Per un terreno fertile

Non in suo nome. Castighi divini e integrità del bambino.

Ero al parco, placidamente seduta su una panchina, mentre qualche gridolino più in là, mio figlio giocava col papà. 

Due cordiali e sorridenti donne mi si avvicinano e mi chiedono di fare due chiacchiere sulla religione. Mi citano passi delle sacre scritture, ci confrontiamo su come il cambiamento climatico altro non sia (per loro) che l’avverarsi della profezia divina. In fondo fin qui ci può stare, modi diversi di interpretare la realtà, di dare un nome alle cose. Poi però si finisce a parlare di educazione. Che i bambini e i genitori non sono più come quelli di una volta. Che le sacre scritture dicono che dall’alto vengono chiare prescrizioni pedagogiche di minaccia e punizione, di vile mescolanza psicoanaliticamente pericolosa tra amore e violenza:

“Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti”. (Ap 3, 19)

foto di Alessio Lin

 “Certo“, mi dice la più giovane, “mica si arriva subito alla sculacciata (ché una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno), prima si prova con la voce grossa, poi si provano varie punizioni, poi se proprio non funziona… perché altrimenti dove andiamo a finire?“.

Andiamo a finire, bella signorina, esattamente dove siamo arrivati.

Andiamo a finire che si creano bambini che imparano che il più forte può farsi valere con la violenza sul più debole. Andiamo a finire che esiste una violenza educativa giusta e una sbagliata, ma che le regole sullo giusto e lo sbagliato le decide sempre il più forte. Si arriva là, dove l’adulto si arroga tutti i diritti, disegnando a suo buon gusto quelli da dare e quelli da ritirare al bambino (cf. Korczak). 

Si arriva in quel posto, dove già in realtà siamo da tempi immemorabili, dove la facilità e l’ignoranza ci portano ad esigere obbedienza, invece che rispetto. 

È questo, per me, uno dei cammini più impervi dell’essere genitore: mantenere la spia sempre accesa sui propri comportamenti. Mio figlio è dipendente da me, ma non è il mio schiavo. Non mi appartiene. È un essere che ha bisogno di me e il mio scopo è quello di accompagnarlo verso l’autonomia. 

Come è vergognoso avvalersi del proprio potere per umiliare una persona anziana indigente o un malato diventato dipendente dal nostro benvolere, altrettanto lo è nei confronti di un bambino, che in più ci ama e ci adora per natura, incondizionatamente.

Non voglio che mio figlio si mostri zelante per paura del castigo. Voglio che non metta le dita nella corrente, perché ha capito che è pericoloso, non perché una voce dall’alto gli dice che è sbagliato. E se l’ha capito ad un anno, a tre è in grado (sempre sotto supervisione, perché la responsabilità resta certamente ancora dell’adulto) di capire che scendendo dal marciapiedi passano le auto, che il forno è bollente e ci si brucia.

Quando vorrei parlare con qualcuno e lui reclama la mia attenzione, posso pazientemente, con la ripetizione, fargli capire che accolgo la sua richiesta, finisco giusto il discorso con terzi e poi sono da lui. Che se sono al telefono se urla non sento. Che dopo una certa ora non si gioca a far rimbalzare le palline in terra, perché magari i vicini di sotto dormono. O si può fare, ma sul tappeto. Che il coltello con la lama lo si usa solo con un adulto perché ci si taglia, ma intanto ci si può esercitare con quello senza seghetta.

