Semi di meraviglia: la musica

Il canto delle pigne ovvero come introdurre la musica nell’universo del neonato

Squagliati sul divano a mo’ di orologi molli di Dalì, boccheggiamo nell’afa estiva. Dalla finestra spalancata entra un pappone di suoni fatto di cicale, raro vociferare di vicini, uccellini vari, un lontano suono di treno, qualche auto. Abituati alle violenze sonore della città, definisco questo delizioso pot-pourri, come puro silenzio.
Lui, vincendo l’apatia del caldo imperante, attraversa il silenzio e dice con voce ferma: “Si schiudono le pigne”. Il suo essere poetico mi delizia e attivo il mio cervello bradipo per capire cosa si cela dietro questa romantica metafora.
Lui incalza: ” Non lo senti?”, interrompendo la mia esegesi poetica.
Rispondo: “Ma che?”
“Il rumore delle pigne che si aprono”.
“Ma che dici veramente?”
Taciamo e poco dopo emerge dal silenzio di cicale e cinguettii, nitido e inconfondibile – come se lo avessi sempre sentito anche se so a malapena come è fatta una conifera – il suono della pigna che si schiude. La visualizzo proprio.                                            Grandioso. Tenero. Croccante. Solleticante.
È un suono bellissimo. Altrettanto bello del suono delle foglie secche che si rompono sotto i piedi (che prima di ora era il mio preferito di sempre).
Non lo avrei mai sentito se non me lo avessero fatto ascoltare.
Chissà quanti suoni incredibili echeggiano sotto le mie orecchie senza che me ne accorga, perché nessuno mi ha insegnato a riconoscerli.uccelletto pigna2E da qui mi parte la riflessione sull’educazione all’ascolto, che può prendere tante forme, tra cui “l’educazione musicale” che mi sta particolarmente a cuore. In realtà preferisco definirla come “accompagnamento alla musicalità”, perché mette l’accento sull’importanza di coltivare la meraviglia nel bambino, prendendo la massima cura nel non tarpare le ali al suo naturale interesse per la musicalità della vita. Ciò comporta essere presenti nel momento in cui la finestra di apprendimento si apre (0-3 anni), per aiutare la sua curiosità a infiammarsi verso l’inesauribile viaggio nel mondo del suono e, inevitabilmente, prima o poi, della musica.
Quando ho visto anni fa un documentario sul lavoro nelle scuole di John Cage (faccio riferimento alle performance nelle scuoel torinesi con una sedia che J. Cage manipola in vari modi per creare suoni diversi sotto lo sguardo esterefatto degli insegnanti e curioso dei bambini), ho pensato fosse un geniale invasato, ma non lo capii. Ora capisco un po’ di più e ammiro gli sforzi impiegati da lui per rompere gli schemi tradizionali che ci fanno dire con arroganza quali siano suoni, quali rumori, inibendo in noi stessi, e certo nei bambini, la sperimentazione intorno ai suoni.
Pierre Henry compone 27 variazioni per una porta e un sospiro, rielaborando elettronicamente i cigolii prodotti dalla porta di un vecchio granaio e del suo respiro.
I nostri bambini, ce lo spiega François Delalande nel suo La musica è un gioco da bambini, seguendo un modello già impiegato da Jean Piaget, quando scoprono entusiasti un nuovo suono, prodotto per esempio dallo sbattere di un cucchiaio, agiscono esattamente come musicisti adulti, giocando con spirito di ricerca e sperimentazione alla ripetizione con variazioni, applicando schemi senso-motori a loro noti come sfregare, graffiare, picchiettare, scuotere, battere, strofinare. E questo già da quando l’essere umano è piccolissimo. Seguirà più tardi la fase espressiva (il gioco simbolico di Piaget), in cui il bambino si esprimerà intenzionalmente con i suoni da lui scelti. Tra i cinque e i sette anni, sarà in grado di organizzare i suoni seguendo delle “regole” e crearne di nuovi a partire da regole stabilite da lui stesso.
In pratica, se si accettano i presupposti di Delalande, l’educatore è la figura che accompagna il piccolo nelle sue progressive scoperte, tenendo spalancata la finestra di apprendimento: offrendogli cioè occasioni ed esperienze significative per esplorare i suoni ed esprimersi con essi. Scompare così, almeno in questa prima giocosa fase, l’insegnante che imprime faticosamente la tecnica nel bambino, come se fosse una tabula rasa sul quale incidere, a forza di metaforiche bacchettate, le note musicali.

Già da appena nato, il bambino apprezzerà la nostra voce che canta, associata a movimenti fluidi e ad una grande espressività che, senza pretendere nulla da lui, hanno il solo scopo di accoglierlo in un momento di condivisione.
Se poi partiamo dal presupposto che lo sviluppo delle capacità musicali seguono lo stesso schema di quelle linguistiche, possiamo presentare al bambino, come ci dice già per l’apprendimento linguistico B. De Boysson-Bardies, un’ampia gamma di proposte. Queste possono andare oltre le tradizionali canzoncine, filastrocche e ninna nanne quasi sempre in maggiore, sempre molto semplici, che escludono la possibilità che il piccolo possa da subito, con grande naturalezza, accogliere nel suo ascolto varietà di stili, timbri vocali e melodie in vari modi e vari metri regolari e irregolari.

Permettere al bambino dalla nascita ai tre anni di giocare senza la paura di creare rumori e cacofonie, esplorando musicalmente il mondo che lo circonda, è una bellissima occasione per permettere al suo orecchio di percepire le mille e una meraviglia sonora intorno a sé e, perché no, di potersi far accarezzare il timpano dalla discreta pigna che si schiude nell’afa estiva di un anonimo pomeriggio di luglio.