Per un terreno fertile

Plasticità e neuroni. I neonati sono dei geni.

Stamattina ti sei svegliato prima di mamma e di papà e li guardi silenziosamente dormire. Sospiri un po’.

Sono teneri, in fondo.

Malgrado i loro limiti.

Queste tenere creature che hanno solo 300.000 miliardi di connessioni neuronali.

Tu che ne hai un milione di miliardi.

Avere dieci mesi e non sentirli.

Lo sai che ti toccherà imparare a comunicare con la loro lingua, perché la tua, ancestrale, magica, telepatica… proprio non ce la fanno. E dire che a 30 anni si erano pure fissati con l’esoterismo, e pagavano ridicoli guru per imparare a sentire l’aldilà, le “energie”, perché “cioè, troppo alternativo”. Ma il tuo aldiqua, niente da fare. E vabbè, si sono bruciati le connessioni neuronali con l’età. A te pure, toccherà cominciare a farlo: nel giro di due anni, ti dovrai liberare di gran parte dei neuroni inutilizzati, per diventare l’adulto che sarai. Dimenticare il genio che sei stato, per adeguarti ad una mediocre vita da persona grande.

connessioniCrescere significherà per te perdere i due terzi delle tue fantastiche possibilità, per rafforzare il terzo più utilizzato. Già. Lo sai che il tuo cervello non si occupa di qualità, ma solo di quantità. Questo significa che le connessioni meno o affatto utilizzate spariranno. Anche quelle preziosissime, se non usate. A nove mesi avresti saputo distiguere chiaramente i suoni dell’aramaico antico e del cinese mandarino. A dodici mesi, niente, se non ti ci hanno messo in contatto, ti sei giocato quelle specifiche connessioni neuronali, per concentrarti sulla tua lingua. Vabbè, mi dirai, sopravviverò anche senza l’aramaico.

Ma c’è infinito lavoro da fare per selezionare il terzo di informazioni da mantenere. Quando getti a terra per centinaia di volte il cucchiaino in terra, papà – egocentrico – crede che tu lo stia facendo per lui, per giocarci o fargli un dispetto. Non capisce che hai appena scoperto che c’è una legge che fa sì che quando apri la manina, gli oggetti cadano a terra. Ci provi centinaia di volte per assicurarti che sia un fatto costante. La scienza si basa su alte percentuali di ripetitività. Hai notato che il cucchiaino cade in modo diverso rispetto ad un pezzetto di carota, che a sua volta cade in modo diverso rispetto al bavaglino. Però se ti sdrai e apri la manina – questa scoperta è altrettanto allarmante – gli oggetti non cadono sul soffitto. Ti restano in mano. Ciò è così grave che potresti chiamarla “legge della gravità”. Provi a comunicarlo telepaticamente a tua padre che ti guarda e dice “Pappina! Tu mangia pappina! AAAAAAM! Ancora un cucchiaino a papà! AAAAMMM”. E vabbè. Ti viene da ridere. Papà è contento, ride anche lui.

Quanto è tenero…

Vorresti anche dirgli che hai scoperto un sistema fantastico di propulsione di oggetti: se spingi dell’aria forte forte dentro ad un tubo all’interno del quale avrai messo un oggetto, quello viene propulso lontano, dalla forza dell’aria… per dimostrarglielo gli schizzi in faccia la pappina. E ridi, perché questa scoperta è fantastica, potrebbe rivoluzionare il mondo! Stai ancora pensando a che nome dargli, ma ti accorgi che mamma sta facendo una faccia arrabbiata. Mamma che paura! E se poi non mi amano più? Ecco, ti viene da piangere…

Stamattina ti sei svegliato prima di loro. Papà russa, mamma mugugna il tuo nome dormendo.

Ti trovano così irresistibile, che non fanno che coccolarti, baciarti, accarezzarti. Neanche lo sanno che senza quelle carezze moriresti. Neanche lo sanno, che con il loro spassionato amore e il loro contatto fisico, comunicano molto più che con il linguaggio, ti nutrono di amore. Che in fondo, chissenefrega di tutti i miliardi di neuroni che butti ogni giorno nel dimenticatoio, tu anche li ami. Così tanto che vuoi essere come loro, vuoi muoverti, camminare, parlare, essere limitato come loro. L’amore vince sull’intelligenza. “Essere con”, vince sulla tua solitaria genialità inascoltata.

