Per un terreno fertile

Il segreto per trascorrere una fantastica giornata in famiglia

È domenica. Fuori c’è il sole. Il profumo delle magnolie e il cinguettio degli uccellini vi fa auspicare che questa sarà una giornata idillica, per tutti i piccoli e grandi membri della  vostra famiglia. Una di quelle giornate che riconciliano col mondo, con la fatica della genitorialità, degli impegni di lavoro, del poco tempo da condividere con le persone che amate.

Oggi avete organizzato una serie di attività divertenti e sorprendenti, un pranzetto da primo premio al concorso di cucina e siete di ottimo umore: ne siete convinte, sarà una fantastica giornata in famiglia.

Peccato, ci dice la psicoterapeuta francese Isabelle Filliozat, nella sua conferenza “Crescere i bambini nella gioia“, svoltasi questo mercoledì a Bruxelles, che ci sia un errore di valutazione di partenza, in questa grande aspettativa domenicale: sarà una fantastica giornata, ma per chi? Continue reading “Il segreto per trascorrere una fantastica giornata in famiglia”

Per un terreno fertile

Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo

Ci sono due luoghi in particolare che sono per me, da prima ancora di avere figli, la location perfetta per i più terrificanti film d’horror sulla disfatta della mamma: il supermercato e i trasporti pubblici.

Forse è per questo mio sconsiderato terrore delle scenate disperate di un bambino nei centri commerciali, che mi faceva tanto ridere la pubblicità un tantino di cattivo gusto dei condom. Sì, sì, quella che chiosava un bimbo che si gettava per terra urlando: “VOGLIO LE CARAMMMMMMELLLEEEEEE!!!” con la scritta “Usa i preservativi”. Continue reading “Bambini piccoli e scenate in pubblico: io speriamo che me la cavo”

Per un terreno fertile

Ti amo, mamma pelosetta

Metti una scimmietta separata dalla sua mamma in una gabbietta. Metti da una parte una fredda macchina che distribuisce latte da un biberon e dall’altra un morbido peluche peloso.

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Il crudele Harry Frederick Harlow provò negli anni Sessanta che la scimmietta, al cibo, preferisce la sensazione di pseudo-calore fornitagli dal peluche.

Che sia di conforto a quelle mamme che si sentono denigrate nel loro ruolo di madre allattante, ridotte dal loro vorace neonato a giganti mammelle gambo-munite.

Vostro figlio vuole voi. Prima di tutto. Il vostro calore e le vostre pelosità protettive. Molto di più che l’adorato seno.

A partire dagli orribili esperimenti perpetrati da questo ricercatore, che in nessun modo avvallo eticamente, altri studiosi hanno proseguito nello studio sull’importanza delle figure di riferimento per i neonati, avanzando la teoria dell’attaccamento.

Secondo questa teoria, il dottor Bowlby in Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento, grato anche ai lavori dell’etologo Konrad Lorenz, differenzia cinque competenze innate che permettono al bambino di creare un legame di attaccamento con la madre:

  • La suzione (tettare);
  • La capacità di aggrapparsi (riflesso di prensione);
  • La capacità di piangere;
  • La capacità di sorridere;
  • La capacità di seguire con lo sguardo.

Sono le competenze offerte direttamente dalla natura per sviluppare la prima relazione solida con la sua caregiver, la sua “figura di riferimento” (naturalmente la madre, ma in mancanza di essa, altre figure sono possibili). 

Se nei primi mesi, il neonato fa riferimento essenzialmente alla sua caregiver primaria, passati i sei mesi, comincia ad includere altre persone che hanno meritato questo statuto fornendogli una presenza stabile e duratura. Dopo i due anni, i bambini cominciano ad utilizzare le loro figure di attaccamento (generalmente la cerchia familiare) come una base sicura a partire dalla quale potranno esplorare il mondo, allontanarsi sicuri sapendo che potranno tornare.

La psicologa Mary Ainsworth, tra gli anni Sessanta e Settanta, definisce tre schemi, al quale se ne aggiungerà successivamente un quarto: lo schema di attaccamento sicuro, quello ansioso, quello evitante e infine quello disorganizzato.

Senza entrare nel dettaglio, questi schemi evidenziano il comportamento di un bambino confrontato alla separazione dalle sue figure di riferimento. Ad esempio, un bambino che ha sviluppato uno schema di adattamento sicuro, dimostra sconforto al momento della separazione, ma torna a giocare serenamente poco dopo, manifestando però grande gioia con il ritorno delle figure di attaccamento.

Affinché si realizzi questo schema ottimale, il bambino deve aver acquisito la certezza di poter contare sull’amore incondizionato dei caregiver, che ci saranno sempre e comunque nel momento del bisogno. 

Queste ricerche sembrano appoggiare il punto di vista che d’istinto mi sento di sposare (mi manca l’esperienza personale a lungo termine per esserne certa), ossia quello che i cuccioli non “prendono il visfondo scimmiettazio”, né diventano irrimediabilmente dipendenti, se li teniamo in braccio ogni volta che ne comunicano il desiderio, se li cresciamo ad “alto contatto” (allattando, tenendoli spesso addosso, rispondendo ai loro pianti e ai loro sorrisi – assecondando dunque le cinque competenze innate sovraccitate), affinché si crei quel legame di attaccamento sicuro che gli permetterà poi di affrontare il mondo in modo autonomo.

Un bel cambio di prospettiva, che ci permette di guardare con una lente nuova i momenti in cui il bambino ci chiama ancora e ancora e ancora e ancora, per motivi che ci appaiono irrilevanti, avendolo già nutrito.

Non ha fame, non fa i capricci, no.

