Per un terreno fertile

No a premi e punizioni, lo dicono i toltechi!

Generalmente non rileggo mai due volte lo stesso libro, ma ieri ho trovato abbandonato sull’autobus “I quattro accordi. Guida pratica alla libertà personale. Un libro di saggezza tolteca“. Vista la natura dello scritto, mi sono detta che non doveva trattarsi di un evento fortuito, bensì di un esoterico calcolo del destino che mi mandava un messaggio pregno di senso. Così, vista la cospicua durata del mio tragitto nel traffico, mi sono immersa nella lettura, acconsentendo alle indicazioni del Caso.

Non si tratta di un testo di pedagogia, eppure, con un approccio e parole diverse, è stato curioso ritrovare vari temi di cui ho parlato nei miei articoli precedenti. Primo tra tutti, la dannosità dell’uso delle punizioni e ricompense nell’educazione dei nostri bambini. Nel post “Mamma! Non mi dire che sono bravo!” Perché gli elogi non sono salutari” faccio essenzialmente riferimento al punto di vista di Alfie Kohn, lo approfondisco grazie ai contenuti di Jesper Juul in “Autostima e fiducia in se stessi“, e continuo il percorso di ricerca citando qui Don Miguel Ruiz.

Il linguaggio usato è certamente diverso da quello degli altri scritti, ma il concetto resta lo stesso:

I bambini sono addomesticati esattamente comme dei cani, dei gatti, o qualsiasi altro animale. Per educare un cane, lo si punisce e lo si ricompensa. In modo analogo, formiamo i nostri bambini, che tanto amiamo, esattamente come faremmo con un animale domestico: attraverso un sistema di punizioni e ricompense. Da bambini, ci veniva detto: “Sei un bravo bimbo”, “sei una brava bimba” quando  facevamo quello che papà e mamma volevano. Quando ciò non avveniva, eravamo dei “bambini o bambine cattivi”. Ogni volta che infrangevamo le regole, eravamo puniti; ogni volta che le rispettavamo eravamo premiati. Venivamo puniti più volte al giorno, venivamo premiati più volte al giorno. Abbiamo presto iniziato ad aver paura delle punizioni o di non ricevere ricompense, quest’ultime consistenti nel ricevere l’attenzione dei nostri genitori o di altre persone, quali fratelli e sorelle, professori e amici. Abbiamo quindi avuto bisogno di attirare la loro attenzione per ottenere tale premio. E poiché questo ci faceva sentire bene, abbiamo continuato a far ciò che gli altri si aspettavano da noi per ottenerlo. Nella paura di esser punito e di non esser ricompensati, ci siamo messi a far finta di essere ciò che non eravamo, giusto per far piacere agli altri, solo per sembrare abbastanza ai loro occhi“.

sharon-mccutcheon-534817-unsplashE così si attiva il circolo vizioso che porta il piccolo e grande essere umano ben addomesticato a correre dietro la carota del premio, lo spasmodico bisogno di piacere ai suoi genitori, ai suoi insegnanti, ai suoi amici, via via al suo datore di lavoro, al suo partner. La paura di essere rifiutati allontana da se stessi, così radicalmente che si finisce per essere quello che gli altri vorrebbero. Il contatto con il nostro Io più autentico, le propensioni naturali si vanno così offuscando in questo processo di addestramento.

Negli stessi termini ci illumina Maria Montessori sulla splendida natura del bambino in Il segreto dell’infanzia:

Ma la forza e l’energia dell’anima del bambino è stata trascurata, ignorata e dall’ignoranza oppressa. […] Se questa fiamma è negletta si estinguerà e nessuno sarà capace di riaccenderla di nuovo“.

Céline Alvarez intitola proprio il suo libro “Le leggi naturali del bambino“, per sottolineare il bisogno di una pedagogia che rispetti il bambino nella sua integrità. Poiché il bambino è competente, ha tutt’al più bisogno di una benevola guida, non di un istruttore che abbia già tutte le risposte pronte.

Ogni essere umano è unico e speciale e il suo percorso sarà altrettanto unico e speciale. Se eliminiamo la possibilità di essere sorpresi, creiamo delle copie di un modello i cui presupposti sono già sbagliati in origine. Copie troppo strette nella loro formina che finiranno per esplodere o giusto alimentare una sottile infelicità, nella costante ricerca di soddisfazione.

Don Miguel Ruiz ci dice proprio questo: passiamo la nostra vita a ricercare la felicità, perché ci siamo troppo allontanati da noi stessi. La felicità è proprio lì, appiccicata a quello che siamo. Se riusciamo a riconoscere questo fatto, possiamo scegliere. Possiamo accettare di lasciare andare la zavorra di cui ci hanno caricato e di cui ci carichiamo volontariamente, ma incoscienti di quanto questa ci faccia volare bassi, così tristemente bassi…

Non ci resta che alzare gli occhi, per noi e per i nostri figli… Guarda là che cielo blu! Eddai, ci dicono le nuvolette come pecorelle, venite su che si gioca ad “Uno monta la luna!”.

 

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