Oggi è un altro giorno di magnifiche avventure e magnifiche scoperte, ti dici. Ti dici: “Spero che mi offriranno tanto del loro tempo, per stimolare quelle connessioni neuronali che più mi spiacerebbe perdere. Spero mi faranno ballare, respirare la natura, esplorare, ascoltare il vento e la musica, che mi racconteranno storie che non capisco, ma dalle quali potrò pescare parole che un giorno, con grande sorpresa, tirerò fuori come uno stendardo, creando meraviglia in tutti gli astanti! Mi piace stupire! Spero che giocheranno con me. Che mi accarezzeranno tanto. Che capiranno che non faccio i capricci, ma studio, lavoro sodo, provo ad organizzare le mie debordanti emozioni, cresco. E che per loro, divento come loro“.

Apri la bocca e produci un piccolo suono, simpatico. Mamma apre subito gli occhi ché sembra in un film di Hitchcock, ti guarda e sorride come se avesse visto l’ottava meraviglia del mondo. Anzi no, perché ha visto l’ottava meraviglia del mondo.

Papà si rigira nel letto e dice “Tre a zero”. Poi apre gli occhi e guarda mamma che guarda te. Ti prende in braccio e restate così, perfetti, in un secondo fatto di eternità, tutti e tre, teneri, fragili, perfettibili, beati.

(Fonte: Le leggi naturali del bambino. La nuova rivoluzione dell’educazione).
Semi di meraviglia: i cantastorie

Prologo di una lampadina. Storiella.

C’erano una montagna di fagiolini da mondare. Quale migliore occasione per la mamma del mio compagno per narrarmi una storia che gli raccontò forse un suo zio.
Mentre le mie dita pulivano i fagiolini, il mio bambino interiore, intuendo l’inizio di una storia, si era immediatamente fiondato a sedersi in terra, intorno al caminetto immaginario, con gli occhi e le orecchie grandi grandi.

Il piccolo Edison tornò un giorno da scuola con una busta chiusa da consegnare alla mamma.
“Mamma”, disse il piccolo Edison inquieto, “la maestra mi ha detto di darti questa lettera“.
La mamma tirò fuori il naso dai fornelli, si andò a lavare le mani, inforcò gli occhiali e aprì la lettera. La lesse una volta silenziosamente, seriamente, sommessamente. Poi alzò lo sguardo verso il figlio, che attendeva fremendo e un po’ tremando, intuendo la gravità del momento.
La mamma rigettò gli occhi nella lettera e cominciò a leggere ad alta voce:
Cara la mia Sig.ra Edison,
Mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente.
Suo figlio è sveglio, intelligente, sensibile. Sembra strano doverlo dire così, ma troppo sveglio, intelligente e sensibile perché io possa dargli il seguito che merita senza trascurare i suoi compagni. Le chiedo quindi di tenerlo a casa per potergli fornire un’istruzione adeguata alle sue capacità“.
La mamma chiuse quindi lentamente la lettera e lentamente la ripose in un cassetto della madia.
Il piccolo Edison stupito dal contenuto, tirò un sospiro di sollievo. La mamma lo abbracciò e andarono a mangiare la minestra.
Gli studi a casa furono all’altezza delle sue capacità. Da grande diventò uno scienziato ed inventò la lampadina che rivoluzionò la vita degli uomini e donne di questa Terra.
Un giorno, quando il piccolo Edison ormai era diventato grande, la mamma morì. Mettendo a posto le sue cose, il figlio aprì la madia e vi trovò la lettera della sua maestra. Con un po’ di nostalgia la aprì per rileggerla:
Signora Edison,
mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente: il quoziente intellettivo di suo figlio difetta. Non abbiamo insegnanti speciali a sostegno e non possiamo rallentare il programma per adeguarci alle sue carenze. Siamo spiacenti di doverLe comunicare che non possiamo più accoglierlo nella nostra istituzione. Cordiali saluti.”
Un brivido lo attraversò. Una corrente d’aria che veniva dagli infissi chiusi male, o da dentro di lui. E poi subito dopo il calore del ricordo della mamma.
Sorrise e mormorò qualcosa. Forse, un “grazie, mamma“.

