Per un terreno fertile

Autostima e fiducia in se stessi

Il bambino è competente” è un libro illuminante. Non mi ero mai fatta la riflessione sulla differenza sostanziale tra fiducia ed autostima e le parole di Jesper Juul aprono una serie di piste pedagogiche e psicologiche che attraversano prima di tutto la comprensione delle mie dinamiche personali, ancor prima di approdare alle questioni legate al mio essere madre ed insegnante.

Fiducia ed autostima non sono sinonimi. Avere fiducia in se stessi, scrive l’autore, è giudicarsi capaci di questa o quella cosa. Avere autostima è l’apprezzarsi per come si è, accettarsi, conoscersi e volersi bene così, a prescindere dai successi ottenuti. Continue reading “Autostima e fiducia in se stessi”

Semi di meraviglia: parole al vento

Allattamento e miti da sfatare.

Sono tornata a casa con un misto di emozioni sgradevoli, incapace di nominarle. Ho più subìto che partecipato – ancora una volta – ad una conversazione che mi ha provocato – ancora una volta – un intersecarsi di tristezza, rabbia e qualche altro ingrediente segreto (anche per me).

Il tema della discussione è stato l’allattamento.

Allatti? Qualche mese fa, questa domanda onnipresente e la mia risposta affermativa meritava movimenti verticali della testa, pacche sulla spalla, qualche complimento masticato, molti “Ma che fortuna! Speriamo non ti vada via il latte!“, tutto sommato passavo quasi inosservata.

Rapidamente la domanda si è trasformata in “Allatti ancora?“. Direi, a partire dai quattro mesi. E lì, ancora qualche oscillazione verticale della testa, un’apertura degli occhi improvvisa a mostrare stupore, qualche osservazione sul mio essere all’antica, forse un po’ fricchettona. E poi si poteva parlar d’altro. Sempre che non esprimessi malauguratamente la mia visione in proposito.

Ma ora, a undici mesi, la domanda è diventata “Allatti, ma come, ancora?!“. E lì, che sia io ad alimentarla o meno, parte sistematicamente la domanda sorella: “Oh! E per quanto conti allattare ancora?“, talvolta seguito da un “Fino a diciott’anni? Ahahah!” ; con gli immancabili avvertimenti: “Ma guarda che così si vizia!“, “Così ti diventa mammone!“, “Quindi ha preso il tuo seno come fosse un ciuccio?“, “Ma così gli fai venire le carie!“, “Ma non lo sai che ormai il tuo latte è acqua?“, “Una volta svezzato, il tuo latte non serve proprio a niente, anzi“.

vizio_allattare

Ma anzi, che? Se è nato prima il seno del ciuccio, si prende piuttosto il ciuccio come fosse un seno, no?! Il latte (i cui glucidi sono necessari per lo sviluppo del cervello che ne va ghiotto) fa venire le carie e invece lo zucchero industriale introdotto quasi sistematicamente prima dei due anni, no?  Il latte vaccino, no? Quale vizio si prenderebbe mio figlio? Quello di ricercare conforto in braccio alla madre piuttosto che ciucciando un pezzo di gomma? Lo spero bene che sia mammone, sono ancora il suo punto di riferimento principale, mi interrogherei se fosse il contrario!

Ma forse la frase che più mi irrita e che arriva puntuale è: “Bè, è perché te lo sei potuta permettere. Se avessi dovuto mettere tuo figlio al nido, da un pezzo avresti smesso“.

Tutta la mia solidarietà per quelle donne che, contro la loro volontà, sono dovute tornare al lavoro troppo presto, un lavoro con orari troppo lunghi, che malgrado il loro desiderio di allattare, non ce l’hanno fatta a stare dietro ai ritmi certo terribilmente faticosi che tirare il latte tutti i giorni comporta.

Ma qual è la logica che porta così tante donne, tra l’altro non necessariamente madri – che non hanno quindi per forza una frustrazione repressa sul tema – a sentire l’irrefrenabile desiderio di sparare alla cieca, basandosi su informazioni pseudoscientifiche, per denigrare la scelta di allattare, per altro non ostentata? E per poi, non contente, arrivare alla conclusione contraddittoria, che dovrei ringraziare chissà quale dio, e dovrei sentirmi mestamente in colpa per quelle donne che non hanno potuto farlo, per motivi che appartengono alla loro storia e non alla mia?

