Libri meravigliosi

“Se ami qualcuno lascialo libero”, un bel messaggio da comunicare ai nostri bambini.

Qualche giorno fa ho trovato, in un mercatino dell’usato, un libro illustrato di Marjorie Newman e Patrick Benson, “Petit Paul et l’Oisillon“. I disegni, color pastello, sono delicati, FullSizeRender-2i testi semplici, corti, non in rima. Devo ammettere che alla prima sfogliata e lettura mi aveva lasciato alquanto indifferente; tutto il mio entusiasmo si era forse consumato per gli altri libri, trovati nello stesso mercatino. Ma dopo la terza, quarta lettura ad alta voce, mentre il mio piccolo esplorava e distruggeva casa, lanciandomi ogni tanto sorrisi a tre denti, come per dirmi: “Ti ascolto mamma, eh! Ma nel frattempo ho l’impellente urgenza di buttare giù tutte le deliziose suppellettili che hai lasciato sul mobile, che carina!, proprio alla mia altezza!”, ho dovuto ricredermi. Proprio dalla semplicità del testo e delle immagini, si sprigiona senza fuochi d’artificio, leggero e modesto, un monito al rispetto della libertà del prossimo, ai falsi volti dell’amore, come quello del possesso. L’amore è quello che ti lascia volare libero, anche quando costa lacrime.

FullSizeRender-3Mi sono accorta della bellezza di questo testo e delle sue immagini in controtempo, come un contrattempo. Me ne sono accorta perché era il libro che avevo, più spesso, più voglia di leggere e di condividere con mio figlio. Me ne sono accorta dolcemente e ora gli racconto la storia a modo mio, anche appena si sveglia, quando mi guarda con quegli occhi assonnati che si lasciano cullare dalla mia voce, prima di schizzare giù alla scoperta del mondo.

Sono contenta di non essermi fermata alla mia superficiale prima impressione.

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“Gli uccelli sono fatti per volare”, dichiara il piccolo Paul. Apre quindi la gabbia e lo lascia volare via, perché lo ama. Poi, si mette a piangere.

Il testo non l’ho trovato in italiano, in francese temo non venga più edito, in inglese pare invece ancora di facile reperibilità (Mole and the Baby Bird). Se desiderate dire al vostro bimbo in modo poetico, semplice e delicato, quanto amare voglia dire lasciar liberi, a parte la canzone di Sting, questo librino è un modo bellissimo per farlo.

 

Semi di meraviglia: i cantastorie

Prologo di una lampadina. Storiella.

C’erano una montagna di fagiolini da mondare. Quale migliore occasione per la mamma del mio compagno per narrarmi una storia che gli raccontò forse un suo zio.
Mentre le mie dita pulivano i fagiolini, il mio bambino interiore, intuendo l’inizio di una storia, si era immediatamente fiondato a sedersi in terra, intorno al caminetto immaginario, con gli occhi e le orecchie grandi grandi.