Fiabe, favole, miti e leggende. Non si va a cercare se siano veri o meno, ma ci si lascia attraversare dal racconto e dall’insegnamento che si portano dietro.
O meglio, si prendono per vere, perché come dice Calvino, in fondo lo sono:

“Io credo questo: le fiabe sono vere, sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”.

Dalle fiabe, favole, miti e leggende ci si lascia cullare, a volte spaventare. Entrano in noi e insidiano domande, quesiti, dubbi, che sono alla base dell’imparare. Sciolgono alcuni nodi e altri li lasciano da sciogliere a chi li ascolta.
Educano, prima di tutto all’ascolto. Svegliano l’immaginario, più di ogni film d’animazione. Sono stati per secoli la nostra memoria.
Oggi svaniscono, sempre più malamente.
E se fosse un po’ da cercarsi anche qui, la perdita della memoria sociale e di certi valori che si avverte sempre più nelle nuove generazioni “postmoderne”?

 

Semi di meraviglia: parole al vento

Nonni e nipoti.

Ricordo il gusto dolcissimo della camomilla di mia nonna Maria, che mi faceva prima di andare a letto. Ricordo quando mi nascondevo dietro al divano per guardare sghignazzando mio nonno Pasquale parlare con la televisione. Ricordo il sapore delle liquirizie di nonno Danilo e il profumo delle lenzuola di nonna Irma. Ricordo qualche storia che mi hanno raccontato, ma poche. Troppo poche.

I nonni sono importanti. Sono la prova della continuità della vita, sono l’esperienza di nonnocome le cose si facevano prima, tempi e modi diversi, quando internet ma chi se lo poteva immaginare e i telefoni avevano un cavo che li attaccava al muro per non farli volare via.

Sono il racconto. La parola tramandata. Sapori, odori, voci.

È triste quando i nonni sono lontani.

Ma è ancora più prezioso ritrovarli, quando ci si ritrova.

Io non ho imparato da mia madre a fare le olive all’ascolana, né l’uncinetto, né gli gnocchi o i supplì. Non ho imparato da mio suocero a fare il sapone, gli esperimenti con le calamite, le olive schiacciate. Né da mia suocera a fare le trecce di peperoni, i carciofi in padella con l’ingrediente segreto, la licurd’. 

Spero che mio figlio avrà voglia di farlo, per insegnarlo a me, in un andirivieni di esperienze tramandate che ci danno il senso di quello che siamo nel mondo.

Spero che mio figlio li accoglierà sempre con quello stesso sorriso infinito che regala loro adesso, piccolo com’è, come se cogliesse da subito la bellezza e la ricchezza di quei momenti ritagliati e appiccicati tra una distanza geografica e l’altra.

(Contributo fotografico in evidenza di Laura Pardu).

 

Semi di meraviglia: esperienze

Marachelle da catalogo. Quando eravamo bimbi birbi.

img_0965.jpgL’AFPC, l’Amicale del Non far Questo Non far Quello (“l’Amicale du Fais Pas Ci Fais Pas Ça“) ha lo scopo di far riconoscere la Marachella dell’Infanzia come Patrimonio Mondiale Immateriale dell’Umanità. Il plico da consegnare all’Unesco è quasi pronto, manca ormai da raccogliere qualche manciata di marachelle, affinché la raccolta e catalogazione arrivi a 10000 esemplari.

