono in vita, che se siamo in vita, abbiamo vinto la corsa su una flotta di almeno trenta milioni di spermatozoi accaniti, abbiamo attraversato indenni acidi vaginali, abbiamo imboccato le tube senza restare bloccati come molti confratelli girini, siamo sfuggiti alle affamate cellule dell’utero? E che alla fine, dei duecento superstiti arrivati forse all’utero, siamo noi, ad essere arrivati all’ovulo, ad aver attivato la fusione tra le membrane cellulari. Non per farne un vanto, poveri altri spermatozoi, ma per dire che non abbiamo nulla da provare a nessuno, che la vita ci ha accolto e che noi già siamo pronti alla vita. E soprattutto, che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatto i sogni, non di quella del rotolo di carta di una calcolatrice elettronica.

Immagine di copertina da un disegno modificato di Norman Rockwell.
Libri meravigliosi · Libri nascondino

Dov’è il lupo? Un libro “nascondino” divertente

Ho chiamato i libri nascondino, quelli che invitano il lettore a giocare con lui, proponendogli di lanciarsi nella ricerca di elementi nascosti. Ho inaugurato la sezione proprio con un libro che si chiama “Nascondino“.

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Oggi vi parlo di una pubblicazione in francese “Où est le loup ?“, che purtroppo non ho trovato in italiano, degli stessi autori de “Il libro arrabbiato“. Ne parlo comunque perché ritengo che, per la chiarezza delle immagini e il gioco davvero divertente che si svolge col piccolo lettore, valga la pena di scoprirlo a prescindere dalle conoscenze linguistiche.

Un porcellino, nonostante l’avvertimento della mamma di far attenzione al lupo, va alla ricerca del pericoloso carnivoro dei boschi. Le pagine sono tagliate in modo che, nascosto qua e là, si intraveda di volta in volta un pezzetto di quello che sembra proprio un lupo, ma proprio proprio un lupo… Girando la pagina, convinti di averlo trovato (e un po’ impauriti?), ci si accorge dell’equivoco. Si crea una simpatica suspense, un gioco attivo col lettore che viene decisamente invogliato a mettersi alla ricerca del lupo, passo passo con l’amico porcellino. E che termina con un bel gesto di generosità del porcellino e una nota triste, finestra su un punto di vista inedito sulla vita del “lupo cattivo”…

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Mi ha fatto ridere e mi ha incuriosito. Ad ogni pagina avevo voglia di vedere quale fosse la trovata successiva. E alla fine, mi ha sorpreso. Niente male per un libretto cartonato per piccoli lettori, no?

 

Per un terreno fertile

Ti amo, mamma pelosetta

Metti una scimmietta separata dalla sua mamma in una gabbietta. Metti da una parte una fredda macchina che distribuisce latte da un biberon e dall’altra un morbido peluche peloso.

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Il crudele Harry Frederick Harlow provò negli anni Sessanta che la scimmietta, al cibo, preferisce la sensazione di pseudo-calore fornitagli dal peluche.

Che sia di conforto a quelle mamme che si sentono denigrate nel loro ruolo di madre allattante, ridotte dal loro vorace neonato a giganti mammelle gambo-munite.

Vostro figlio vuole voi. Prima di tutto. Il vostro calore e le vostre pelosità protettive. Molto di più che l’adorato seno.

A partire dagli orribili esperimenti perpetrati da questo ricercatore, che in nessun modo avvallo eticamente, altri studiosi hanno proseguito nello studio sull’importanza delle figure di riferimento per i neonati, avanzando la teoria dell’attaccamento.

Secondo questa teoria, il dottor Bowlby in Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, grato anche ai lavori dell’etologo Konrad Lorenz, differenzia cinque competenze innate che permettono al bambino di creare un legame di attaccamento con la madre:

  • La suzione (tettare);
  • La capacità di aggrapparsi (riflesso di prensione);
  • La capacità di piangere;
  • La capacità di sorridere;
  • La capacità di seguire con lo sguardo.