Il piccolo Edison tornò un giorno da scuola con una busta chiusa da consegnare alla mamma.
“Mamma”, disse il piccolo Edison inquieto, “la maestra mi ha detto di darti questa lettera“.
La mamma tirò fuori il naso dai fornelli, si andò a lavare le mani, inforcò gli occhiali e aprì la lettera. La lesse una volta silenziosamente, seriamente, sommessamente. Poi alzò lo sguardo verso il figlio, che attendeva fremendo e un po’ tremando, intuendo la gravità del momento.
La mamma rigettò gli occhi nella lettera e cominciò a leggere ad alta voce:
Cara la mia Sig.ra Edison,
Mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente.
Suo figlio è sveglio, intelligente, sensibile. Sembra strano doverlo dire così, ma troppo sveglio, intelligente e sensibile perché io possa dargli il seguito che merita senza trascurare i suoi compagni. Le chiedo quindi di tenerlo a casa per potergli fornire un’istruzione adeguata alle sue capacità“.
La mamma chiuse quindi lentamente la lettera e lentamente la ripose in un cassetto della madia.
Il piccolo Edison stupito dal contenuto, tirò un sospiro di sollievo. La mamma lo abbracciò e andarono a mangiare la minestra.
Gli studi a casa furono all’altezza delle sue capacità. Da grande diventò uno scienziato ed inventò la lampadina che rivoluzionò la vita degli uomini e donne di questa Terra.
Un giorno, quando il piccolo Edison ormai era diventato grande, la mamma morì. Mettendo a posto le sue cose, il figlio aprì la madia e vi trovò la lettera della sua maestra. Con un po’ di nostalgia la aprì per rileggerla:
Signora Edison,
mi rammarica doverLe comunicare quanto segue, ma non siamo purtroppo nelle condizioni di agire diversamente: il quoziente intellettivo di suo figlio difetta. Non abbiamo insegnanti speciali a sostegno e non possiamo rallentare il programma per adeguarci alle sue carenze. Siamo spiacenti di doverLe comunicare che non possiamo più accoglierlo nella nostra istituzione. Cordiali saluti.”
Un brivido lo attraversò. Una corrente d’aria che veniva dagli infissi chiusi male, o da dentro di lui. E poi subito dopo il calore del ricordo della mamma.
Sorrise e mormorò qualcosa. Forse, un “grazie, mamma“.

Fiabe, favole, miti e leggende. Non si va a cercare se siano veri o meno, ma ci si lascia attraversare dal racconto e dall’insegnamento che si portano dietro.
O meglio, si prendono per vere, perché come dice Calvino, in fondo lo sono:

“Io credo questo: le fiabe sono vere, sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna”.

Dalle fiabe, favole, miti e leggende ci si lascia cullare, a volte spaventare. Entrano in noi e insidiano domande, quesiti, dubbi, che sono alla base dell’imparare. Sciolgono alcuni nodi e altri li lasciano da sciogliere a chi li ascolta.
Educano, prima di tutto all’ascolto. Svegliano l’immaginario, più di ogni film d’animazione. Sono stati per secoli la nostra memoria.
Oggi svaniscono, sempre più malamente.
E se fosse un po’ da cercarsi anche qui, la perdita della memoria sociale e di certi valori che si avverte sempre più nelle nuove generazioni “postmoderne”?

 

Semi di meraviglia: parole al vento

Nonni e nipoti.

Ricordo il gusto dolcissimo della camomilla di mia nonna Maria, che mi faceva prima di andare a letto. Ricordo quando mi nascondevo dietro al divano per guardare sghignazzando mio nonno Pasquale parlare con la televisione. Ricordo il sapore delle liquirizie di nonno Danilo e il profumo delle lenzuola di nonna Irma. Ricordo qualche storia che mi hanno raccontato, ma poche. Troppo poche.

I nonni sono importanti. Sono la prova della continuità della vita, sono l’esperienza di nonnocome le cose si facevano prima, tempi e modi diversi, quando internet ma chi se lo poteva immaginare e i telefoni avevano un cavo che li attaccava al muro per non farli volare via.

Sono il racconto. La parola tramandata. Sapori, odori, voci.

È triste quando i nonni sono lontani.

Ma è ancora più prezioso ritrovarli, quando ci si ritrova.

Io non ho imparato da mia madre a fare le olive all’ascolana, né l’uncinetto, né gli gnocchi o i supplì. Non ho imparato da mio suocero a fare il sapone, gli esperimenti con le calamite, le olive schiacciate. Né da mia suocera a fare le trecce di peperoni, i carciofi in padella con l’ingrediente segreto, la licurd’. 

Spero che mio figlio avrà voglia di farlo, per insegnarlo a me, in un andirivieni di esperienze tramandate che ci danno il senso di quello che siamo nel mondo.

Spero che mio figlio li accoglierà sempre con quello stesso sorriso infinito che regala loro adesso, piccolo com’è, come se cogliesse da subito la bellezza e la ricchezza di quei momenti ritagliati e appiccicati tra una distanza geografica e l’altra.

(Contributo fotografico in evidenza di Laura Pardu).