Genitori, non fate quella faccia da angioletti: il dispositivo altamente tecnologico posto all’entrata del nostro museo itinerante saprà scovare in voi la marachella nascosta. Se l’avete davvero dimenticata, troppo impegnati a perseguire sulla retta via dell‘Adultità di cui siete ormai massimi detentori, non temete… gli Agenti dell’AFPC vi aiuteranno a liberarvi, ad alzare il magico sasso sotto il quale brulicano decine e decine di marachelle gettate nel dimenticatoio. Sono sicura che riscoprirle e raccontarle sarà fonte di grandissimo piacere, un abbraccio al vostro bimbo interiore a cui è bene, almeno di tanto in tanto, andare a fare un salutino.IMG_1290

Sì perché per quanto siano il terrore di genitori e affini, le marachelle sono quasi sempre divertenti da ricordare, da condividere nei più fini dettagli. Sono l’espressione dell’immensa creatività che ci caratterizzava da piccoli, della curiosità, del coraggio di cercare il limite e superarlo, della capacità dei piccoli di vedere il mondo con una lente che arrotonda gli angoli e lo rende un terreno di infiniti divertentissimi strappi alla regola.

In cinque anni, nelle vesti di agente dell’AFPC, ho forse raccolto un migliaio di marachelle. E qualche migliaio ne ho lette e sentite raccontare dai miei colleghi. Conosco a memoria le categorie, i grandi classici, i metodi per camuffarle. Eppure ogni marachella raccoltIMG_1108a riesce a sorprendermi, a farmi sorridere, ad aprire con meraviglia l’anfiteatro dell’infanzia, nascosto e chiuso dentro il corpo dalle nuove sembianze di persona “seria”.

La marachella è, a modo suo, un mezzo educativo che permette di confrontarsi e conformarsi a quei limiti che renderanno poi il Marachellante una persona integrata nella società. Anche quando, nella sua forma forse meno accettabile dall’Io adulto, sfocia in piccole forme di sadismo verso insetti, fratellini, amichetti più deboli e animali di compagnia, è spesso il primo confronto, tramite le reazioni e le conseguenze, con la sofferenza che si può provocare all’altro; un modo per scoprire l’empatia e la compassione (che questo ci aiuti a dissipare il senso di colpa che talvolta accompagna il ricordo di alcune marachelle).

IMG_1293Avete tagliato i capelli di vostra sorella mentre dormiva? (Sarà forse per questo che è diventata parrucchiera?) Avete colorato di verde il vostro cagnolino? Siete scappati in piena notte vestiti solo della pelliccia del vostro peluche per scoprire il mondo? Avete riempito di cavallette lo zaino della vostra compagnuccia preferita? Ingurgitato misture di verme squagliato e sale per provare che eravate i più coraggiosi o cucinato torte di pupazzetti di plastica dopo aver messo il sale nel caffè della mamma?

Se proprio non ve ne viene in mente nessuna, respirate, chiudete gli occhi, tornate ai vostri tre, quattro… nove anni (tra i nove e i dieci si situa l’età d’oro della marachella…), pensate a quell’estate speciale in piena campagna, o a quel maestro particolarmente severo… Ancora niente? Respirate, lasciatevi il tempo, lasciate che il vostro piccolo io esca fuori a raccontarvele. E accoglietele con un sorriso. Sono la prova della vostra ingegnosa creatività.

Il museo itinerante della marachella: www.lachasseauxbetises.be.

(L’immagine in evidenza viene dal “Catalogue de bêtises (très) culottées” d’Elisabeth Brami e Serge Bloch).
Semi di meraviglia: parole al vento

“Poi mi butti giù, come fossi una bambola”… Bambini e disturbi della personalità.

Alla fine del primo giorno di laboratorio di “improvvisazione, scrittura di scena e recitazione davanti ad una telecamera” la mamma di F. mi prende da parte e mi chiede: “Come è andata oggi?”.
La giornata si era svolta in modo molto sereno, c’erano ancora alcuni nodi da sciogliere affinché i ragazzi si lasciassero andare alle mie proposte, ma tutto sommato per un primo giorno potevo ritenermi soddisfatta.
Ma la mamma incalza: “E con mio figlio? È andata tutto bene con mio figlio?”
Io: “Sì, signora, tutto bene”
Lei: “Sicura, sì?”
io: “Sissignora, è un ragazzo vivace ma ce la siamo cavata”
Lei: “No perché, se vuole, gli posso dare le medicine”
io: “…”
Lei: “Ultimamente volevamo evitare di dargliele ma se dà fastidio gliele do”.
Io: “Non c’è bisogno, davvero, va bene così”.

