Semi di meraviglia: parole al vento

Ode alla parola. Baule delle meraviglie.

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La parola ha una vita, una storia, una data di nascita e,

talvolta,

dimenticata,

muore, sempre restando in sordina, nei bassifondi della memoria e,

talvolta,

inaspettatamente,

mentre fumi una sigaretta ai margini di una mattinata inutile, la ritrovi, come dentro un baule nella soffitta della nonna, coperta di polvere;

a volte

è qualcun altro che te la riporta, un viaggiatore in un treno, un passante che parla al telefono a voce troppo alta, che ne so, la ritrovi scritta sulla porta del bagno di uno squallido bar, accompagnata da altre parole insolenti, brutte compagnìe, nient’affatto nello stile che aveva prima, la tua parola. Ti accorgi allora di averla abbandonata e che il tempo e l’esperienza l’hanno cambiata profondamente. Un senso di colpa vago ti picchietta. La tua bella parola, tutta liscia, tutta gentile, la ritrovi con le rughe, le avventure, le ferite vissute senza di te. La riprendi con te come si accoglie uno straniero, come qualcuno che bisogna reimparare a conoscere.

Talvolta

resta, la parola,

talvolta

se la dà a gambe, una notte, lasciandoti un bigliettino di scuse. O niente. Non avete più nulla da spartirvi. Silenzio che suona come un’accusa.

La parola nasce da qualche parte nella tua storia personale.

A volte

si posa libellula sulla punta del tuo orecchio, nella tua culla, dalla quale le parole ti arrivano come un flusso, onde di suono senza senso: ti cullano, ti svegliano, ti disturbano, fanno da colonna sonora delle tue lunghe giornate ad osservare questo mondo curioso fuori placenta. Impari ad associare il suono con la cosa che ami o che non ami. Impari ad amare certe parole, ad aspettarle, accompagnate da quei gesti che prima ti bastavano. Aspetti la buonanotte che accompagna il bacio, aspetti il suono delle voci che rassicurano il tuo quotidiano. E impari anche le parole che fanno paura, che cominci a nascondere nel tuo inconscio, spazzatura sotto il tappeto, nella speranza di non doverle mai più sentire, di non dover mai più vedere il gesto, la situazione, il luogo che sempre le accompagna.

O allora la tua parola, la incontri molto più tardi, in un noioso libro, la ignori il più a lungo possibile, finché non ti senti obbligato ad andare a cercare il suo significato sul dizionario. Malgrado ciò, ora, la parola smascherata dal suo mistero significante, ti guarda inconsistente, non ha valore per te, non ha storia. Non avete ricordi da condividere, nemmanco una particolare simpatia. Sta lì come un oggetto di cui non sai che fartene. E poiché non sei un tipo che ha tempo da perdere con le cose inutili, o la butti via per sempre, o provi a metterla alla prova, a trovarci un’utilità qualsiasi, provi a ripararci un rubinetto, ad aprirci un barattolo, a farla girare come una monetina sulla tavola. Provi svariati contesti “Potresti gnaccarmi il sale?“, “Smettila di gnaccare!“, “Ti va di gnaccare un po’ con me?“. In genere le persone ti guardano storto, o ti sorridono, ma tutto sommato capiscono che intendi dire.

E un giorno,

senti che sta bene là dove l’hai messa, che risuona con tutto il suo splendore e di tutta la sua utilità e che, quindi, passa inosservata. Sì perché la parola giusta, quando arriva, non si fa notare, non ha manie di protagonismo, ma fa vivere come di luce propria il posto, l’azione, la cosa designata. Invece di guardare lei, che ha creato tutto, tutto ha fatto nascere, si guarda l’oggetto, il sentimento, l’altro. E la si dimentica. La si dimentica talmente tanto che si finisce per usarla con quella routine che uccide il matrimonio.

La parola vive. Come quasi ogni cosa che esiste, si logora, si lacera, si scolorisce quando è troppo usata senza cura, senza delicatezza. E, lasciatelo dire, recuperarla è molto più arduo del cambiare un rubinetto, le parole non hanno eguali. Se la rompi, non potrai più averne una davvero proprio così,

magari una simile che ti tolga d’impaccio sì, una che allora cercherai di riempire di quei ricordi di cui l’altra era piena, ma ti sbagli di grosso, amico, ti dici delle bugie. La parola, lei, non mente. Resta stoica, pura nella sua verità, anche quando tu non sai vederla.

Ti accorgi spesso troppo tardi che la tua parola non funziona più, che è vuota. Deperisce. Se è una parola che ti ha accompagnato a lungo nella vita, può essere difficile lasciarla andare. Cerchi di salvarla. La lasci riposare come fosse malata. La circondi di silenzio, di pause: “ti dispiacerebbe passarmi…“, “oggi mi sento proprio…” e mimi un’azione che possa finire più o meno dignitosamente la frase, riempiendo i puntini di sospensione. Come accadeva quando da piccolo non sapevi ancora parlare, torni ad esprimerti a gesti, sperando che il contesto aiuti gli altri a comprenderti. Pian piano senti che la parola sta meglio. Ti comincia a mancare e il desiderio di lei cresce. Diventa importante. Aspetti che guarisca con sempre più impazienza. Ed è questa attesa, questo desiderio, che la salva.

Un giorno,

un giorno speciale,

in cui senti che la tua vita dovrebbe arrestarsi un istante, per lasciarsi vivere, assaggiare, assaporare avidamente,

in quel giorno,

la tua parola esce con una potenza spaventosa, un colpo di fucile nel bel mezzo di un pollaio, il rumore, le piume ovunque, l’eccitazione, risonanze. La parola non agisce, non crea verità, perché è semplicemente vera nel suo esserci, azione, verità. È il complemento di tutto un apparato intorno che la prepara, la sostiene, la veste, stende per lei il tappeto rosso. La parola allora arriva, in ritardo, agghindata d’oro e di marmellata e si poggia come una ciliegia sulla torta, come una firma, palesa che “ciò è stato”.

O talvolta no,

non è affatto una ciliegia, è un bandito, un rivoluzionario che mette a ferro e fuoco l’ordine prestabilito, sono quelle parole che incidono tanto da far smuovere le masse e dar vita, come una reazione a catena, a miriadi di azioni, tanto da rendere reale una necessità alla quale si osava a pena anelare. I have a dream…

Guardo nel mio baule della vita vissuta e scopro che ci sono molte parole arrabbiate con me. Qualcuna dimenticata, qualche altra rubata al suo candore.

Ne prendo quattro, me le metto in tasca e passeggio oggi con loro, girandole di tanto in tanto tra le dita.