“Molto genitori continuano a credere che i figli debbano “imparare ad obbedire”, nonostante  il fatto che questa aspettativa generi quasi sempre “disobbedienza”, sia essa palese o occulta. Questo perché noi recepiamo come offensivo e poco dignitoso il dover obbedire a un ordine quando siamo più che disposti a collaborare. La motivazione che determina la reazione del bambino risulta più facile da capire se la rapportiamo a quella che avrebbe nostra moglie o il nostro datore di lavoro in un’occasione analoga. Quando il nostro capo ci umilia, nel tentativo di salvare il rispetto per noi stessi, diciamo: “Sarebbe bastato che me l’avesse chiesto con gentilezza“. Nessuno si sente a proprio agio quando riceve ordini […]” (J. Juul, Il bambino è competente. )

Trattare i nostri figli come esseri competenti (ricordiamoci che hanno molti più neuroni di noi, cf. Plasticità e neuroni. I neonati sono dei geni), di pari dignità.

Diamo loro l’esempio del rispetto, rispettandoli e rispettando chi ci è intorno.

Non pretendiamo che ci obbediscano in virtù della posizione che occupiamo, abbassiamoci alla loro altezza. 

Le due donne mi hanno salutato cordialmente, come se fossimo arrivate a uno scoglio di difficile scavalcamento, si sono allontanate. Chissà se le mie parole gli hanno lasciato qualcosa o se resto una cliente mancata del regno dei cieli.

Per quanto mi riguarda, non voglio essere ad immagine e somiglianza di dèi che troppo assomigliano al peggiore dei padri. Se non v’è saggezza nel creatore, preferisco assomigliare a un dio che ha i connotati di un bambino: pieno di speranza, cooperazione, voglia di imparare, programmato per essere una splendida creatura partecipe e guardiano attivo e responsabile del suo bel pianeta terra.

Per un terreno fertile

Korczak. Il diritto del bambino ad essere amato.

Sapeva che sarebbero venuti.

Per l’occasione, fece rammendare i loro abiti migliori. Fece aggiustare strumenti, giocattoli, i loro oggetti di valore. Il giorno del loro arrivo, i bambini della Casa dell’Orfano erano vestiti di tutto punto. Disse ai soldati dell’esercito nazista di lasciare indietro i cani latranti, che avrebbero spaventato i suoi allievi. Disse loro di non usare violenza, perché li avrebbero seguiti senza opporre resistenza. Quel giorno le strade del ghetto di Varsavia si riempirono del suono degli strumenti di un ordinato corteo di bambini bellissimi. La dignità che emanavano furiosamente e la ferita che lasciarono aperta negli occhi di chi li vide, non dovette essere estranea alla rivolta del ghetto del 18 gennaio 1943, cinque mesi dopo.

Arrivati ai binari dove il treno per il campo di sterminio di Treblinka li attendeva, narra la leggenda, un soldato nazista si avvicinò al maestro e gli disse: “Lei no, signor Goldszmit, Lei è stato il mio insegnante all’università, Lei non deve salire sul treno”.

Si tramanda che lui rispose: “S’è forse mai vista una madre che lascia i figli ad uno sconosciuto? Questi 200 bambini, sono i miei bambini”.

E salì con loro. Fine della storia.

Comincio dalla fine, perché qui più che mai altrove, le parole si tramutano in atto d’amore. Korczak (pseudonimo di Goldszmit) lo diceva, non ci si può occupare di un bambino se non lo si ama. 

Amarli sempre e comunque, anche se sono delinquenti: “Create per loro le condizioni affinché possano diventare migliori” (Korczak, Il diritto del bambino al rispetto).

Non li si ama, se non li si considera in tutta la loro dignità di esseri umani.

Non li si ama, se non li si rispetta: 

rispetto per la loro ignoranza, 

per la loro laboriosa ricerca del sapere, 

per i loro fallimenti e le loro lacrime. 

Rispetto per i loro averi. 

Per i misteri e gli scossoni del duro lavoro del crescere. 

Rispetto per i minuti del tempo presente, per ogni minuto che passa, perch’esso morirà e non tornerà più (“ferito, sanguinerà, assassinato, tornerà a tormentare le vostre notti” in Il diritto del bambino al rispetto).

Il rispetto ad avere dei segreti. 

Ad essere quello che essi sono.