Volevo, profondamente, stare il più possibile con mio figlio. Una mia volontà che ha necessitato scelte e aggiustamenti nella vita lavorativa, economica e familiare a breve e lungo termine, che non riguardano nessun altro se non me e la mia famiglia.  Non sono sicura che si chiami fortuna.

Se vogliamo parlare “scientifico”, le ricerche sul tema avvallano teorie decisamente agli antipodi.

Cominciamo dalla durata. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) auspica un allattamento esclusivo al seno per i primi sei mesi e poi, in accompagnamento al cibo, per almeno due anni. Almeno.

Studi antropologici hanno cercato di stimare la durata naturale dell’allattamento nell’uomo, comparando quello che si fa in varie parti del mondo. Ne è risultato che nelle culture tradizionali, dove non esiste il latte artificiale, il bambino è generalmente allattato fino ai 2/4 anni. Tra i nomadi cacciatori-raccoglitori della tribù dei Bofi in Africa, i neonati sono allattati tra i 36 e i 53 mesi, mentre i membri sedentari della stessa tribù allattano tra i 18 e i 27 mesi. La media tra le popolazioni prese in esame sarebbe di 30 mesi.

Per curiosità storica (e per costatare anche le aberrazioni che si sono protratte nei secoli sulla pelle di tanti piccoli innocenti) possiamo approfondire dando un’occhiata, un po’ alla rinfusa, sulla linea del tempo, alle abitudini di allattamento. Molto interessante, uno studio effettuato a partire da 82 scheletri di bambini vissuti tra il XVII e il XVIII secolo: la durata di allattamento sembrerebbe essere stata tra uno a quattro anni nelle popolazioni Maya, tra i due e i tre anni nella Roma Antica, secondo le raccomandazioni dei medici dell’epoca, Sorano e Galliano (fonte: le Figaro Santé). Proprio nell’Impero Romano (e purtroppo in numerosi altri luoghi ed epoche), vi era la convinzione (peraltro tuttora esistente in molte culture) che il colostro fosse malsano, motivo per il quale, nei primi venti giorni l’alimentazione del neonato veniva sostituita da miele e latte di capra (in una società dove c’è una mortalità infantile altissima, questa usanza è deleteria). In epoca paleolitica, la media sembrerebbe tra i due e i tre anni: in caso di impossibilità l’allattamento veniva assicurato da un’altra madre. La balia ha attraversato i secoli, assumendo proporzioni impressionanti. In epoche come il Rinascimento francese,  ad esempio, allattare era da poveracce. Tranne le donne davvero in una condizione di miseria, che si servivano di questa usanza come fonte di introiti, infatti, la stragrande maggioranza delle madri, di qualsiasi classe sociale, si serviva della “nutrice”: i piccoli venivano mandati non di rado in paeselli sperduti, anche molto distanti dalle città, per far allattare i propri figli. Molti non resistevano al viaggio e alle condizioni igienico-sanitarie precarie offerte a queste creature…

Altre fonti ci dicono che, in epoca precolombiana, l’allattamento si prolungava fino ai 6 anni, talvolta 12. Secondo la Bibbia, gli ebrei allattavano tra i 2 e i 3 anni.

Sembrerebbe che la specie umana abbia avuto tendenza, almeno in Occidente e cercando l’avvallo della scienza, a trovare tutti i modi per liberarsi prima possibile di questa incombenza, specialmente nelle classi sociali più agiate, specialmente tra le popolazioni economicamente più forti. Negli anni Sessanta, ormai lontani dall’usanza della balia,  un importante giro di boa è avvenuto grazie all’avvento del latte artificiale. Ma invece di godere semplicemente del non dover più avere paura della mancanza di latte, permettendo anche alle madri di scegliere liberamente il proprio percorso, si è arrivati all’opposto estremo, giudicando l’allattamento del tutto inutile e retrogrado.

Alcuni ricercatori, tra cui l’antropologa Katherine Dettwyler, si sono presi la briga di osservare i mammiferi che più si avvicinano a noi, i primati. La conclusione è stata che se gli umani svezzassero i loro piccoli sul modello delle grandi scimmie, facendo astrazione delle credenze e dei costumi, i bambini dovrebbero essere allattati per un ventaglio che va dai 2,5 ai 7 anni. Interessante sapere, a questo proposito, che il sistema immunitario diventa davvero funzionale nel bambino a circa sei anni (e che, nel latte materno, oltre ai nutrimenti passano anche gli anticorpi della madre).