Sono le competenze offerte direttamente dalla natura per sviluppare la prima relazione solida con la sua caregiver, la sua “figura di riferimento” (naturalmente la madre, ma in mancanza di essa, altre figure sono possibili). 

Se nei primi mesi, il neonato fa riferimento essenzialmente alla sua caregiver primaria, passati i sei mesi, comincia ad includere altre persone che hanno meritato questo statuto fornendogli una presenza stabile e duratura. Dopo i due anni, i bambini cominciano ad utilizzare le loro figure di attaccamento (generalmente la cerchia familiare) come una base sicura a partire dalla quale potranno esplorare il mondo, allontanarsi sicuri sapendo che potranno tornare.

La psicologa Mary Ainsworth, tra gli anni Sessanta e Settanta, definisce tre schemi, al quale se ne aggiungerà successivamente un quarto: lo schema di attaccamento sicuro, quello ansioso, quello evitante e infine quello disorganizzato.

Senza entrare nel dettaglio, questi schemi evidenziano il comportamento di un bambino confrontato alla separazione dalle sue figure di riferimento. Ad esempio, un bambino che ha sviluppato uno schema di adattamento sicuro, dimostra sconforto al momento della separazione, ma torna a giocare serenamente poco dopo, manifestando però grande gioia con il ritorno delle figure di attaccamento.

Affinché si realizzi questo schema ottimale, il bambino deve aver acquisito la certezza di poter contare sull’amore incondizionato dei caregiver, che ci saranno sempre e comunque nel momento del bisogno. 

Queste ricerche sembrano appoggiare il punto di vista che d’istinto mi sento di sposare (mi manca l’esperienza personale a lungo termine per esserne certa), ossia quello che i cuccioli non “prendono il visfondo scimmiettazio”, né diventano irrimediabilmente dipendenti, se li teniamo in braccio ogni volta che ne comunicano il desiderio, se li cresciamo ad “alto contatto” (allattando, tenendoli spesso addosso, rispondendo ai loro pianti e ai loro sorrisi – assecondando dunque le cinque competenze innate sovraccitate), affinché si crei quel legame di attaccamento sicuro che gli permetterà poi di affrontare il mondo in modo autonomo.

Un bel cambio di prospettiva, che ci permette di guardare con una lente nuova i momenti in cui il bambino ci chiama ancora e ancora e ancora e ancora, per motivi che ci appaiono irrilevanti, avendolo già nutrito.

Non ha fame, non fa i capricci, no.

Sta verificando ancora e ancora e ancora e ancora se è proprio vero che può contare su di noi, se è proprio vero che ci saremo sempre quando ne ha e avrà bisogno. Ossia, adesso.

E adesso. E adesso. E adesso, e adesso, e adesso e adesso e adesso e adesso e adesso ………… …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. ……………………………………………………………………………………………………….. e adesso?

Per un terreno fertile

Plasticità e neuroni. I neonati sono dei geni.

Stamattina ti sei svegliato prima di mamma e di papà e li guardi silenziosamente dormire. Sospiri un po’.

Sono teneri, in fondo.

Malgrado i loro limiti.

Queste tenere creature che hanno solo 300.000 miliardi di connessioni neuronali.

Tu che ne hai un milione di miliardi.

Avere dieci mesi e non sentirli.

Lo sai che ti toccherà imparare a comunicare con la loro lingua, perché la tua, ancestrale, magica, telepatica… proprio non ce la fanno. E dire che a 30 anni si erano pure fissati con l’esoterismo, e pagavano ridicoli guru per imparare a sentire l’aldilà, le “energie”, perché “cioè, troppo alternativo”. Ma il tuo aldiqua, niente da fare. E vabbè, si sono bruciati le connessioni neuronali con l’età. A te pure, toccherà cominciare a farlo: nel giro di due anni, ti dovrai liberare di gran parte dei neuroni inutilizzati, per diventare l’adulto che sarai. Dimenticare il genio che sei stato, per adeguarti ad una mediocre vita da persona grande.

connessioniCrescere significherà per te perdere i due terzi delle tue fantastiche possibilità, per rafforzare il terzo più utilizzato. Già. Lo sai che il tuo cervello non si occupa di qualità, ma solo di quantità. Questo significa che le connessioni meno o affatto utilizzate spariranno. Anche quelle preziosissime, se non usate. A nove mesi avresti saputo distiguere chiaramente i suoni dell’aramaico antico e del cinese mandarino. A dodici mesi, niente, se non ti ci hanno messo in contatto, ti sei giocato quelle specifiche connessioni neuronali, per concentrarti sulla tua lingua. Vabbè, mi dirai, sopravviverò anche senza l’aramaico.