In questo modo ho scoperto che F. non era vivace ma malato.
Lungi da me giudicare la mamma, che ha fatto le sue scelte conoscendo il figlio, la sua cartella clinica e che lo ama certamente più di chiunque al mondo.
Ma nel mio lavoro, la cui materia prima è la personalità dei partecipanti, F. non era più difficile da gestire rispetto ad un coetaneo magari invece molto timido, che rifiutasse di alzarsi dalla sedia, anzi.
imageF. era irruento, logorroico quanto lo posso essere io, onnipresente, ma mai aggressivo o irrispettoso nei confronti del gruppo.

Questo fatto mi ha dato e mi dà tanto da riflettere.

Sono sempre più circondata da bambini affetti da malattie della personalità, incapacità di concentrarsi, iperattivi, e tant’altro (scusate l’imprecisione, ma dimentico ogni volta le sigle che vengono loro attribuite)… E prendono medicine per essere calmati.
A me questa cosa fa paura.

Verso la fine della settimana F. è venuto al laboratorio spento. Sembrava molto stanco. Gli ho chiesto un po’ a bassa voce se avesse dormito male, ha risposto, davanti agli altri, che aveva preso le medicine. Ne è nata una discussione con tutti i ragazzi, con naturalezza, che è finita, grazie alla leggerezza adolescenziale (di F. In primis), in grandi risate.

Senza pretesa di giudizio, mi si permetta la riflessione: in tutti i casi che incontriamo giorno dopo giorno, non c’è davvero alternativa al sedarli? Non potrebbe essere la conseguenza di troppo tempo chiusi, troppe attività sedentarie e solitarie, senza poter esprimere le proprie energie e sensibilità? Troppo poco tempo e pazienza da dedicare a bambini che richiedono più attenzioni? Dice lo stracitato proverbio africano che, per educare un bambino, ci vuole un villaggio (e io lo intendo non solo a a livello umano-relazionale, ma anche spazio-temporale): forse siamo troppo soli nel crescere oggi i nostri bambini, dentro spazi cittadini troppo ristretti?

Ne Il miracolo di essere bambini. L’idea di infanzia, Henning Köhler sembra condividere le mie perplessità:

“Al giorno d’oggi è molto diffuso il “vizio” di giudicare i bambini che non si comportano o sviluppano come ci si aspetta e di attribuire loro certi concetti diagnostici che invece riguardano malattie. Bisogna tenere conto di questa tendenza attuale e guardarla molto attentamente; penso che tutte le persone che cercano nuove prospettive nel campo della pedagogia e della terapia dovrebbero opporre resistenza. Quest’attuale tendenza è sconvolgente e allarmante! Il motto è “patologizzazione” del bambino singolare che non corrisponde alla media. Siccome sempre più bambini non si comportano secondo la norma, secondo il punto di vista della psicologia dello sviluppo (qui le cause possono essere molteplici), sempre più bambini vengono trattati come “casi patologici” ed essi debbono affrontare il loro percorso di vita con l’impronta del “disturbo della personalità”. Non è certo un aspetto trascurabile”.

imageHo un po’ di rabbia dentro, come una nebbia, senza destinatario. E tanta compassione. Possibile, che la sola risposta e aiuto che riusciamo a dare alla mamma di F., siano una scatola di medicine? Io credo che dobbiamo davvero ricominciare, interrogarci, riscrivere proprio la società.
Da qui.
Da quella preziosa (?) diabolica scatola di medicine.
E non ditemi che è un’utopia. Che mi fate arrabbiare.
Adesso ho anch’io un figlio.