Sta verificando ancora e ancora e ancora e ancora se è proprio vero che può contare su di noi, se è proprio vero che ci saremo sempre quando ne ha e avrà bisogno. Ossia, adesso.

E adesso. E adesso. E adesso, e adesso, e adesso e adesso e adesso e adesso e adesso ………… …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. …………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………. ……………………………………………………………………………………………………….. e adesso?

Per un terreno fertile

Motricità libera e fiducia nelle sue competenze. Per permettere un armonioso sviluppo psico-motorio del neonato.

Emmi Pikler, pediatra ungherese, fonda e dirige nel 1946 l’illustre Istituto Pickler-Loczy (fulcro di scoperte importantissime sullo sviluppo del bambino, chiude nel 2011). In questo luogo venivano ospitati, giorno e notte, bambini dalle poche settimane ai tre anni, privati temporaneamente o definitivamente delle loro famiglie. Consapevoli dei rischi per lo sviluppo e la salute dei neonati che vengono rinchiusi negli istituti, tale istituzione aveva messo in atto sin da subito una serie di pratiche che la renderanno unica e rivoluzionaria, tra cui la costituzione di uno spazio ampio e sicuro, nel quale i piccoli erano liberi di muoversi senza il continuo intervento dell’adulto.

I risultati del lavoro di questa pediatra e dei suoi collaboratori sono illuminanti e vasti. copertina originale pickler copieIn questo articolo mi limiterò a parlare dell’ambito che è stato definito “motricità libera”, a cui la dottoressa Pikler ha dedicato il suo “Per una crescita libera. L’importanza di non interferire nella libertà di movimento dei bambini fin dal primo anno di vita“, a mio avviso, ancora troppo poco diffuso in Italia.

Gli adulti che aderiscono a questo approccio non impartiscono insegnamenti, i neonati sono messi supini, mai in posizione seduta, l’adulto non dà aiuti concreti ma incoraggia il piccolo condividendo la gioia dei successi realizzati, spronandolo all’autonomia e all’indipendenza.

Ciò è nettamente in contrasto con le abitudini più diffuse di bloccare per tante ore il bambino dentro passeggini, seggiolini, box troppo piccoli, girelli che impediscono la sperimentazione e la libertà di movimento. Secondo i principi della motricità libera, non ha senso mettere un bimbo seduto, se non è ancora in grado di mantenere la posizione e di uscirne autonomamente, né di invitarlo a camminare tenendolo in piedi, poiché il suo corpo (probabilmente anche il suo sviluppo cerebrale) non è pronto e questi atteggiamenti creano inutili contrazioni muscolari, lo rendono più insicuro nei movimenti e minano la sua autostima.

Lo scopo della motricità libera è di permettere uno sviluppo armonioso, equilibrato. I neonati imparano tappa dopo tappa, quando sono pronti, alimentando la convinzione di essere competenti.

Nonostante i bambini che seguono questi principi risultino mediamente “in ritardo” nell’acquisizione degli stadi motori, rispetto ai traguardi raggiunti comunemente, l’osservazione e l’analisi hanno mostrato che, rispetto ai coetanei,  godono di una grande mobilità, non sono impacciati nei movimenti, sono più sicuri, hanno una capacità di concentrazione più duratura, un migliore equilibrio muscolare (dovuto alla partecipazione globale di tutta la muscolatura), risultano più capaci di reagire agli “incidenti” e spesso sono in grado di scendere e salire le scale ancor prima di saper camminare.

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Cito Bernard Golse dall’introduzione alla seconda edizione del libro “Loczy : un nouveau paradigme ?“:

I giardinieri dicono che non serve a niente tirare sulle foglie per farle crescere più in fretta… ciò si può probabilmente applicare anche alla crescita e alla maturazione psichica del bambino, che deve venire da dentro, processo endogeno che esige l’incontro con adulti che non forzano, che non funzionano guidati dall’anticipazione ansiosa, ma che si mostrano giusto attenti a farlo progredire con dolcezza, tatto, leggerezza e rispetto della sua propria dinamica. Non si tratta di un elogio della lentezza, ma di un elogio della considerazione delle specificità di ogni singolo bambino, di ogni neonato (…).

Tutti questi principi sono stati esplorati in un contesto istituzionale, ma nulla ci impedisce di applicarli in casa, adattando la camera del bambino o altri spazi abitativi. Il nostro appartamento è molto piccolo e il salone è diventato una specie di sala giochi dove nostro figlio può deambulare senza rischi. Il vantaggio di questa trasformazione è che il piccolo riesce a passare periodi più o meno lunghi giocando da solo o accanto a me mentre io sono parzialmente distratta a fare altro, posso assentarmi per pochi istanti senza apprensione e senza che inizi a piangere, posso seguire passo passo le sue evoluzioni e scoperte adattando di volta in volta l’ambiente circostante. Il rispetto dell’autonomia e della libera motricità del bambino corrispondono alla visione montessoriana dello spazio concepito da Maria Montessori, che invitava a mettere il letto del bambino in terra e giochi alla sua portata per permettergli di scendere, salire, prendere, giocare, senza dover continuamente aspettare l’avvallo dell’adulto.

Sono scelte che comportano a monte una preparazione e uno spirito d’adattamento non indifferenti da parte di genitori ed educatori, ma sono convinta che partecipino alla creazione di un dialogo fondamentale e duraturo tra il bambino e l’adulto, la costituzione di una base solida a livello motorio e psicologico affinché il bambino possa diventare autonomo, sicuro di sé e, lo spero, felice di crescere e di continuare ad imparare. Io ci sto provando. Per saperne di più sulla mia esperienza diretta, appuntamento tra una decina d’anni?

(Immagine in evidenza di Klara Papa tratta da Per una crescita libera).