Ma c’è infinito lavoro da fare per selezionare il terzo di informazioni da mantenere. Quando getti a terra per centinaia di volte il cucchiaino in terra, papà – egocentrico – crede che tu lo stia facendo per lui, per giocarci o fargli un dispetto. Non capisce che hai appena scoperto che c’è una legge che fa sì che quando apri la manina, gli oggetti cadano a terra. Ci provi centinaia di volte per assicurarti che sia un fatto costante. La scienza si basa su alte percentuali di ripetitività. Hai notato che il cucchiaino cade in modo diverso rispetto ad un pezzetto di carota, che a sua volta cade in modo diverso rispetto al bavaglino. Però se ti sdrai e apri la manina – questa scoperta è altrettanto allarmante – gli oggetti non cadono sul soffitto. Ti restano in mano. Ciò è così grave che potresti chiamarla “legge della gravità”. Provi a comunicarlo telepaticamente a tua padre che ti guarda e dice “Pappina! Tu mangia pappina! AAAAAAM! Ancora un cucchiaino a papà! AAAAMMM”. E vabbè. Ti viene da ridere. Papà è contento, ride anche lui.

Quanto è tenero…

Vorresti anche dirgli che hai scoperto un sistema fantastico di propulsione di oggetti: se spingi dell’aria forte forte dentro ad un tubo all’interno del quale avrai messo un oggetto, quello viene propulso lontano, dalla forza dell’aria… per dimostrarglielo gli schizzi in faccia la pappina. E ridi, perché questa scoperta è fantastica, potrebbe rivoluzionare il mondo! Stai ancora pensando a che nome dargli, ma ti accorgi che mamma sta facendo una faccia arrabbiata. Mamma che paura! E se poi non mi amano più? Ecco, ti viene da piangere…

Stamattina ti sei svegliato prima di loro. Papà russa, mamma mugugna il tuo nome dormendo.

Ti trovano così irresistibile, che non fanno che coccolarti, baciarti, accarezzarti. Neanche lo sanno che senza quelle carezze moriresti. Neanche lo sanno, che con il loro spassionato amore e il loro contatto fisico, comunicano molto più che con il linguaggio, ti nutrono di amore. Che in fondo, chissenefrega di tutti i miliardi di neuroni che butti ogni giorno nel dimenticatoio, tu anche li ami. Così tanto che vuoi essere come loro, vuoi muoverti, camminare, parlare, essere limitato come loro. L’amore vince sull’intelligenza. “Essere con”, vince sulla tua solitaria genialità inascoltata.

Oggi è un altro giorno di magnifiche avventure e magnifiche scoperte, ti dici. Ti dici: “Spero che mi offriranno tanto del loro tempo, per stimolare quelle connessioni neuronali che più mi spiacerebbe perdere. Spero mi faranno ballare, respirare la natura, esplorare, ascoltare il vento e la musica, che mi racconteranno storie che non capisco, ma dalle quali potrò pescare parole che un giorno, con grande sorpresa, tirerò fuori come uno stendardo, creando meraviglia in tutti gli astanti! Mi piace stupire! Spero che giocheranno con me. Che mi accarezzeranno tanto. Che capiranno che non faccio i capricci, ma studio, lavoro sodo, provo ad organizzare le mie debordanti emozioni, cresco. E che per loro, divento come loro“.

Apri la bocca e produci un piccolo suono, simpatico. Mamma apre subito gli occhi ché sembra in un film di Hitchcock, ti guarda e sorride come se avesse visto l’ottava meraviglia del mondo. Anzi no, perché ha visto l’ottava meraviglia del mondo.

