Per un terreno fertile

La ricerca del piacere, un ostacolo alla felicità?

Sono inciampata su alcuni articoli e conferenze di un signore americano, Robert Lustig, il cui cognome mi fa un po’ sorridere: tradotto dal tedesco vuol dire “divertente”… Sign. Divertente… (lo so, è facile – irresistibile – ironia da parte mia, ma che pressione portare un cognome così, soprattutto nei giorni di luna storta…). Se poi si prende solo la prima parte “Lust”, senza la desinenza, sempre in tedesco, si ottiene la parola “piacere”. Sarà il destino iscritto per lui da generazioni, ad aver spinto questo endocrinologo infantile a concentrarsi sul piacere ed i suoi effetti?

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Semi di meraviglia: parole al vento

Avere un figlio a 40 anni.

Tra poco, piccolo mio, compierai un anno. Il tuo primo anno. L’anno e i nove mesi più straordinari della mia vita.

Tra poco, piccolo mio, la tua mamma compierà quarant’anni. I suoi primi, o comunque i soli che si ricorda, nel caso prima fosse stata un dente di leone, un tartufo o una iena ridens. Certo è che messi così, uno dietro l’altro, come tessere del domino, fanno un po’ impressione.

Quando ti guardo, vorrei averti avuto prima, perché il tempo all’improvviso mi sembra troppo corto. Quando mi sono innamorata, ho iniziato a desiderare di vivere tutta la mia vita con la persona del mio cuor; da quando sei arrivato al mondo tu, ho iniziato a desiderare di vivere per sempre, perché mezza vita mi sembra proprio troppo crudelmente poca, perché mi sembra impensabile di non avere il diritto divino di poter sbaciucchiare i tuoi figli e i figli dei tuoi figli e i figli dei figli dei tuoi figli. Mi dovrò accontentare di lasciarti qualche ricordo da tramandare, qualche tratto del mio viso che rimarrà magari appiccicato al tuo, magari anche al loro. Chissà se avrò il tempo di conoscere almeno i miei nipotini, se ci saranno mai. Per questo, avrei voluto averti prima.

Ma con quale uomo, se non tuo padre? Ma con quale madre, se non quella che sono ora, pronta ad accoglierti?

Avere un figlio a quarant’anni, per me, è significato godere della gravidanza e della tua nascita a pieno, potendo permettermi di fermare tutto, senza chiedermi se mi stessi perdendo qualcosa, se intanto il mondo non stesse girando senza di me e se non mi avrebbe buttato giù dal suo giro di giostra. Le giostre sulle quali dovevo saltare su, il mondo che dovevo scoprire, le avventure che dovevo fare, le famose esperienze che desideravo mi marcassero, le ho attraversate e ora mi sono alle spalle. Prezioso bagaglio che mi ha reso quello che sono e che ora ha tutto il suo posto nel solaio dei ricordi, che ha fatto decisamente il suo tempo, lasciando spazio, oggi, ad altri progetti, desideri, tempi e modalità di vita e di crescita. Diversi sì, e non meno entusiasmanti.

Avere un figlio a quarant’anni è significato anche avere una maggiore consapevolezza di me, del mio corpo, del modo in cui volevo metterti al mopiede_piedinondo e, forse, crescerti.

Se è vero che a vent’anni avevo la capacità di girare a mille all’ora, ora penso di gestire meglio le energie, una forza più calma ma più efficace. Non credo avrei giocato con te più di adesso. Non credo mi sarei stancata meno. Ma avrei avuto forse meno pazienza. Oggi sono consapevole del dono immenso che il tempo con te rappresenta e di quanto questo passerà veloce. So che le notti agitate, le tue manine tese verso di me, il tuo chiamarmi ancora ed ancora sono soltanto un soffio di vento. Che nessuno mi vorrà più così tanto come te ora, nessuno mi amerà così tanto come te ora. E cerco di godermi ogni attimo concesso, cercando di non pensare alla paura di sbagliare che, quella, ce l’ho adesso come certo l’avrei avuta allora.

Mi avevano tanto parlato male del diventare madre a quarant’anni. Mi avevano messo addosso tante paure, tanti sensi di colpa. Ma queste nostre candeline, il tuo anno e il mio quarantennio, mi illuminano d’immenso. Anche con i miei (sempre più numerosi) capelli bianchi, che grigieggiano nella penombra. Anche senza champagne, che da quando ci sei, si allatta e non si beve.

Essere madre a quarant’anni. Che gioia. Che terribile errore avrei fatto a non permettermi questo lusso. Se avessi lasciato vincere la vocina che mi diceva che non sarei stata in grado, che con la vita che faccio che futuro ti avrei dato, che in fondo ci sono già abbastanza bambini su questa terra, che non mi serviva questa esperienza e non servivo certo io a dare nuova vita. Sono madre grazie a te, e mai, senza te, avrei attraversato il mistero e il miracolo dell’essere donna, il mistero e il miracolo di sentirmi strumento della Natura, parte di essa; testimonianza di saperi e poteri che ha il mio corpo a prescindere da me; un’improvvisa fiducia in me, nel mio corpo, in quei tanti saperi e poteri che la Natura mi ha tramandato e che – dimenticando la saccenza dei miei quarant’anni a cui metto il silenziatore – è proprio arrivato il momento, a quarant’anni, di ascoltare umilmente, di dar loro voce, ampiezza, spazio. Spazio alla nuova me, alla nuova noi, fatta di me, imprescindibilmente di te. Lasciarla affiorare e sorprendermi a scoprirla, a scoprirmi, ad amarmi in modo nuovo, grazie a te. Adesso, e per tutti i miei prossimi quarant’anni.