image

Libri meravigliosi

I diritti dell’amico immaginario

Calvin è un bambino disobbediente, un po’ crudele, un po’ affettuoso, con eccessi di pigrizia o iperattività, iper creativo, iper curioso, ipersensibile, pieno di domande, di voglia di marachella. Insomma, un bambino normale.
Un bambino con un amico immaginario molto speciale, un pupazzo che in realtà è una bellissima tigre, talvolta un po’ saggia, talvolta completamente allo sbaraglio del gioco col suo inseparabile amico in carne ed ossa.
imageLa genialità della scrittura di questo fumetto sta nel fatto che, come succede nella mente dei bambini, realismo e surrealismo si confondono. I bambini sanno che il loro amico immaginario non esiste, ma questo non sminuisce in nulla la constatazione che esista davvero, che davvero giochi e parli con loro. Così il mostro che è sotto il letto sbava veramente. Le ferite che ogni tanto la tigre Hobbes gli infligge con le unghie quando si azzuffano, esistono davvero, anche se i genitori continuano a vedere un pupazzo di pezza. Insieme, vivono le più divertenti delle avventure, criticano politicamente la gestione del mondo degli adulti con osservazioni disarmanti che meritano di farci arrossire di vergogna, guardano cieli stellati ponendosi profondi quesiti filosofici e, soprattutto, rendono impossibile la vita di due bravi genitori che, però, non colgono la magia del delicato universo di questo ragazzino. Per noi lettori, semplicemente straordinario. Per i suoi genitori, un’incontenibile, certo a volte adorabile, peste.
È un invito ad abbassarsi all’altezza dei nostri bambini, un invito ad approfondire le loro paure, le loro richieste di aiuto, curiosità, problematiche, gioie.
E, soprattutto, un invito a darsi la possibilità di scivolare anche noi in quel modo di vedere il mondo, caleidoscopico, avventuroso, mai insignificante.
Se dovessi partire su Marte con un solo libro, probabilmente mi porterei un album di Calvin & Hobbes.

Devo dire che poi sono un po’ invidiosa del suo amico immaginario. Il mio, un ometto verde che nei numerosi viaggi in auto fatti nella mia infanzia, correva di fianco alla macchina operando incredibili acrobazie, non mi ha mai rivolto la parola. Forse non seguiva neanche me. Magari era l’amico immaginario di un altro. Tanto che un giorno, lo giuro, di punto in bianco, l’ho visto allontanarsi trasversale all’autostrada, ha fatto qualche piroetta ed è sparito dietro una collina. Per sempre. Non si è girato, non mi ha salutato. Mi ha reso molto triste e nei miei viaggi successivi mi sono sentita molto sola. Lo sapevo che mica potevo dire ai miei genitori che se n’era andato, che mi avrebbero presa per pazza. Come non potevo dire loro che Tobia, il nostro cane, non era proprio proprio morto, che ogni tanto veniva a trovarmi e passeggiavamo un po’ insieme…
Ogni tanto guardo ancora la linea delle colline, per vedere se magari riappare, l’omino verde, almeno per scusarsi e congedarsi come si deve.

Credo che sia giusto essere discreti, da adulti, con gli amici immaginari dei nostri bimbi. Non ridere di loro, assecondarli se chiedono di aggiungere un posto a tavola, non far finta di vederli, che mica sono scemi, lo sanno che non ci sono, ma accompagnarli nella loro rabbia, se hanno litigato e nella loro tristezza se se ne sono andati. Perché le emozioni che provano, quelle, sono proprio vere.

E il vostro amico immaginario, è ancora lì con voi o se ne è andato?

Per un terreno fertile

E da un pugno chiuso una carezza nascerà

Sì sì, mi sento dire: “A volte la mano prude“.

Capelli arruffati, acufene derivante dai gridi acuti del pupetto, tic all’occhio come quello dello scoiattolino dell’Era Glaciale, vestiti stropicciati dai tentativi di calmarlo. Dov’è finito il tuo irresistibile aplomb? Il tuo stile inconfondibile? Il tuo sguardo calmo e misterioso? Maria Montessori diceva che i bambini sono i nostri Maestri. Questi cosetti che troviamo tanto dipendenti dalla nostra infinita saggezza ed esperienza di vita verrebbero al mondo per obbligarci a confrontarci con i nostri limiti e diventare migliori.

Oggi è proprio il giorno in cui il tuo piccolo prof. ti invita a esplorare nuove possibilità e provare a trasformare quel pugno chiuso che prude tanto e che tra-un-po’-guarda-se-non-la-smetti-diventa-un-bel-ceffone, in un’opportunità di carezza.

Ma come?