Papà si rigira nel letto e dice “Tre a zero”. Poi apre gli occhi e guarda mamma che guarda te. Ti prende in braccio e restate così, perfetti, in un secondo fatto di eternità, tutti e tre, teneri, fragili, perfettibili, beati.

(Fonte: Le leggi naturali del bambino. La nuova rivoluzione dell’educazione).
Semi di meraviglia: i cantastorie

Prologo di una lampadina. Storiella.

C’erano una montagna di fagiolini da mondare. Quale migliore occasione per la mamma del mio compagno per narrarmi una storia che gli raccontò forse un suo zio.
Mentre le mie dita pulivano i fagiolini, il mio bambino interiore, intuendo l’inizio di una storia, si era immediatamente fiondato a sedersi in terra, intorno al caminetto immaginario, con gli occhi e le orecchie grandi grandi.

Il piccolo Edison tornò un giorno da scuola con una busta chiusa da consegnare alla mamma.
“Mamma”, disse il piccolo Edison inquieto, “la maestra mi ha detto di darti questa lettera“.
La mamma tirò fuori il naso dai fornelli, si andò a lavare le mani, inforcò gli occhiali e aprì la lettera. La lesse una volta silenziosamente, seriamente, sommessamente. Poi alzò lo sguardo verso il figlio, che attendeva fremendo e un po’ tremando, intuendo la gravità del momento.
La mamma rigettò gli occhi nella lettera e cominciò a leggere ad alta voce:
Cara la mia Sig.ra Edison,
Mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente.
Suo figlio è sveglio, intelligente, sensibile. Sembra strano doverlo dire così, ma troppo sveglio, intelligente e sensibile perché io possa dargli il seguito che merita senza trascurare i suoi compagni. Le chiedo quindi di tenerlo a casa per potergli fornire un’istruzione adeguata alle sue capacità“.
La mamma chiuse quindi lentamente la lettera e lentamente la ripose in un cassetto della madia.
Il piccolo Edison stupito dal contenuto, tirò un sospiro di sollievo. La mamma lo abbracciò e andarono a mangiare la minestra.
Gli studi a casa furono all’altezza delle sue capacità. Da grande diventò uno scienziato ed inventò la lampadina che rivoluzionò la vita degli uomini e donne di questa Terra.
Un giorno, quando il piccolo Edison ormai era diventato grande, la mamma morì. Mettendo a posto le sue cose, il figlio aprì la madia e vi trovò la lettera della sua maestra. Con un po’ di nostalgia la aprì per rileggerla:
Signora Edison,
mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente: il quoziente intellettivo di suo figlio difetta. Non abbiamo insegnanti speciali a sostegno e non possiamo rallentare il programma per adeguarci alle sue carenze. Siamo spiacenti di doverLe comunicare che non possiamo più accoglierlo nella nostra istituzione. Cordiali saluti.”
Un brivido lo attraversò. Una corrente d’aria che veniva dagli infissi chiusi male, o da dentro di lui. E poi subito dopo il calore del ricordo della mamma.
Sorrise e mormorò qualcosa. Forse, un “grazie, mamma“.

Fiabe, favole, miti e leggende. Non si va a cercare se siano veri o meno, ma ci si lascia attraversare dal racconto e dall’insegnamento che si portano dietro.
O meglio, si prendono per vere, perché come dice Calvino, in fondo lo sono:

“Io credo questo: le fiabe sono vere, sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”.

Dalle fiabe, favole, miti e leggende ci si lascia cullare, a volte spaventare. Entrano in noi e insidiano domande, quesiti, dubbi, che sono alla base dell’imparare. Sciolgono alcuni nodi e altri li lasciano da sciogliere a chi li ascolta.
Educano, prima di tutto all’ascolto. Svegliano l’immaginario, più di ogni film d’animazione. Sono stati per secoli la nostra memoria.
Oggi svaniscono, sempre più malamente.
E se fosse un po’ da cercarsi anche qui, la perdita della memoria sociale e di certi valori che si avverte sempre più nelle nuove generazioni “postmoderne”?