E se poi prende il vizio? Vi lascio cercare la risposta in un illuminante libro dall’omonimo titolo, che smonta proprio le abitudini culturali che vanno ad intaccare la sicurezza delle neomamme, assordando i richiami dell’istinto materno.

Ma il latte dopo l’anno diventa acqua? Pare proprio di no. Anzi, un rinnovato interesse nei confronti del latte materno sta portando la scienza a scoprire sempre più pregi in questo prezioso liquido che cambierebbe composizione per adattarsi alle esigenze del bambino, non soltanto nell’arco della stessa giornata, dei mesi, ma anche degli anni. Pare che alcuni scienziati stiano persino cercando di isolare le molecole del latte, per utilizzarle nelle cure di alcuni cancri.

I bambini allattati a lungo termine avrebbero un migliore sistema immunitario, la diminuzione del rischio di disturbi del comportamento (ma non diventano tutti irrimediabilmente mammoni?!), migliori capacità cognitive, diminuzione del rischio di obesità, diabete, allergie, problemi cardio-vascolari.  Nella madre allattante si avrebbe un più grande benessere mentale, diminuzione del rischio di diabete di tipo 2, di cancro al seno, di poliartrite reumatoide.

Non ho trovato studi fatti sul latte materno dopo il secondo anno di vita del bambino. Ma già il rapporto tra il primo e il secondo anno è interessante e siamo ben lontani dalla composizione dell’acqua (peraltro fondamentale alla nostra sopravvivenza). Nel secondo anno, ad esempio, aumenta la quantità di proteine, grassi, lattoferrina, ferro e sodio, diminuisce il calcio, lo zinco e il lattosio, seguendo le diverse necessità del lattante (Fonte: infografica di Uppa.it).

Vorrei rispondere tutto questo alle persone che mi guardano con disapprovazione, invitandomi per il mio bene a conformarmi alle cattive abitudini che la moderna società propone. Ma poi arranco. Mi innervosisco. Sorrido e abbozzo. Oppure do qualche risposta che si guadagna sguardi di sempre maggiore disapprovazione, come quando ho affermato che non ci trovavo nulla di male nel fatto che mio figlio potesse chiedermi il seno per motivi diversi dalla fame. La mia interlocutrice ha fatto una smorfia che avrebbe visto sobbalzare di soddisfazione il dott. Lightman (Cf. la serie Lie to me), che esprimeva quanto disdicevole fosse il mio atteggiamento, per poi rifugiarsi in un sorriso glaciale e in un atletico cambio di discorso. Ecco, credo che dovrei specializzarmi in atletici e leggiadri cambi di discorso. Tornerei certo a casa più tranquilla, e eviterei di scrivere chilometrici articoli come questo.

Mi sono permessa questo sfogo in un blog che si concentra sul come riuscire a crescere i nostri piccoli oggi, dribblando gli ostacoli e preservando la Meraviglia, perché, anche se penso che un bambino amato e non allattato al seno abbia tutte le porte aperte per crescere felice, penso anche che permettere al bambino di colmare il suo bisogno affettivo con un’infanzia ad alto contatto, donandogli il proprio tempo e il proprio seno senza timore, sia, per quelli come me che hanno la fortuna di permetterselo e che lo desiderano, un dono prezioso. Sicuramente lo è per me, fonte di meraviglia, che lo guardo, appoggiato al mio petto, con gli occhi semichiusi – anche quando la giornata è stata nevrotica – con quelle manine che si muovono carezzando l’aria, in quell’abbraccio che placa le tormente, rallenta il cuore, addolcisce i minuti. E di notte, ci dondola entrambi verso un sonno che sarà morbido, comunque vada, perché condiviso. Ah sì, dimenticavo. A undici mesi dormiamo ancora tutti nel lettone… è il momento per me di una bella psicoterapia?

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Semi di meraviglia: parole al vento

Avere un figlio a 40 anni.

Tra poco, piccolo mio, compierai un anno. Il tuo primo anno. L’anno e i nove mesi più straordinari della mia vita.

Tra poco, piccolo mio, la tua mamma compierà quarant’anni. I suoi primi, o comunque i soli che si ricorda, nel caso prima fosse stata un dente di leone, un tartufo o una iena ridens. Certo è che messi così, uno dietro l’altro, come tessere del domino, fanno un po’ impressione.