 

Semi di meraviglia: esperienze

Marachelle da catalogo. Quando eravamo bimbi birbi.

img_0965.jpgL’AFPC, l’Amicale del Non far Questo Non far Quello (“l’Amicale du Fais Pas Ci Fais Pas Ça“) ha lo scopo di far riconoscere la Marachella dell’Infanzia come Patrimonio Mondiale Immateriale dell’Umanità. Il plico da consegnare all’Unesco è quasi pronto, manca ormai da raccogliere qualche manciata di marachelle, affinché la raccolta e catalogazione arrivi a 10000 esemplari.

Genitori, non fate quella faccia da angioletti: il dispositivo altamente tecnologico posto all’entrata del nostro museo itinerante saprà scovare in voi la marachella nascosta. Se l’avete davvero dimenticata, troppo impegnati a perseguire sulla retta via dell‘Adultità di cui siete ormai massimi detentori, non temete… gli Agenti dell’AFPC vi aiuteranno a liberarvi, ad alzare il magico sasso sotto il quale brulicano decine e decine di marachelle gettate nel dimenticatoio. Sono sicura che riscoprirle e raccontarle sarà fonte di grandissimo piacere, un abbraccio al vostro bimbo interiore a cui è bene, almeno di tanto in tanto, andare a fare un salutino.IMG_1290

Sì perché per quanto siano il terrore di genitori e affini, le marachelle sono quasi sempre divertenti da ricordare, da condividere nei più fini dettagli. Sono l’espressione dell’immensa creatività che ci caratterizzava da piccoli, della curiosità, del coraggio di cercare il limite e superarlo, della capacità dei piccoli di vedere il mondo con una lente che arrotonda gli angoli e lo rende un terreno di infiniti divertentissimi strappi alla regola.

In cinque anni, nelle vesti di agente dell’AFPC, ho forse raccolto un migliaio di marachelle. E qualche migliaio ne ho lette e sentite raccontare dai miei colleghi. Conosco a memoria le categorie, i grandi classici, i metodi per camuffarle. Eppure ogni marachella raccoltIMG_1108a riesce a sorprendermi, a farmi sorridere, ad aprire con meraviglia l’anfiteatro dell’infanzia, nascosto e chiuso dentro il corpo dalle nuove sembianze di persona “seria”.

La marachella è, a modo suo, un mezzo educativo che permette di confrontarsi e conformarsi a quei limiti che renderanno poi il Marachellante una persona integrata nella società. Anche quando, nella sua forma forse meno accettabile dall’Io adulto, sfocia in piccole forme di sadismo verso insetti, fratellini, amichetti più deboli e animali di compagnia, è spesso il primo confronto, tramite le reazioni e le conseguenze, con la sofferenza che si può provocare all’altro; un modo per scoprire l’empatia e la compassione (che questo ci aiuti a dissipare il senso di colpa che talvolta accompagna il ricordo di alcune marachelle).

IMG_1293Avete tagliato i capelli di vostra sorella mentre dormiva? (Sarà forse per questo che è diventata parrucchiera?) Avete colorato di verde il vostro cagnolino? Siete scappati in piena notte vestiti solo della pelliccia del vostro peluche per scoprire il mondo? Avete riempito di cavallette lo zaino della vostra compagnuccia preferita? Ingurgitato misture di verme squagliato e sale per provare che eravate i più coraggiosi o cucinato torte di pupazzetti di plastica dopo aver messo il sale nel caffè della mamma?

Se proprio non ve ne viene in mente nessuna, respirate, chiudete gli occhi, tornate ai vostri tre, quattro… nove anni (tra i nove e i dieci si situa l’età d’oro della marachella…), pensate a quell’estate speciale in piena campagna, o a quel maestro particolarmente severo… Ancora niente? Respirate, lasciatevi il tempo, lasciate che il vostro piccolo io esca fuori a raccontarvele. E accoglietele con un sorriso. Sono la prova della vostra ingegnosa creatività.

Il museo itinerante della marachella: www.lachasseauxbetises.be.

(L’immagine in evidenza viene dal “Catalogue de bêtises (très) culottées” d’Elisabeth Brami e Serge Bloch).