La sue parole, la sua storia, sono insegnamenti che affondano radici molto più profonde della banale ricerca di un metodo che funzioni per ottenere figli ubbidienti, bravi e buoni. Vanno a scardinare, come era già successo in me con le parole di Montessori e Juul, la macchina educativa infernale di oggi e di sempre.

Non si tratta di trovare la strategia che pur tratti con gentilezza il bambino, non siamo in guerra. Si tratta di andare a ripulire noi stessi, in fondo a noi stessi liberarci di tutte le limitazioni che ci impediscono di considerare il bambino per quello che è, col rispetto che merita.

“Impara a conoscere te stesso prima di pretendere di conoscere i bambini. Misura i limiti delle tue capacità, prima di fissare quelli dei diritti dei bambini” (Come amare il bambino)

Purtroppo viviamo in un’epoca (ce n’è mai stata una migliore?) in cui affermare semplicemente “col rispetto che merita un essere umano”, non vuol dire molto. Questa è l’epoca nella quale si fanno leggi che rendono reato salvare un naufrago in mare. Nella quale si considera buona cosa avere un’arma nel cassetto, che non si sa mai.

“E’ inammissibile lasciare il mondo nello stato in cui l’abbiamo trovato” (1937)

Come al solito, la vera riflessione pedagogica diventa politica, abbraccia tutto il sistema, non può arrestarsi al cambiamento di un paradigma, ignorando gli altri. Come un’ennesima riforma della scuola, cinta da mura alte. E la società fuori, indenne, impermeabile. Senza macchia di responsabilità.

“Facciamo un bilancio: qual è la parte del PIL che dovrebbe tornare al bambino?” Il diritto del bambino al rispetto

Ma no, il bambino non le paga le tasse.

Eppure nasce col suo bel debito “pro capite”.

“Gli facciamo portare il fardello dei suoi doveri di uomo di domani senza accordargli i suoi diritti d’uomo di oggi”. Come amare il bambino

Nel luglio del 1942, il maestro Korczak invitò la collega Esther a mettere in scena coi bambini della Casa dell’Orfano l’opera “Dak Ghar” (l’ufficio postale) di Rabindranath Tagore. Perché proprio quel testo? Esther faceva resistenza, c’erano tante opere più adatte ai loro protetti. Perché lavorare sulla storia di un giovane con una malattia inguaribile che, chiuso in una stanza, riesce, col potere della sua mente e della sua fantasia, a superare l’angoscia del suo destino?

Il diritto del bambino ad essere amato
foto di Janko Ferlic

Perché tre settimane dopo, i nazisti sarebbero venuti a prenderli per l’ultimo viaggio. Korczak lo sapeva, perché i nazisti stessi l’avevano esortato ad andare via, avvertendolo della loro incombente operazione.

Il suo compito di maestro era in quel momento di prepararli alla morte inevitabile. 

Qual è il compito di un educatore, se non quello di preparare il bambino al suo avvenire?

Al suo, non a quello ipotetico di decenni fa.

I programmi che prepariamo per i nostri bambini sono davvero pensati per loro? 

Sono adatti al loro cuore e alla società che troveranno?

Coltivare la felicità, il senso etico, coltivare la terra, preservare l’anima del bambino e del mondo. Andare avanti spinti dai valori, dall’immagine del mondo che vorremmo per loro, non da un esorabile lasciar-fare, lasciar-dire, lasciar distruggere. Se smettiamo di commuoverci per un essere umano che muore, se smettiamo di sovrapporre empaticamente nostro figlio con un qualsiasi altro fanciullo che soffre, significa che dobbiamo urgentemente fermarci e ricominciare da noi stessi. Adesso. Perché oggi è già ieri e ieri abbiamo già sentito e risentito il silenzio della desolazione dopo la devastazione della violenza.

“Il nostro legame più forte con la vita è il sorriso schietto e radioso di un bambino”.