Quando ti guardo, vorrei averti avuto prima, perché il tempo all’improvviso mi sembra troppo corto. Quando mi sono innamorata, ho iniziato a desiderare di vivere tutta la mia vita con la persona del mio cuor; da quando sei arrivato al mondo tu, ho iniziato a desiderare di vivere per sempre, perché mezza vita mi sembra proprio troppo crudelmente poca, perché mi sembra impensabile di non avere il diritto divino di poter sbaciucchiare i tuoi figli e i figli dei tuoi figli e i figli dei figli dei tuoi figli. Mi dovrò accontentare di lasciarti qualche ricordo da tramandare, qualche tratto del mio viso che rimarrà magari appiccicato al tuo, magari anche al loro. Chissà se avrò il tempo di conoscere almeno i miei nipotini, se ci saranno mai. Per questo, avrei voluto averti prima.

Ma con quale uomo, se non tuo padre? Ma con quale madre, se non quella che sono ora, pronta ad accoglierti?

Avere un figlio a quarant’anni, per me, è significato godere della gravidanza e della tua nascita a pieno, potendo permettermi di fermare tutto, senza chiedermi se mi stessi perdendo qualcosa, se intanto il mondo non stesse girando senza di me e se non mi avrebbe buttato giù dal suo giro di giostra. Le giostre sulle quali dovevo saltare su, il mondo che dovevo scoprire, le avventure che dovevo fare, le famose esperienze che desideravo mi marcassero, le ho attraversate e ora mi sono alle spalle. Prezioso bagaglio che mi ha reso quello che sono e che ora ha tutto il suo posto nel solaio dei ricordi, che ha fatto decisamente il suo tempo, lasciando spazio, oggi, ad altri progetti, desideri, tempi e modalità di vita e di crescita. Diversi sì, e non meno entusiasmanti.

Avere un figlio a quarant’anni è significato anche avere una maggiore consapevolezza di me, del mio corpo, del modo in cui volevo metterti al mopiede_piedinondo e, forse, crescerti.

Se è vero che a vent’anni avevo la capacità di girare a mille all’ora, ora penso di gestire meglio le energie, una forza più calma ma più efficace. Non credo avrei giocato con te più di adesso. Non credo mi sarei stancata meno. Ma avrei avuto forse meno pazienza. Oggi sono consapevole del dono immenso che il tempo con te rappresenta e di quanto questo passerà veloce. So che le notti agitate, le tue manine tese verso di me, il tuo chiamarmi ancora ed ancora sono soltanto un soffio di vento. Che nessuno mi vorrà più così tanto come te ora, nessuno mi amerà così tanto come te ora. E cerco di godermi ogni attimo concesso, cercando di non pensare alla paura di sbagliare che, quella, ce l’ho adesso come certo l’avrei avuta allora.

Mi avevano tanto parlato male del diventare madre a quarant’anni. Mi avevano messo addosso tante paure, tanti sensi di colpa. Ma queste nostre candeline, il tuo anno e il mio quarantennio, mi illuminano d’immenso. Anche con i miei (sempre più numerosi) capelli bianchi, che grigieggiano nella penombra. Anche senza champagne, che da quando ci sei, si allatta e non si beve.

Essere madre a quarant’anni. Che gioia. Che terribile errore avrei fatto a non permettermi questo lusso. Se avessi lasciato vincere la vocina che mi diceva che non sarei stata in grado, che con la vita che faccio che futuro ti avrei dato, che in fondo ci sono già abbastanza bambini su questa terra, che non mi serviva questa esperienza e non servivo certo io a dare nuova vita. Sono madre grazie a te, e mai, senza te, avrei attraversato il mistero e il miracolo dell’essere donna, il mistero e il miracolo di sentirmi strumento della Natura, parte di essa; testimonianza di saperi e poteri che ha il mio corpo a prescindere da me; un’improvvisa fiducia in me, nel mio corpo, in quei tanti saperi e poteri che la Natura mi ha tramandato e che – dimenticando la saccenza dei miei quarant’anni a cui metto il silenziatore – è proprio arrivato il momento, a quarant’anni, di ascoltare umilmente, di dar loro voce, ampiezza, spazio. Spazio alla nuova me, alla nuova noi, fatta di me, imprescindibilmente di te. Lasciarla affiorare e sorprendermi a scoprirla, a scoprirmi, ad amarmi in modo nuovo, grazie a te. Adesso, e per tutti i miei prossimi quarant’anni.