Partirei dalle tre tappe di Céline Alvarez. Avete un bimbo piccolo in preda ad una crisi? Inutile provare a ragionarci: la sua corteccia prefrontale, sede delle emozioni, non è ancora sviluppata e in questo momento là dentro c’è un putiferio, folletti fosforescenti che ballano l’alligalli e vulcani in piena esplosione. La prima azione da compiere è compatirlo, consolarlo, prenderlo tra le braccia, confortarlo (“Ti capisco!“, implicitamente “Ti amo e sto con te anche se non sono d’accordo con quello che hai fatto“). Qualsiasi altra azione rischierebbe di peggiorare la situazione. Passata questa delicata fase, il bambino si calma, è il momento di nominare le emozioni che ha provato (“sei tanto arrabbiato?” – da evitare il sottotesto: “perché vorresti strafogarti il pacchetto di caramelline gommose di gelatina di topo di fogna?”). La terza fase è quella della risoluzione del problema, magari proponendogli delle alternative o cercando di trovarle insieme (se vi sputa in faccia a mo’ di mitragliatrice le uvette che gli  avete proposto, mantenete la calma e ricordatevi che il sentiero del successo è cosparso di cacche di pecora…). In questo modo, se dovesse funzionare, il bambino si senterà capito, prenderà confidenza con le sue stesse emozioni – queste sconosciute – e si sentirà rispettato.

Il Dott. Haim Ginott, seguendo le stesse linee guida, propone soluzioni per fissare limiti invitando alla cooperazione. Il principio di base è di utilizzare un linguaggio positivo. In questo caso, l’ordine delle proposte non è per forza cronologico come invece per le tre tappe di Alvarez:

  • Riconoscere e riformulare il desiderio del bambino (“Sembri proprio arrabbiato con mamma“)
  • Ricordare le regole (“Ti ricordi che abbiamo stabilito non più di X caramelline, vero?”)
  • Cambiare la direzione dell’azione o proporgli soluzioni (“ti va di cucinare una superciambella insieme?“, “usciamo a fare un giro?“)
  • Avere compassione per la frustrazione del bambino (“Ti sarebbe piaciuto tanto mangiare ancora caramelline! Come lo capisco, piacciono anche a me tanto! Se non facessero così male! Hai voglia di dirmi o disegnarmi quanto sei arrabbiato?“).

Uno strumento che può risultare estremamente prezioso, e non solo nel bel mezzo di una crisi, è senza dubbio l’ascolto empatico o attivo.

Il principio è quello di indossare, come direbbe Rosenberg, nel suo Il linguaggio giraffa. Una comunicazione collegata alla vita, le orecchie da giraffa (l’animale chgiraffa_cuore_libro2e ha il cuore più grande di tutti), ossia ascoltare senza pregiudizi, in modo amorevole, per fare in modo che il bambino si senta capito, confortato e non sminuito nel suo dispiacere e in questo modo sviluppi l’autostima necessaria per trovare da solo una soluzione. Vediamo un esempio calcato sulla nostra situazione citata precedentemente:

“Bambino: Dammi! Ancora! Cattiva!

Mamma: Sei arrabbiato perché vorresti ancora caramelle?

Bambino: Sì, non mi fai mai finire il pacchetto!

Mamma: Ti piacerebbe mangiarne a sazietà e io ti impedisco di farlo perché ho paura che ti faranno venire il mal di pancia…

Bambino: Sì!

Mamma: E come facciamo?

Bambino: Io le mangio e tu non guardi!

Mamma: Ma poi avrai comunque male al pancino. Ti ricordi l’ultima volta che ti ha fatto male, quando eravamo in montagna?

Bambino: Sì…

Mamma: Ci sono altre cose che ti farebbe piacere mangiare e che non ti facciano male al pancino?

Bambino: Sì, la macedonia!

Mamma: La facciamo insieme?

Qualsiasi sia il percorso che scegliamo per trasformare il nostro pugno in una carezza non scordiamoci che viviamo un’occasione imperdibile per imparare qualcosa e posare un mattone nella costruzione della nostra relazione col bambino, armiamoci di pazienza, indossiamo le orecchie da giraffa e se il primo tentativo non va come vorremmo, soprattutto, non arrendiamoci.